Jazzmi 2018

Jazzmi 2018

Teatro Dal Verme


06/11/2018 - di Paolo Ronchetti
John Zorn & Bill Laswell o “la libertà è un lavoro difficile”.

Assieme al concerto di Colin Stetson questo, per l’Italia, inedito duo tra John Zorn (Sax Contralto) e Bill Laswell (Basso e Effetti) era sicuramente uno dei miei appuntamenti da non mancare in questa edizione di JazzMi. Un appuntamento rischioso ma soprattutto stimolante data la natura dei due musicisti coinvolti.

Zorn, che mancava dall’Italia da una quindicina d’anni, è uno dei grandi musicisti che ci ha regalato il ‘900: compositore, strumentista, conduttore e incessante lavoratore “a tema” ha al suo attivo oltre 170 album a lui riconducibili ed è in grado di (s)cavalcare ogni categoria musicale (Jazz, Free, Dead Metal, Pop Music, Composizioni per Orchestra, Quartetti D’archi o per Clarinetti, Game Pieces etc. etc.). Bill Laswell dal canto suo è bassista e produttore controverso, prolifico, spesso geniale e in anticipo sui tempi. Assieme i due hanno lavorato spessissimo. Con il batterista dei Napalm Death Mick Harris formano, fra il 1991 e il 99, i Painkiller praticando Grindcore, Free, Dub e Ambient per una manciata di album veramente potenti tra lavori in studio e live sovente doppi. I loro nomi si sono poi incrociati con vari progetti tra cui il piacevole Nosferatu (Tzadik 2012) e il più sperimentale e interessante The Dream Membrane (Tzadik 2014) su testo e disegni del cabalista David Chaim Smith.

Ma la paura che tutto potesse risolversi in pernacchie e iconoclastia fine a sé stessa c’era: in questo teatro vidi Zorn disturbare, in modo assolutamente volontario e molesto, Enrico Ghezzi smontando rumorosamente la capsula del proprio microfono mentre lui parlava di cinema durante una Milanesiana di qualche anno fa! E invece…

E invece Zorn e Laswell ci hanno regalato un’ora di vero lavoro di ricerca come non capita spesso di sentire. Un lavoro finissimo di contrapposizione volontaria tra gli strumenti e le parti; un allontanarsi e riavvicinarsi come se i due stessero camminando su due sentieri diversi tenendosi a tratti in contatto visivo ma senza la certezza (o il desiderio) del ritrovarsi, neanche alla fine del percorso. Questo lavoro ha permesso alla musica di creare un tessuto sonoro che non andava mai nel facile o nello scontato e perciò, non appagando in maniera immediata il palato degli ascoltatori, riusciva a incuriosirli e non annoiarli. Soprattutto nel primo dei tre brani questa continua ricerca del distanziarsi ha funzionato benissimo, con la naturale conseguenza di poter suonare e approfondire il proprio percorso personale con ricchezze tematiche personali e mai scontate. Anche la durata del concerto, poco meno di un’ora, è stata quella ideale perché, con una performance sonora di questa libertà, dopo un po’ sarebbe stato difficile continuare ad essere realmente freschi (anche alle orecchie del pubblico).

Dal punto di vista sonoro ho poi trovato straordinario il lavoro fatto da Zorn sui larsen e sui tasti del Sax nel terzo e ultimo brano. Il “fischio/feedback” perfettamente controllato e il suono prodotto dal microfono nella campana del Contralto - chiuso e liberato (ritmicamente e freneticamente), con l’uso delle chiavi senza nessun soffio all’interno dello strumento - è stato di una ricercatezza e bellezza unica (e, mi verrebbe da pensare, in naturale complementarietà, ancor più che in antitesi, con quello prodotto due sere prima da Stetson utilizzando i suoni del soffio).

Grandi applausi e apprezzamento da parte di un Dal Verme abbastanza pieno e comunque appagato dai tre brani. Il breve e acclamato bis ha invece riproposto i più canonici, per la coppia, richiami al free e al grindcore. Ma a testimoniare di come questa non sia stata in nessun caso una marchetta casuale rimane il fatto che Zorn abbia registrato tutto il concerto con il suo cellulare!

Le idee vanno stimolate con metodo e fissate perché “la libertà, si sa, è un lavoro difficile”.

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