Frank Turner & The Sleeping Souls

Frank Turner & The Sleeping Souls

Roma / Largo Venue


02/11/2018 - di Giovanni Sottosanti
Soffia dall`Inghilterra il vento fresco del rock`n`roll giovane, ribelle e genuino. Nessuna rivoluzione intendiamoci, non aspettatevi invenzioni nuove. Frank Turner usa una ricetta semplice e vecchia come il mondo, prende di petto il rock`n`roll e lo rinvigorisce con mitragliate punk, intarsi di combat irish folk e ariose aperture pop. Il tutto miscelato con dosi massicce di energia, vitalità, sfrontatezza, allegria e straripante capacità di coinvolgimento.

Trentotto anni tra un mese e una carriera che proprio quest`anno raggiunge il decimo capitolo alla voce produzione discografica, senza peraltro scendere mai sotto un buon livello qualitativo. La location romana a ridosso di Largo Preneste lo accoglie in una serata piovosa e nel bel mezzo del ponte di Ognissanti, scuole chiuse e città discretamente vuota. Niente paura, lo zoccolo duro dei fans non abbandona mai Frank i suoi Sleeping Souls, per cui, pur non essendo tutto esaurito, il colpo d`occhio che offre il Largo non è affatto male.

Inizia con il taglio pop di Blackout e 1933 dall`ultimo Be More Kind, per assestare poi il primo assalto al fortino con le sventagliate rock di Get Better da Positive Songs For Negative People. Recovery è una ballad dal tipico incedere irish che si apre poi ad un respiro più ampio, Billy Bragg meets Flogging Molly. Ancora il pop in Little Changes, via a tutto gas con The Next Storm e Brave Face, armonie guizzanti e ariose in Plain Sailing Weather e The Way I Tend To Be, estratte entrambe dall`acclamato Tape Deck Heart del 2013.

È un inizio in cui non tutto gira al meglio, il suono del locale non è buono, gli strumenti escono impastati e sovrapposti, Frank fatica un po` a esplodere, a uscir fuori in tutta la sua contagiosa e travolgente essenza di animale da palco. Gli Sleeping Souls, al secolo Ben Lloyd guitar & mandolin, Tarrant Anderson bass, Matt Nasir piano & mandolin e Nigel Powell drums, si disimpegnano a dovere, ma l`indiscusso leader è lui, Frank, che, corre, sbraccia, suda e incita la folla.

Be More Kind è una ballad malinconica molto Billy Bragg style, come la successiva Eulogy, cantata parzialmente in italiano. Con If I Ever Stray e Try This At Home scendono in campo i Pogues, perché entrambi i pezzi sono trascinanti e collettivi inni da pub ad alta gradazione alcolica, birre e pogo a tutto spiano, Frank Turner ha innescato la sesta e adesso non lo fermi più. The Road ha un ritmo più rock e precede un mini set acustico in cui Frank è solo con la chitarra per proporre versioni scarne e molto intense di The Real Damage, Undeveloped Film, St. Christopher Is Coming Home e The Ballad Of Me And My Friends.

Non solo Billy Bragg, c`è anche molto Joe Strummer, ovviamente Bob e parecchio Bruce, non tanto nello stile dei pezzi quanto nel modo di stare sul palco e di proporsi al pubblico. Torna la band e scorrono emozioni a grappoli con Love Ire & Song, riesplode il pogo ai primi riff di Out Of Breath mentre Photosynthesis spara tutti definitivamente in orbita. Si rallenta con il primo bis Don`t Worry, ma è una tregua poco duratura, I Still Believe è una scossa travolgente, Four Simple Words centrifuga il punk a 78 giri e Polaroid Picture scolpisce il senso della serata nella certezza che il rock`n`roll, il punk, il folk e via dicendo, non cambieranno certo il corso della storia, ma possono aiutarci a vivere meglio.