De Sfroos

interviste

De Sfroos Passato, presente e futuro: tre domande per i quattro cavalieri del tempo

29/09/2020 di Laura Bianchi

#De Sfroos#Italiana#Canzone d`autore

Incontrare, venticinque anni dopo, i De Sfroos, Davide Van De Sfroos (Davide Bernasconi), Alessandro Frode (Alessandro Giana), Didi Murahia (Arturo Bellotti) e Lorenzo Mc. Inagranda (Lorenzo Livraghi), è un'autentica emozione. Il gruppo, che sta presentando, in una serie di showcase, l'edizione rimasterizzata del disco di culto "Manicomi", è il primo a riaprire il Teatro Sociale di Como dopo la chiusura forzata. E l'atmosfera serena che si respira nella band si coglie anche da questa intervista a quattro voci, che lega insieme le tre dimensioni del tempo.
D. Uno, due, tre, quattro: quattro musicisti, quattro amici che hanno condiviso slanci e sogni della giovinezza, quattro "ciulandari" (secondo la vostra definizione) con ancora tanta voglia di suonare e divertirsi, quattro cavalieri che tornano in sella, per cavalcare il tempo. Riuscite a tornare indietro con me nel passato, e ricordare quale musica ascoltavate da giovani?

Lorenzo: Io ho amato, dai 14 ai 16 anni, il jazz, jazz-rock, che ho abbandonato in maniera molto drastica per la musica nordamericana, in particolare il fingerpicking, quindi Leo Kottke, John Fahey o  Peter Lang. Dopo ore passate a suonare la sei o la dodici corde, non potevo non rimanere fuori dal mondo del folk americano, suonato con la chitarra acustica. Quindi ho iniziato a comprare un violino, un mandolino, un banjo, un autoharp, tutto quello che poteva suonare acustico. Ho perso qualche anno della mia vita a provare a creare qualche suono che fosse mio...quando è stato il momento di dare il mio contributo al calderone De Sfroos, ho provato a buttare dentro il mio mondo.

Davide: Il primo disco che ho comprato, alla Upim qui a Como, è stato "Gelato al cioccolato" di Pupo, seguito poi da Loredana Bertè, Le Orme, Sergio Endrigo e Georges Moustaki, insieme a Nino Ferrer... non ho mai voluto mettere barriere. Anche oggi ascolto tutto; forse ho un po' di problemi col reggaeton e coi trenini di quei samba commerciali che si fanno a Capodanno...ma la musica western o nordeuropea ha lasciato importanti tracce, e, nel momento in cui mi sono misurato con lo scrivere canzoni, anche da ragazzino, ero molto spinto verso il folk;  un disco che mi prestò Sench dei Potage, e che mi ha segnato, è stato quello della Furey Family e di Dick Gaughan, oltre a quello dei Moving Hearts di Christy Moore: questi mi hanno fatto avvicinare alla musica scoto irlandese. Poi, è stato tutto un viaggiare fra il Punk, il Metal, il Jazz, il Rock, il Noise...e non ho mai avuto problemi di distinzione fra generi!

Alessandro: Il primo disco acquistato è stato uno dei Popol Vuh, mentre i miei mi regalavano la sigla di Mork e Mindy...devo dire che  anch'io ascoltavo di tutto, partendo dalla classica, per arrivare alla musica degli anni '70, sperimentale, passando attraverso tutto quello che poteva essere la musica indie, sia inglese sia americana. Mi piacevano molto quei gruppi tipo Residents,  oppure i Wall of Voodoo; ci hanno segnato i Pogues, i Waterboys, Les Negresses Vertes, per la verve e per il melting pot... e non ci siamo mai risparmiati. Immagino di aver ascoltato veramente qualsiasi cosa, ovviamente tenendo po' alla larga le cose troppo scontate e troppo commerciali.

Arturo: Il mio primo disco è stato dei Led Zeppelin; ascoltando John Bonham, provavo a imitarlo con pentole e mestoli (già allora mi piaceva cucinare...). Un mio amico, che andava spesso in Inghilterra ed era un cultore di musica rock, come Jethro Tull e King Crimson, mi ha consigliato di suonare la batteria, e ho iniziato ad appassionarmi e suonare in gruppi rock blues. Avevo smesso di suonare, mi ero sposato, ma, grazie a Gianluca Verga, ho incontrato i De Sfroos; per loro sarebbe stata sufficiente una batteria semplice, cassa, rullante, charleston e basta...invece ho arricchito il loro suono con un tiro diverso, che si sente anche nel disco, con un'influenza ska e rock.

D. E adesso, sul palco, come vi trovate? Qual è stata l'alchimia per cui sembra che abbiate suonato insieme durante tutti questi anni, mentre state provando da poche settimane?

Lorenzo: La sfida è cercare di non commettere gli errori del passato, quindi di fare una marmellata sonora, ma io ci tengo, se è possibile, ad estrarre un suono acustico in questa avventura, e  pare che si possa fare. Certo, anche quello che ci viene offerto a livello di ausilio tecnologico non è quello col quale ci muovevamo allora in autogestione; si spera che il suono abbia un trend diverso e valorizzi tutti i contributi...

Davide: Per me l'oggi è molto associabile a quello che una volta mi disse un saggio: "tutto quello che hai è questo istante"... l'ho allargata un po',  perché io non sono un asceta, e dico che quella che abbiamo oggi è un'occasione splendida per riprendere in mano qualcosa che era rimasto in sospeso, e  poterlo ancora portare alla gente.  Dal punto di vista del suono, avremmo potuto cominciare fin da subito cercando di stupire con effetti speciali, mettendo già dentro musicisti che sostituissero chi manca. Abbiamo invece preferito partire scandendo esattamente quello che era radicale e basilare. Io ho la sensazione che al momento ci stiamo riuscendo: è molto roots, è molto flat, ma almeno non ci permette di inserire troppi suoni che non sono ancora rodati...

Alessandro: ...sì, suoni che erano più facili da gestire in studio di registrazione, perché, con le attrezzature a disposizione anche all'epoca, si riusciva a dare un impasto credibile, però dal vivo il più delle volte era complicatissimo, anche perché la sovrapposizione della chitarra elettrica, che aveva sempre volumi assurdi, e le velocità di esecuzione, al limite della follia, rendevano la cosa abbastanza difficile anche da cantare; il tutto era veramente super ritmato e seguiva anche lo spirito nostro dell'epoca. Il ritrovarsi adesso, a distanza di 25 anni, è stata una bella sorpresa, perché riusciamo a comunicare ancora attraverso gli stessi canali, però con più consapevolezza, con più pacatezza. Questa formazione asciugata rende l'idea dell'originalità iniziale, per cui emerge lo spirito del divertimento, che ci anche fatto accettare questa sfida; abbiamo infatti messo come premessa proprio il fatto che non fosse una cosa forzata, forzosa, ma che che ci portasse del divertimento,un'esperienza, l'occasione anche di rivivere dei legami interrotti di colpo, e, grazie a questa magia, riaperti molto spontaneamente. La spontaneità e l'allegria stanno, credo, uscendo fuori, ed è quello che a noi preme dare. Poi, in questo momento, dopo quello che tutti abbiamo passato, ci vuole un segnale positivo, un po' di allegria, qualcosa che apra, perché siamo tutti claustrofobici e abbiamo voglia di sole, di luce, di uscire, di fare, di vedere gente, di toccare gli altri... Ad esempio, ieri sera siamo stati alla Latteria Molloy, e hanno aperto l'interno per la prima volta con noi! Ne siamo stati contentissimi, perché volevamo dare un segnale e il nostro apporto, in un posto come Brescia, che ha sofferto pesantemente questo periodo.

Arturo: Mesi fa, quando è nata l'idea di questo disco, non avrei mai pensato di andare a suonare al Sociale di Como...ma mi sento tranquillo, perchè ci impegniamo, c'è sempre rispetto fra noi, ed è questo che conta. Se pensi che abbiamo provato quattro o cinque volte...credo che molto conti l'esperienza, però è cresciuto anche il rispetto. Ad esempio, anche nel rapporto con i suoni acustici di Lorenzo, ora mi rendo conto di cercare di bilanciare le sue esigenze con le mie. Spesso si dice che le persone cambiano; ma noi siamo cresciuti, abbiamo imparato dagli sbagli, e il nostro ritrovarci è capitato nel momento giusto, è stato naturale, senza sforzarci, ma cercando di dare il meglio di noi...perché io mica voglio far fare figure ai miei amici!

D. Ultima dimensione...il futuro. Cosa pensate di potere ancora dare, a voi stessi e al pubblico?

Arturo: Sono certo che anche in questo caso, se nascerà qualcosa, succederà come abbiamo sempre fatto, in modo spontaneo. La curiera è nata così: un giro di chitarra, uno dava il suo contributo, a turno si arricchivano le idee...e si trovava il giusto ritmo, il giusto pezzo, sentito da tutti. Credo molto nella spontaneità e nella naturalezza. L'importante è che ci siamo ritrovati tutti!

Alessandro: Certo, dobbiamo dire che, se all'epoca eravamo ragazzi molto esuberanti, con idee musicali legate anche al periodo e a un determinato tipo di musica, ora, col passare degli anni e delle esperienze, questo momento ci rivede divertirci mentre suoniamo, disponibili e aperti a fare nuove esperienze, a dire qualcosa di diverso. Per adesso ci stiamo impegnando nel ricostruire un gruppo, un'unità che comunque è difficile da ricreare, perché non siamo tutti. Ora bisogna ripensarla in una dimensione più prosciugata, che però ci permette anche, ad esempio, di sentire meglio Lorenzo, di pensare meglio la struttura del pezzo e di interpretarlo con un tono più aperto a qualsiasi possibilità. Non abbiamo ricominciato con un intento commerciale, ma abbiamo trovato vero piacere nel suonare e nel ritrovarsi. Secondo me questo potrebbe anche portare alla creazione di qualcosa di nuovo...oppure ci porterà semplicemente a suonare queste canzoni, che comunque ci stanno dando una grande e sorprendente soddisfazione:  non ci aspettavamo di trovarci qui oggi, a rifare pezzi di venticinque anni fa, soprattutto con questo spirito. Ci dicono che stanno ancora in piedi... ne sono contento...magari scricchiolano ogni tanto, perché tutti noi non abbiamo più vent'anni e gli acciacchi, come ben sappiamo, si fanno sentire...però siamo ancora noi, tutto sommato: lo spirito non è cambiato, siamo forse solo più tranquilli, perché non abbiamo nessuna ansia, e la tranquillità potrebbe anche servire a focalizzare meglio la realtà e forse a creare.

Davide: Anche se abito davanti al lago, tendo a vederlo sempre come qualcosa che ha a che fare col mare, con l'onda,  che può sorreggere una nave, che può navigare grazie a lei,  oppure uno tsunami, che la spazza via completamente. Dal punto di vista creativo e della nostra produzione è la stessa cosa; il futuro, si spera sempre di poterlo navigare con il mezzo adatto. E io, oggi come oggi, sono più vecchio, non sono più in grado di fare il pazzo, di suonare alla velocità di un tempo...però d'altra parte mi sento molto più rispettoso del brano, perché nel corso degli anni sono diventato più preciso, e questo può compensare quello che non c'è più. Per me, il futuro, come disse Uccio Aloisi, un grande suonatore di pizzica molto famoso nel Salento, è una cosa che, quando sei giovane, è molto profonda, ma, più vivi, meno ne sei sicuro. Ecco: per me, il futuro...è l'onda.

Lorenzo: La gioventù, spinta dall'ambizione, non intesa in modo negativo, dal desiderio di realizzarsi, è una realtà che non ci appartiene più; adesso, per quello che mi riguarda, perché tra l'altro sono anche il più vecchio, l'importante è invecchiare in un modo che possa includere la sperimentazione e la ricerca di soddisfazioni senza autoreferenzialità, mantenendo un equilibrio.  Poi mi rendo conto che è difficile trovare l'equilibrio per accettare le cose nella maniera corretta; ma questa è una sfida che credo proprio che si possa affrontare in maniera decisamente positiva.

 
Foto di Giuliano Ruggeri