Alex Haynes & The Fever

Alex Haynes & The Fever

Turbigo (MI) /La Tana Garage


01/12/2018 - di Helga Franzetti
Definito una delle migliori voci blues del Regno Unito, chitarra impetuosa e pungente, il cantautore anglosassone Alex Haynes, infiamma il palco della Tana Garage di Turbigo con un set tiratissimo dal primo all’ultimo minuto, infischiandosene del fatto che i presenti fossero in numero ristretto, ben lontano dall’attenzione che meriterebbe un musicista del suo talento. Non credo sia sinonimo di piaggeria tessere le lodi di chi, lontano dalla cerchia dei nomi di spicco e mosso sostanzialmente da passione e coraggio, riesca a condurre dal Tamigi al Naviglio Grande, un outsider del calibro di Alex Haynes, voce e attitudine ancora troppo poco conosciute. Così Pablo Leoni, allenatore/giocatore nel doppio ruolo di promoter e batterista, assieme al basso di Alessandro Diaferio, accompagna la chitarra di un tizio inglese che, dalla corporatura e dalla fisionomia, sembrerebbe più provenire da terre trentine e regala alla platea quasi due ore di uno spettacolo deciso, genuino, impregnato di sano e onesto rock.

Nelle vene di quest’uomo dallo sguardo azzurro profondo, il vigoroso battito del british blues pompa sangue bollente, lo stesso sangue che scorre a fiotti nel downhome delle radici ed esplode emorragicamente in un sound infangato e convulso. L’intenso scambio avvenuto tra Inghilterra e States a fine anni sessanta, quello che ha dato nuova linfa alla “musica del diavolo” e arricchito fortemente queste sonorità, Haynes lo ha saputo ben assorbire, creando una commistione assolutamente credibile e personalizzata.

Una chitarra da paura davanti a un sorriso ammaliante, una tecnica fingerstyle ad alto impatto che predispone a un rapporto con lo strumento molto fisico, potente, intimo. Mi hanno sempre conquistato i chitarristi che non usano il plettro, trovo che il suono procurato dall’uso delle dita sia qualcosa di immensamente caldo, quasi voluttuoso, e che l’azione instancabile soprattutto di pollice ed indice assieme al suonare spesso sulla stessa corda, causa un gioco dove anche un semplice accompagnamento non consiste più in un banale accordo, ma diventa un vero e proprio arrangiamento. Forse la sensazione di miglior contatto con la parte vibrante dello strumento offre maggior sensibilità sulla gestione delle dinamiche, sul ritmo, sta di fatto che adoro questo modo di suonare per ciò che trasmette e riesce ad esprimere.

Si parte  con Last Train, dal primo EP, ipnotico e oscuro. Sono la Samick 335 e lo slide di Alex ad aprire e solo dopo un intro di magnetici riff si inseriscono basso e batteria sostenendo il ritmo cupo e vibrante nei primi quattro minuti di un concerto che già si preannuncia esplosivo. Shake it up  lancia in un ritmo che scuote e fa tremare i fianchi, mentre le 12 battute di From Time to Time col loro suono pieno e incisivo ci regalano una versione più sporca e funky dell’originale presente sull`ultimo disco, ma sempre in tema con la vigoria della strada che ha preso il live di un sabato sera da periferia altomilanese. Energia diffusa, che ha impregnato il set in maniera prepotente e ha ripreso fiato su una sola ballata, splendida, On the Saturday Night, originariamente acustica in Last Train.

Sliding e brucianti riff sono padroni del gioco, anche la Telecaster risponde agli ordini del Capitano (e qui un pensiero al buon vecchio Beefheart ci sta a pennello), che si diverte coi pedali ad effetto tra wah wah, overdrive e distorsioni, sui quali si inseriscono i colpi di un batterista dal gusto delizioso. Anima blues e lurido funky, dalla frenetica e convulsa I’m Your Man a uno slow afrodisiaco, da una Solid Sender meno languida e più vivace dell’originale, giusto per non lasciare troppo spazio al riposo, a una Bad Honey fatta di stacchi, riprese e ritmi sincopati. E poi, come si muove Alex sul palco! Sembra un ballerino di balboa che, trascinando i suoi stivaletti neri si muove sinuosamente sulla pelle di vacca di un palco allestito a dovere, con Marshall microfonati e combo bass Trace Elliot dal suono robusto e condotto dal corposo sound di Alessandro Diaferio.
Il britannico e i suoi compari incarnano un power trio potente e roccioso, sempre dinamico, dal respiro blues ma sporco di rock, che mi ricorda un Gary Clark jr in strepitosa forma. E uno spirito così profondo non può non rendere omaggio ai classici, ma la scelta di Haynes non si accontenta di banali assaggi: la bomba si innesca sullo shuffle di Shake your lips (Slim Harpo) ed esplode in una sensualità estrema con Poor Old Mattie (R.L. Burnside) attraverso la sua voce ruvida e il side stick di Leoni che galoppa come un treno, per finire, non prima di aver attraversato le atmosfere primitive di Howl sostenute da un increspante slide e un basso sinuoso, al grido di “One More” con Shake your Money Maker di Elmore James e uno slide posseduto dal diavolo in persona.

La voce piena e sensuale di un frontman che sa gestire il palco con maestria e la sua chitarra dentro l’energia di una band che amalgama abilmente le diverse sfaccettature del blues sapendo riproporre con personalità melodie vicine ai suoni del passato (e assimilabile, per grinta e passione, al più duro rhythm & blues e rock & roll dei primi Rolling Stones), rendono il set un bollente scenario live, capace di prendere a schiaffi tutti quei sostenitori della millantata teoria che il rock sia ormai morto. L’ennesima prova che è sufficiente crederci ancora e guardarsi ben intorno.

https://www.facebook.com/silvano.montagnoli.5/videos/1375205615946982/UzpfSTEwMjQyNzE1NDU6MTAyMTQ4MjIwNDU3OTc3NTA/?jazoest=2651001224949771088684824957831026910095977011583106107766712011973555798875710511871567582119708849737111958651001195548122507812011982113879011866726574727610311210989107995676684811153111811217848106845210256121109103


Video di: Silvano Montagnoli

Alex Haynes & The Fever Altri articoli