I Hate My Village

I Hate My Village

Roma, Monk


02/02/2019 - di Arianna Marsico
Gli I Hate My Village fanno a Roma il loro esordio dal vivo. E la prima cosa che colpisce è proprio il suono che esce da questa formazione decisamente rappresentativa della scena musicale italiana. Vedere sullo stesso palco Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion), Fabio Rondanini (Afterhours, Calibro 35), cuori originari del progetto, Alberto Ferrari (Verdena) e Marco Fasolo (Jennifer Gentle) non è proprio una cosa che capiti tutti i giorni, ed è davvero un’occasione da non perdere.

Il suono dicevamo. Un suono che parte da qualcosa di tribale e afro ma si arricchisce di psichedelia, di animalità e di rigore. Ne è un esempio Presentiment il brano di apertura. Nelle interviste il gruppo ha parlato di I Hate My Village come di un disco nato di getto, eppure chirurgia sonora e improvvisazione sembrano amalgamarsi alla perfezione. E non è facile farlo con un lavoro prevalentemente strumentale, in cui anche le parti vocali sembrano a servizio del suono.

Eppure anche Tramp, che sembra un sabba moderno, incanta i presenti. Acquaragia sembra portare uno sciamano sul palco, ed è, con I ate my village, il brano che più sa di Africa (Viterbini ha collaborato con Bombino e Rondanini con Rokia Traoré) . Pezzi che oltre a smuovere gli animi smuovono anche il corpo, in cui la perdita di controllo permette di vedere oltre, in un gioco di luci e ombre interiore che si riflette  nello studio delle luci sul palco. Fame è ipnotica e come nel disco sfocia in Bahum.

Bahum è la scala verso il cielo di questi anni che forse non sono più nemmeno anni zero, accordo dopo accordo sembra stratificarsi e sollevarsi da terra per approdare verso mete remote.

Tony Hawk of Ghana è una serie di esplosioni controllate, in ogni punto si trova qualcosa che lascia ammirati, e la voce di Ferrari si fa insinuante e straniata. E lo sarà anche per il primo sorprendente bis,  Don`t Stop `Til You Get Enough di Michael Jackson. La chiusura è affidata a Tubi Innocenti (estratta da Film o Sound, disco solista di Viterbini del 2015) riporta alla sabbia del deserto, ai Tuareg e al loro orgoglio berbero.

Gli I Hate My Village sono di poche parole, sul palco lasciano che sia la loro musica a parlare e far trasparire la loro forte sintonia tra i componenti (in fondo è stata la reciproca curiosità di scoprirsi a spingerli a suonare insieme). Dopo il concerto l’ascolto del vinile assumerà un altro sapore, si coglieranno molti intarsi sonori che prima ci si era lasciati sfuggire, qualche angolo del villaggio non ancora esplorato.

 

 

Foto di Daniele Di Mauro

I Hate My Village Altri articoli