Pierangelo Valenti

interviste

Pierangelo Valenti Tutto, o quasi, è iniziato con lui. Intervista a Pierangelo Valenti

28/10/2020 di Nicola Olivieri

#Pierangelo Valenti#Rock Internazionale#Rock

La musica non è solo quella suonata. C’è stato un tempo durante il quale la musica “scritta” sulle riviste specializzate, da critici ed esperti, era importante almeno quanto i dischi e gli artisti stessi di cui trattava se non di più. Una recensione poteva far aumentare le vendite di un disco e una critica poteva stroncare una carriera. I critici detenevano il potere di condizionare il mercato e l’industria discografica.
Oggi le cose sono profondamente cambiate, ma quanto avvenuto negli anni a cavallo tra la fine degli anni’60 e la metà degli ’80 del ‘900, ha ancora un valore imprescindibile per chi ama il rock e derivati. Nel 1977, a Roma, nasceva Il Mucchio Selvaggio, la prima, e per il sottoscritto, la più importante rivista rock italiana di quegli anni. Con il Mucchio Selvaggio diretto da Max Stèfani, finalmente anche nel nostro paese si potevano leggere articoli non solo sul rock, ma anche sul folk, l’old time, il bluegrass, lo swing, il blues e il country. Ad alcuni redattori di quel mensile, la mia generazione deve moltissimo. Grazie al lavoro di ricerca e divulgazione di alcuni di essi, molti giovani di allora hanno ascoltato musica nuova e conosciuto artisti riconosciuti universalmente come veri maestri. 

Pierangelo Valenti è stato uno dei redattori del primo nucleo del Mucchio Selvaggio ed è colui che ha scritto (tanto) di musica popolare nordamericana e non smetterò mai di ringraziarlo per averlo fatto.  Oggi, ma già da molto tempo, Pierangelo  è considerato un vero punto di riferimento, per le sue conoscenze e la sua grande cultura musicale. Parlare con lui, leggere le sue storie, i suoi articoli equivale a bere un bicchiere di acqua fresca quando si è molto assetati. Ecco il frutto della chiacchierata avuta con lui pochi giorni fa. 

Ciao Pierangelo, grazie per la tua disponibilità e per il tempo che mi hai dedicato.Sei stato una firma importante (e severa) della stampa specializzata italiana, oggi lo sei su Facebook con i tuoi post quotidiani. Tra il 1970 e il 1980 sei stato il primo che ha iniziato a scrivere di musica tradizionale e popolare nordamericana come l’old time e non solo. Sei consapevole di aver letteralmente educato all’ascolto di quella musica un’intera generazione di lettori, alcuni dei quali hanno anche iniziato a suonare grazie ai tuoi articoli?

All’epoca non me ne rendevo conto e, a dire il vero, ben poco mi importava. Avevo avuto la grande fortuna e l’opportunità di poter scrivere della musica che mi appassionava prima nella rubrica Music Box di Suono ed in seguito sulle pagine di una nuova rivista, Il Mucchio Selvaggio, dedita principalmente al rock e tanto mi bastava. Anche come direttore di Hi, Folks! dal 1983 al 1986 non ho mai avuto la piena sensazione di aver contribuito ad aprire delle porte nuove al sapere musicale nostrano. Devo dire onestamente che questa consapevolezza mi si è palesata solo qualche tempo dopo incontrando on the road lettori e musicisti con lo stesso mio interesse. Il non plus ultra è arrivato però con Facebook attraverso il quale, dopo decenni, molti di questi ex lettori e musicisti me lo hanno manifestato pubblicamente gratificandomi e facendomi commuovere. 

Sei anche un conoscitore della scena rock inglese (con annessi e connessi) degli anni '60 e '70. Da un certo punto hai concentrato la tua attenzione dall’altro lato dell’oceano (almeno sulla carta stampata). Cosa ti ha spinto a seguire questa nuova strada in tempi in cui la rete non esisteva? Come ci sei riuscito?

Per quanto riguarda l’old time ed il bluegrass, come molti della mia generazione, una delle vere e proprie rivelazioni è stato l’album Will The Circle Be Unbroken della Nitty Gritty Dirt Band al quale molte icone del country in senso lato parteciparono e si fecero conoscere da un pubblico infinitamente più eterogeneo di quello a cui erano abituati. Poi sono arrivati prepotentemente la curiosità, il bisogno di sapere, l’avidità di conoscere, la volontà di approfondire altri musicisti lungo una strada che a mala pena lasciava intravvedere la fine. Per fare un esempio, uno dei miei percorsi a ritroso, casuali o meno: tramite Jim Ringer, un cantautore degli Ozarks, mi imbattei nel mandolinista old time californiano Kenny Hall e dal suo repertorio emerse Charlie Poole, uno dei banjoisti old time più influenti e così via… Più o meno la stessa cosa è successa con il blues: ascolti Mississippi John Hurt e dietro all’angolo sono appostati Bo Carter, Furry Lewis, Blind Willie McTell, Robert Johnson ecc. Idem con il ragtime, il cajun, il tex-mex, il western swing e con molta musica etnica, compresa l’italiana, incisa dalle minoranze negli Stati Uniti tra le due guerre mondiale. Per il rock, che seguivo contemporaneamente, e ne scrivevo sotto pseudonimo, ero già da tempo in America fin dalla metà degli anni Sessanta con i Byrds come locomotiva e tutto il resto al traino. 

Leggo tutti i giorni i tuoi post. Non posso non pensare (con grande invidia lo ammetto) che hai accumulato una conoscenza enciclopedica. Spesso posti materiale di etichette indipendenti che oggi probabilmente non esistono più. Come mai non ci sono più tutte quelle etichette indipendenti che in passato hanno svolto un lavoro culturale eccellente di ricerca e di divulgazione della musica popolare. È calato l’interesse del pubblico?

Senza dubbio parecchie etichette indipendenti americane hanno cessato di esistere, non tanto per un calo d’interesse da parte del pubblico ma perché fagocitate da label economicamente più forti o con agganci sicuri con le major o semplicemente perché molti artisti oggi producono i loro lavori per conto proprio a domicilio contando anche sul fatto che molto know-how riguardante le tecniche di registrazione ecc. risulta facilmente accessibile non essendo più monopolio esclusivo dei grandi cartelli. Per il nostro Paese il discorso cambia. Qui l’interesse è calato vistosamente per il semplice fatto che di questo argomento o genere (old time e derivati, folk, musica acustica in tutte le sue forme) non parla e tantomeno scrive più nessuno o quasi. Se manca una guida cade tutto e l’interesse scema progressivamente, gli esempi in anni passati o recenti non mancano. 

Internet ha cambiato molte cose. Ha azzerato le distanze, annullato i tempi di attesa, molto materiale è disponibile subito e puoi contattare una persona in tempi brevissimi. Una volta era molto diverso, molto più complicato soprattutto fare il lavoro di divulgatore. Oggi, secondo te, un giovane interessato a certa musica da che parte deve iniziare. Quali siti consigli di consultare e quali pubblicazioni, libri dovrebbe iniziare a leggere ma soprattutto con quali dischi iniziare.

Per quanto riguarda la musica tradizionale e popolare nordamericana, sia per le riedizioni storiche che per i movimenti di revival e le pubblicazioni nella nostra lingua, in Italia siamo messi piuttosto male. A parte gli articoli e le recensioni attinti da varie riviste nel corso degli anni e raccolti con meticolosa pignoleria da Maurizio “Dr. Feelgood” Faulisi in un database on line intitolato The Long Journey (http://www.bcmai.it/tlj/default.asp), a cui rimando calorosamente anche per prendere visione di album fondamentali da ascoltare, ed un paio di vetusti libri dedicati al country in generale, fuorvianti l’argomento principe già dal titolo, non esiste nulla di specifico. Il mio consiglio è armarsi di buona volontà e pazienza e cominciare a navigare in rete esplorando, magari grazie a Google, siti stranieri, votati a questa musica. 

Raccontaci come riuscivi ad avere le tue informazioni (prima di altri) per scrivere poi un articolo, una recensione. Ti è mai successo qualcosa di divertente o strano?

Negli anni pre-internet le informazioni tempestive, esaurienti ed indispensabili si ottenevano abbonandosi gratuitamente ai cataloghi o alle newletters di molte etichette indipendenti su cui venivano indicate le nuove uscite, sia discografiche che letterarie, e che spesso riportavano anche recensioni particolareggiate delle stesse. Oppure, ad essere particolarmente fortunati e per scelta, si potevano contattare direttamente gli artisti, ben felici di ampliare il proprio raggio d’azione. Personalmente non sono stato mai molto d’accordo su quest’ultima via: farsi amico un musicista equivaleva ed equivale a correre il rischio di non essere sempre obbiettivi. L’ho provato qualche volta nel corso della mia “carriera”. Di episodi divertenti o strani potrei citarne parecchi. Ne racconto due in breve. Il primo. All’inizio del 1980 Stephen F. Davis, proprietario dell’etichetta indipendente americana di old time Davis Unlimited, mi comunicò che aveva deciso di chiudere definitivamente. Una mattina di giugno ricevetti un voluminoso pacco con il logo della label. Pieno di curiosità aprii la confezione: c’erano una quarantina di album, e qualche 45 giri, mai visti prima, metà almeno dei quali priva della copertina. Realizzai in seguito, decifrando i numeri di catalogo, che molti vinili erano già stati stampati ma, a causa della repentina cessazione dell’attività dell’etichetta, mancavano della parte grafica e non videro mai la luce. Il secondo. Nel 1983 in un appartamento del capoluogo lombardo incontrai Mike Seeger seduto ad un tavolino in piacevole conversazione con il chitarrista milanese Maurizio Angeletti. Il personaggio era una vera e propria fonte inesauribile di racconti inediti, succulenti aneddoti, esperienze, spesso inverosimili, riguardanti la musica tradizionale e popolare nordamericana e i suoi protagonisti. Ad un certo punto con gesto teatrale cavai dal cilindro un album acquistato a bella posta e fin ad allora tenuto nascosto aspettando il momento favorevole: l’edizione italiana, datata 1977, a cura dell’etichetta Albatros di Armando Sciascia, Songs From The Depression o Canzoni della grande Depressione. Un’autentica goduria per tutti i presenti nel constatare, dopo un attimo di smarrimento, l’espressione di incredulità e stupore dipinta sul suo viso: Mike confessò di ignorare persino l’esistenza di questa versione dell’originale long playing della Folkways chiedendo informazioni sui particolari e coccolandola letteralmente per l’intera serata. 

So che hai una invidiabile collezione di vinili. Cosa mi dici del digitale e dello streaming diventato la principale fonte di guadagno dell’industria discografica.

Non sono un cultore del digitale e dello streaming. Penso comunque che qualsiasi supporto o modo di divulgare e diffondere musica abbia per ciò stesso un valore inestimabile. Anche per una questione anagrafica io continuo ad ascoltare i dischi in vinile, soprattutto musica acustica a 360°, e rock su cd, con un orecchio particolare ai suoni in auge dagli anni Sessanta agli anni Ottanta. Dell’industria discografica e di tutta la musica legata al business non me ne importa. Soprassiedo. 

Sei un bassista e suoni in una band. Cosa suonate? Raccontaci qualcosa.

Dalla fine degli anni Sessanta ho suonato svariati generi (cover beat, jazz rock, prog, country rock, old time, persino liscio) in varie formazioni. Posso dire che da allora non ho mai smesso. Dal 1986 fino ad oggi ho un gruppo di rock blues elettrico, Band of Men, con un repertorio al 90% di composizioni originali ed il resto di cover che conoscono al massimo cinque persone, in pratica scelte per nostro esclusivo piacere personale. Non esistono cd ufficiali della band ma solo copie uniche da regalare agli amici e fan dello zoccolo duro. Ogni tanto, giusto per hobby o su richiesta specifica, capita un concerto offerto gratis ai richiedenti per beneficienza o quant’altro. Il divertimento e lo stimolo rimane comunque la sala prove tutte le volte che qualcuno del gruppo arriva con qualche nuova idea per un brano originale e gli altri danno fondo alla loro capacità creativa o alle loro critiche. 

I tuoi scritti sono, nella maggior parte dei casi, uno spaccato storico/sociale nel quale innesti storie di musica e di musicisti. Tante volte, leggendoti, mi sono chiesto spesso quanto c’è di vero e quanto di romanzato nelle belle storie che racconti. Perché non scrivi un libro con quelle storie?

Di solito non invento ma nella stragrande maggioranza dei miei scritti sulla musica tradizionale e popolare, intendendo con ciò non solo gli artisti ma anche melodie e testi di strumentali, canzoni e ballate, faccio supposizioni, cerco di immedesimarmi nel periodo storico, analizzo i protagonisti - ogni minimo particolare ha la sua importanza - azzardo conclusioni con un approccio e, possibilmente, un taglio scientifico, specie se le notizie riguardo i musicisti sono scarse o inesistenti. L’ho sempre fatto, fin dall’inizio, cercando in questo di avvicinarmi alla critica più o meno ufficiale che ha caratterizzato con molto anticipo il jazz ed il blues e, perché no, anche la musica anglo-scoto-irlandese. Quando invece mi diverto con la fantasia cerco di far uscire il lato ironico ed autoironico della mia personalità coinvolgendo artisti che in qualche modo mi hanno sempre intrigato anche al di là dell’aspetto strettamente musicale. Comunque le bugie hanno le gambe corte ed io le mie le mostro in pubblico sempre. Non scrivo libri, chi fosse interessato ai miei articoli può fare un copia/incolla e conservarli gratis. 

Per chiudere, quale libro hai letto recentemente che ti ha colpito in modo particolare e quale disco torna spesso sul tuo giradischi.

Ho trovato affascinante Tutti i racconti di Kurt Vonnegut, un autore americano non molto conosciuto ma particolarmente portato, efficace, interessante se non addirittura fenomenale in questa difficile forma letteraria che ho sempre amato, tanto da ricordarmi l’inarrivabile Cechov. Sembrerà alquanto strano ma ultimamente sul mio piatto o nel lettore stazionano le brass rock band, qualche artista storico di r&b o vecchi album di genuino country rock caduto da tempo immemorabile nell’oblio. Musica acustica temporaneamente in pausa. Grazie di cuore per l’attenzione.