Michele Capuano

Michele Capuano


30/01/2020 - di Laura Bianchi
Reduce da numerosi premi in festival prestigiosi con il cortometraggio Lella", ispirato alla celebre canzone di Edoardo De Angelis e Stelio Gicca Palli, l’attore e regista trentenne Michele Capuano si racconta.
Perché la scelta, da parte di un artista così giovane, di una canzone che ha cinquant’anni?

A dir la verità, non l’ho scelta io, ma è stata la canzone a scegliermi. Una sera, nel 2016, in un’osteria di Monteverde, a Roma, una signora chiedeva insistentemente “Lella” al duo che stava interpretando canzoni e stornelli romani. Fino a quel momento non conoscevo la sua esistenza, ma, dal primo momento in cui ho sentito la storia, me ne sono innamorato, e ne ho visualizzato subito le sequenze. A me interessa trattare di amore, anche quando ha risvolti negativi, e così ho iniziato a lavorarci, a studiarla, senza nemmeno saperne la genesi, pensandoci per due anni.

Come sei riuscito nella trasposizione delle parole in immagini, soprattutto in un caso come questo, in cui le parole suggeriscono già situazioni ben definite, che partono da un vissuto?

Hai detto bene, parlando di vissuto; infatti la vita mi ha messo di fronte a un’esperienza sentimentale, che sotto certi aspetti mi ha ricordato le situazioni della canzone, e a quel punto sapevo che potevo parlare di quella storia, perché il vissuto del protagonista si è intrecciato con la mia esistenza, anche se ovviamente non sono arrivato allo stesso finale tragico (ride, ndr.). Ho cercato di inserire una sensibilità più moderna, dando una voce più consistente alle ragioni della donna, che invece nella canzone ha solo una battuta. Oltretutto, volevo superare ogni stereotipo relativo al femminicidio, senza sottolineare la fisionomia di una Lella cinica, come appare dal punto di vista di lui, ma di restituire il punto di vista di lei. Per scrivere il suo personaggio, ho dovuto mettermi nei suoi panni, e ho scoperto aspetti che altrimenti non sarei riuscito a cogliere. A mio parere, infatti, il personaggio meritava un ulteriore approfondimento, che andasse oltre una semplice battuta.

Ultimamente si parla molto del rapporto fra violenza, anche sulle donne, e arte? Possono le varie forme di arte rappresentarla?

Per me non è importante la tematica, ma come la si affronta; tutto può essere considerato attuale, ma in altri casi esistono mode, e artisti che le seguono non sempre in modo disinteressato... Alla fine, però, contano la sincerità, la delicatezza, perché si vanno a toccare tematiche che sono state vissute davvero da molti spettatori. Per questo ho cercato di costruire un ponte fra passato e presente, facendo arrivare allo spettatore non solo il fatto violento, ma anche il ricordo di una storia d’amore, che vive attraverso i flashback, tutti girati in esterni, vicino al mare, all’aria aperta, con una luce molto chiara, quasi da sogno. Invece, la parte del presente è tutta girata all’interno, in un luogo chiuso, caldo, che ricordano un confessionale, intimo.

Nel film ci sono alcune sequenze molto ricercate, dense di significato anche estetico; puoi raccontare la genesi della sceneggiatura?

Abbiamo fatto molti sopralluoghi sui posti dove intendevo girare, e alcune scene sono state pensate proprio lì; ad esempio, quando ho visto uno specchio, vicino al bar luogo del primo incontro fra i due amanti, ho subito immaginato che questo potesse assumere un ruolo importante, attraverso una sorta di campo e controcampo, in cui l’uomo chiama per la prima volta Lella per nome. Lui invece è l’unico a non essere chiamato per nome, come invece spesso avviene nei fatti di cronaca. Lo specchio mi ha quindi ispirato al momento, e devo dire che ha condizionato anche la scelta delle luci e delle combinazioni dei colori, con il contrasto fra il rosso e la luce chiarissima della scena. Infine, non intendevo dare una connotazione definita al luogo, per evitare che l’appartenenza alla città emergesse solo dai dialoghi, ma non dai posti.

Qual è stato il tuo rapporto con gli attori?

Per la prima stesura ho dedicato un’ora al giorno, per un mese, ritagliando lo spazio per la scrittura e sottraendolo ai miei molteplici impegni; ho poi sottoposto il progetto a Tommaso De Santis, con cui mi sono confrontato, e in seguito ho elaborato la sceneggiatura con Matteo Gussoni. Per gli attori, invece, conoscevo solo Giacomo Bottoni, che mi sembrava il volto giusto per il protagonista del corto, mentre Barbara Chichiarelli mi è stata proposta, la sera stessa l’ho incontrata per caso, e mi ha subito colpito, perché mi sembrava una bellezza che sfugge al canone attuale, più vera e reale; anche Barbara ha subito accettato il progetto. Ho lavorato per un mese preparando le scene, e mi ha facilitato il fatto che, essendo anche attore, provo prima su di me l’effetto che può scaturire dalla scrittura; ma sono anche molto aperto ai contributi altrui, e ho accolto ogni suggerimento degli attori.

E con gli autori?

Con Stelio Gicca Palli, e soprattutto con Edoardo De Angelis, il rapporto mi preoccupava: avevo letto che avevano preso le distanze dal pezzo, e temevo che il progetto non sarebbe stato accettato; così ho girato il corto senza avvertirli, ma li ho invitati a una prima proiezione, e lo sguardo di Edoardo alla fine ha detto molto più di mille parole. Ho capito allora che la mia “Lella” era apprezzata anche da loro; ora Edoardo e io siamo amici, ci sentiamo spesso, ci incontriamo, anche durante le celebrazioni per i cinquant’anni della canzone, e ho scoperto così una persona squisita, sotto certi aspetti una guida per me.

Lella ha avuto già molti riconoscimenti; ti senti lusingato? Te lo aspettavi? Ti sei sorpreso? Ti ha spinto per progetti futuri?

Sono sempre dell’opinione che il lavoro e la crescita di un artista siano il segmento in cui avviene la crescita e ci si arricchisce; già di questo sono soddisfatto, tanto che ho dovuto rinunciare a girare alcune scene, perché ho prodotto da solo questo progetto, dopo un 2018 piuttosto fruttuoso come attore, e ho rischiato in prima persona, curando con attenzione il budget e i tempi. Nel momento in cui però ho realizzato di aver vinto un festival, ho capito di avere emozionato anche molte altre persone, e questo ha indubbiamente dato una fiducia rinnovata al mio percorso.

Ultima domanda: il tuo trascorso di freestyler ti porta ancora e interessarti della forma canzone? Come giudichi la scena rap in Italia, e che strada potrebbe prendere?

Un rapper che ascoltavo da ragazzino, quando facevo rime nella piazzetta e delle battle in giro per l’Italia, diceva che il rap era musica di denuncia o musica da denuncia…è stata fin da subito lo specchio della società, privilegiando le parole e i concetti rispetto all’impianto musicale, per denunciare ciò che, secondo il punto di vista dell’autore, non è corretto. Personalmente ora ho molta difficoltà a seguire la scena rap di oggi, anche perché molti hanno cambiato genere o fanno i produttori, ma continuo a ascoltare le canzoni dei Sangue Misto, un gruppo che si è sciolto ormai vent’anni fa, mentre mi interessano molto personaggi come Salmo o Rancore, perché li ritengo validi e spero che abbiano una continuità più originale, che ridia vita al mio genere preferito.