Jules Not Jude

Jules Not Jude

Miracolosa perfezione pop


29/12/2013 - di Dario Rivera Magos
Guardando la recente classifica degli album italiani più venduti del 2013 non si può fare a meno di storcere il naso e porsi parecchie domande, ma questa è un’altra storia, troppo complessa per essere affrontata in questa sede. La storia che invece ci interessa è quella dei Jules not Jude, giovane band bresciana che muove i primi passi nel tortuoso sentiero della discografia e che fa sperare, insieme ad un nutrito gruppo di band emergenti, di riuscire nella non facile impresa di alzare l’asticella dei “prodotti” (che brutta parola) musicali offerti agli ascoltatori. E sì, perché i Jules not Jude, oltre ad essere talentuosi musicisti, hanno nelle loro corde una spiccata attitudine pop che li rende potenzialmente capaci di conquistarsi importanti spazi nella classifiche di vendita dei prossimi anni. A loro il compito di aiutarci a conoscerli un po’ meglio e di svelarci dove hanno intenzione di arrivare.
Jules Not Jude sono:
Simone Ferrari: voce, chitarre acustiche ed elettriche, piano e tastiere 
Andrea Buffoli: chitarre elettriche, sintetizzatore, cori e sound fx 
Mauro Parolini: basso, percussioni, cori e groove 
Daniel Pasotti: batteria, batteria elettronica, percussioni

Mescalina: Tre anni: questo il tempo che ha separato l’uscita del vostro primo album in studio, All Apples Are Red, Except For Those Which Are Not Red, da The Miracle Foundation. Quali sono state le ragioni che hanno fatto sì che passasse tutto questo tempo? Può aver pesato in qualche modo la pressione per l’aspettativa che si è venuta a creare intorno a voi?

Jules Not Jude (Simone Ferrari): Tra All apples… e The Miracle Foundation ci sono capitate talmente tante cose da non essermi nemmeno reso conto che fossero passati tre anni. In mezzo ci siamo dedicati a due Ep. Abbiamo suonato tanto e siamo riusciti a suonare all’estero che era ciò che più desideravamo fare da quando abbiamo iniziato a suonare. Ecco forse le ragioni di questa attesa.

Mescalina: Come intendete muovervi nei prossimi mesi? Farete molte date live per promuovere il disco, e se sì, cercherete di suonare molto anche fuori dal nostro Paese?

Jules Not Jude: Nei prossimi mesi il desiderio è uno soltanto: suonare. Vogliamo promuovere questo nuovo disco ovunque sia possibile, vogliamo suonare tantissimo e attraversare questo paese in lungo e in largo. Dopo aver suonato all’estero una volta, non esiste più la possibilità che tu non ci voglia andare il prima possibile, quindi sì, già fantastichiamo su un tour estero dopo l’estate magari lunghissimo che tocchi più nazioni possibili.

Mescalina: Ascoltando la vostra musica non si può fare a meno di cogliere la non trascurabile influenza dei Beatles, aspetto spesso sottolineato dagli addetti ai lavori. uesta QqqqdddsssQuesta cosa vi infastidisce in qualche misura?

Jules Not Jude: Come può infastidire essere anche solo avvicinati al nome dei Beatles? No non ci infastidisce, assolutamente. Ma ditemi una band indie (pop, rock…) che canta in inglese che non ricorda vagamente qualcosa di beatlesiano! Diciamo che, se i precedenti lavori erano fortemente influenzati da una serie di ascolti più o meno legati a quel periodo, questo disco cerca di valorizzare un aspetto più personale legato al suono dei Jules not Jude: abbiamo cercato di creare un nostro suono. Jean-luc Stote, famoso speaker radiofonico bresciano, ha colto perfettamente l’argomento sulle nostre influenze dicendo che pensando a noi, forse i Beatles gli venivano in mente, ma non riusciva a ricordare alcun pezzo loro simile a uno nostro. Ed ecco che, insieme, siamo convenuti sul fatto che forse i nostri pezzi suonano Jules not Jude.

Mescalina: Quali sono gli altri “riferimenti” musicali dei Jules Not Jude, quelli che ne rappresentano meglio il background, e quali i vostri attuali ascolti?

Jules Not Jude: Abbiamo un background ognuno completamente differente dall’altro, c’è chi di noi  arriva dalla psichedelia anni ’70, chi dall’indie-rock dei primi ’00, chi dalla black music americana e chi dall’elettronica. I nostri ascolti sono sempre stati molto differenti e forse questo che è apparentemente un freno può risultare un ottimo pregio per una band. Permette a ciascuno dei componenti di assorbire dagli altri e farsi ispirare continuamente. Attualmente stiamo veramente ascoltando cose diversissime: Mauro sta ascoltando i Nine Inch Nails, Daniel l’ultimo disco di Jon Hopkins, Andrea gli Extra Golden, un gruppo afro-californiano e io (Simone) l’ultimo disco di Jonathan Wilson.

Mescalina: La vostra scelta di cantare in inglese è legata più ad una questione “estetica” e di musicalità della lingua anglosassone per il tipo di musica che proponete o dipende dalla precisa volontà di essere più internazionali e quindi “sdoganabili”?

Jules Not Jude: Sicuramente la musicalità della lingua inglese con il tipo di musica che proponiamo si sposa perfettamente, ma il progetto è nato con la volontà di essere il più internazionali possibile, con il desiderio di non avere confini e limiti, con la speranza di poter oltrepassare al più presto il nostro Paese per poterci proporre ad un mercato più vasto. Cantare in inglese in Italia talvolta risulta ancora un limite, un confine. Ma non voglio pensare duri ancora per molto questo freno a mano che continuiamo a tenere tirato.

Mescalina: I testi di The Miracle Foundation trattano prettamente questioni legate alla quotidianità e al malessere delle nuove generazioni: anche questa è una scelta ragionata o scaturisce semplicemente da una  naturale urgenza comunicativa?

Jules Not Jude: Ogni testo di The Miracle Foundation nasce da un’urgenza comunicativa. Ci siamo resi conto solo alla fine della stesura di tutti i testi che esisteva un filo conduttore legato ad uno stato di malessere in differenti situazioni della quotidianità. Non era nostra intenzione fare qualcosa che si avvicinasse ad un concept album, ma alla fine pensiamo possa essere considerato qualcosa di simile.

Mescalina: Viviamo in un Paese che non brilla di certo in quanto a meritocrazia e spesso pretende compromessi e riserva umiliazioni a chi cerca anche semplicemente di ritagliarsi un proprio spazio di dignità: trovate che l’ambiente discografico italiano da questo punto di vista sia un’isola felice?

Jules Not Jude: L’ambiente discografico italiano rappresenta perfettamente la mancanza di reale meritocrazia e umiliazioni annesse che sono simbolo del Paese in cui viviamo. Per fortuna, però, come in ogni ambiente legato a qualcosa di artistico, talvolta c’è qualcosa che brilla così forte da riuscire a farsi notare lo stesso. Dà speranza, di certo non certezze.

Mescalina: Per un qualsiasi ragazzo, magari anche per molti dei vostri amici, emigrare per lavoro è ormai molto spesso un sacrificio necessario piuttosto che una scelta: per un musicista andare fuori dal proprio contesto e restarci più o meno stabilmente dovrebbe rappresentare in genere un punto d’arrivo e non la presa d’atto di un fallimento. Anche per voi è così?

Jules Not Jude: Già il fatto che in Italia un musicista debba fare un altro lavoro per poter continuare a fare ciò che più ama è la presa d’atto quotidiana di un fallimento che ti fa venire voglia di partire. Molti dicono che non è andandosene che si cambiano le cose, quindi, nel nostro piccolo, ci autoconvinciamo che andare fuori dal proprio contesto debba essere considerato un successo, un piccolo successo. Non credo poi debba mai esistere un punto d’arrivo per chi sceglie di fare musica o forse non dovrebbe esistere in generale. Talvolta vederla così ti spinge più in là di dove avresti mai pensato d’arrivare.

Prossime date live della band:

01 Febbraio 2014
Martinsicuro (TE) @ Gala Cafè

22 Febbraio 2014
Exhibition Night   // Bergamo @ Edonè

14 Marzo 2014
Brescia @ Lio Bar

Contatti e info:

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