Sycamore Age

Sycamore Age

Oltre i dattilografi del suono


28/04/2015 - di Nadia Merlo Fiorillo
Ancestrali e barocchi, spirituali e corporei, i Sycamore Age hanno il dono della trasmutazione degli opposti in un unicum alchemico, ma pur nella loro esagerata statura artistica mantengono intatta l’umiltà di chi fa musica per la musica. Medium del suono e per il suono, la band aretina arriva alla sua seconda uscita discografica, Perfect Laughter (2015), con tutto il carico della propria metafisica noise e in una formazione di sette straordinari polistrumentisti, mai autoreferenziali e sempre elegantemente selvatici. In continuità con il gusto ricercato del loro primo album, si confermano una tra le pochissime formazioni musicali in grado di reggere il peso della migliore tradizione indie italiana.
Nulla di nuovo, dicono loro, che non si sentono sperimentatori e nemmeno demiurghi dell’ultim’ora compositiva. Riprendono sperimentazioni altrui e le tradiscono in una bolla sonora che esplode originale, il vecchio e il nuovo insieme per sparigliare le carte in tavola, e dove finisce una tradizione musicale, dove inizia il suo trapasso non è dato saperlo. È la cifra della mescolanza, poliritmica fino allo sfinimento, il marchio impresso alla voce Sycamore Age, combo di polistrumentisti che con Perfect Laugther, seconda prova discografica, riabilitano il pop-rock in una scaltra appropriazione di sonorità scenografiche. Il prog-folk eccede in psichedelia, che porge il fianco a melodie cellulari di reprise minimalista, che si scontrano con la metrica della circolare africana: tutto s-regolato in un evento rituale e celebrativo che innalza la musica a gesto del suono articolato nell’ebbrezza del mito.

Sciamani del ritmo e della rarefazione acustica, i Sycamore Age avanzano invasati sul proscenio di corde, fiati, percussioni e archi, recitando la loro prodigiosa unicità e beffandosi di nomenclature da manuale.

Su disco o live, l’unico nome che li rappresenta è “spettacolo”.

Li abbiamo incontrati durante la loro data napoletana al CPA Live e abbiamo parlato di un po’ di cose, fino a concludere la nostra chiacchierata con una risata perfetta.

Mescalina: Nel titolo del vostro ultimo disco, Perfect Laugther, avete preso in prestito da Bukowski il concetto di risata perfetta per ironizzare sull’imperfezione umana. Mi riassumete un po’ il senso di questo vostro secondo lavoro?

Francesco Chimenti: Questa è solo una delle tante facce del disco, in cui siamo arrivati a ipotizzare la risata perfetta di una divinità che crea questo mondo proprio per alimentare la sua risata nei confronti del non sense che ci circonda.

Stefano Santoni: In quella frase Bukowski, coerentemente con la propria vita, descrive il punto in cui  raggiunge la divinità, l’essenza suprema mediante la negazione di sé stesso, del proprio io e della propria esistenza, arrivando a toccare il fondo. È toccando il fondo che, secondo lui, si raggiunge il divino e la risata diventa perfetta perché non ha più alcun difetto, venendo meno ogni dipendenza dalla società, da certe sue costrizioni e dalla vita quotidiana. Bukowski raggiunge il divino quando è ubriaco perso, totalmente fuori di sé e senza più alcun appiglio: questa cosa ci ha colpito così tanto che abbiamo deciso di metterla nel titolo del disco come suo filo conduttore.

Davide Andreoni: Se però consideri i contenuti presenti nel disco, siamo distanti dalla citazione di Bukowski, anche se il termine è incalzante e può essere preso come l’altra faccia della medaglia.

Stefano: Infatti, abbiamo totalmente rovesciato la medaglia. La risata perfetta di Bukowski è solo uno spunto, perché è lui in prima persona che si fa la risata quando raggiunge il Nirvana del peggio e nel peggio. Invece nel nostro caso si tratta di un Dio ipotizzato che contempla le bizzarrie del creato, le astrusità di cui parlava Francesco prima. Abbiamo, quindi, riletto la risata bukowskiana immaginando una divinità che crea l’universo in preda a una crisi di riso, un sorta di Dio folle, insomma.

Mescalina: E voi, invece, che rapporto avete con il divino e con la nostra religione, quella cristiano-occidentale, che poi è la base della nostra cultura e dei nostri valori?

Francesco: Ovviamente non possiamo generalizzare un’unica visione per tutti i Sycamore Age, ma non nego ci sia un dente un po’ avvelenato nei confronti della nostra religione, sulla quale ci piace anche ironizzare. Lo facciamo, però, sempre nel totale rispetto del pensiero e del credo altrui.

Stefano: Se guardi il video di Dalia ti accorgi subito che nella nostra visione non è mai presente uno spirito guerrigliero o polemico. Anzi, quello polemico è un atteggiamento da evitare sempre. Soprattutto l’accostamento di musica e polemica è pericoloso, più ancora della noia e della musica messe insieme. Riguardo alla nostra religione, comunque, siamo piuttosto attenti, anche compassionevoli, se vuoi.

Francesco: Personalmente mi spiace che un certo tipo di religione sia così radicato, perché il più delle volte si riduce a chiusura mentale. È innegabile, però, che insieme a tanti aspetti negativi la nostra religione abbia prodotto anche cose bellissime. In linea di massima siamo sempre a favore del dialogo tra prospettive religiose differenti, perché partiamo dalla consapevolezza della inutilità dell’uomo e dell’incapacità della mente umana di arrivare a delle risposte definitive. Da questo punto di vista è anche bello poterci giocare e lo facciamo con la nostra musica.

Stefano: Vedi, il senso del disco è stato anche questo: trattare il divino da vari punti di vista, senza però arrivare a una risposta definitiva, lasciando volutamente un margine di dubbio. In Noise Of Falls, per esempio, abbiamo parlato della divinità prendendo spunto dal mito delle Ondine, raccontando la storia di una di queste divinità nordiche e acquatiche.

La particolarità delle Ondine è quella di essere eterne, perché senza anima, ma quando si accoppiano con un essere umano e nasce un amore diventano mortali. Possono procreare, ma, avendo acquisito un’anima, come tutti i mortali invecchiano e muoiono. Il mito, però, avverte che se l’uomo le tradisce scatta un maleficio grazie al quale lui vive normalmente fino al momento del sonno. Quando si addormenta non respira più, quindi è costretto a restare sempre sveglio.

Questo mito esprime la debolezza umana, perché il protagonista della nostra storia, come tutti, non riesce a mantenere la sua promessa di fedeltà e il brano termina proprio in maniera angosciosa, con un respiro che si fa sempre più pesante. Il mito ci mette sempre a confronto con la fallibilità umana e in questo disco lo abbiamo utilizzato proprio per esprimere l’insensatezza della nostra condizione di esseri viventi.

Mescalina: Da un punto di vista strumentale, invece, pare che vi troviate molto a vostro agio componendo in casa utilizzando oggetti non canonicamente musicali, ma che producono ugualmente suono. Qual è il vostro concetto di musica e in che modo lo avete espresso in questo secondo disco?

Stefano: Per noi ogni oggetto è uno strumento, devi solo decidere dove inserirlo. Un violoncello ha un suono bellissimo, ma può non essere adatto alla sequenza sonora di un brano, mentre il suono di una bottiglia è perfetto per quello che stai cercando di esprimere.

Mescalina: Molto cageana come prospettiva.

Stefano: Ma è così! Cage è l’apice della sperimentazione musicale, dopodiché si può solo scendere.

Davide: Il fatto di usare oggetti che fungono da strumenti musicali è la testimonianza primaria del fatto che quello che a noi interessa e quello che abbiamo in mente nella realizzazione di un disco è il suono. La musica è un’arte che si sviluppa nel tempo, perciò quello che vogliamo fare è mettere in fila dei suoni nel tempo e creare una situazione. È come un dipinto che in realtà si consuma e cambia nello scorrere dei minuti, piuttosto che essere fisso: questo è il modo in cui noi lavoriamo e questa è la nostra idea di musica. Mettiamo dei suoni insieme, punto. Questo è l’atteggiamento primario e non ci interessa lo strumento in particolare o il virtuosismo… quello che ci interessa è il risultato sonoro, mettere insieme sonorità che devono avere delle impronte che ci rispecchiano in pieno.

Francesco: Non puntiamo mai al virtuosismo, anzi, accade il contrario, perché tendiamo ogni volta ad annichilirci per il bene del pezzo… per questo nascono brani totalmente diversi l’uno dall’altro e non ce ne frega niente che sia così.

Mescalina: Sembra strano che non badiate alla tecnica, visto che siete uno dei migliori gruppi italiani da un punto di vista dell’esecuzione strumentale.

Francesco: Nel nostro caso non è tecnica, ma ricerca.

Davide: Per far uscire come piace a noi la maggior parte dei suoni dobbiamo eludere qualsiasi conoscenza tecnica. C’è forse una tecnica come modus operandi, ma non come aderenza a norme o a regole da manuale.

Stefano: Consideriamo la tecnica come qualcosa di limitante e se fai arte la regola numero uno è rompere le regole, non essere, come accade a molti esecutori di musica classica, dei dattilografi del suono.

Mescalina: Proprio perché utilizzate degli oggetti di uso comune, almeno per la produzione della parte ritmica, siete in qualche modo costretti a riarrangiare i vostri pezzi per l’esecuzione live. È un po’ come passare dal libero gioco creativo a una composta serietà esecutiva. Vivete così queste due fasi?

Stefano: Tutt’altro. Ci sentiamo ancora più liberi, più giocosi e, se è possibile, spettacolari. Facendo musica ovviamente si cerca sempre di comunicare. Quelli che si suonano addosso hanno rovinato un po’ il dialogo musicista/ascoltatore, come pure l’attenzione verso i live e verso i dischi. Perché un certo disamore nei confronti della musica non dipende totalmente dalla crisi discografica. La colpa è anche di tanti musicisti che negli ultimi anni non hanno saputo comunicare bene. Non voglio dire che noi ci riusciamo, ma cerchiamo di farlo sia quando scriviamo che quando arrangiamo, quando produciamo e quando proponiamo i brani live. Brani come i nostri molto difficilmente riescono a funzionare dal vivo così come funzionano su disco, quindi facciamo tabula rasa, teniamo giusto il canovaccio del brano e dal vivo lo rifacciamo quasi ex novo.

Francesco: L’importante è che il brano riesca a rivivere, anche se in una luce diversa, e che sia visto, perché la musica live è soprattutto gesto, il gesto di una percussione o di una nota in più di basso. Suonare è un gesto, non soltanto quella particolare nota che ne consegue, e quel gesto va curato perché è uno spettacolo in sé.

Mescalina: Ho letto che per voi essere sperimentali oggi è una marcia in più all’interno di un mercato musicale che, per ovvie ragioni, tende ad esistere sempre meno. Dunque ha più senso essere di nicchia. In passato, però, la sperimentazione si è innestata benissimo sulla musica di massa, anzi l’ha influenzata e le ha fatto prendere derive più ricercate. Oggi è ancora possibile dare alla sperimentazione questo ruolo?

Stefano: Noi non siamo una band sperimentale, ci serviamo della sperimentazione altrui per impastare qualcosa che sia comunque pop, quindi una musica di grande comunicazione, perché è così che vogliamo sia la nostra. I brani che componiamo sono tutti molto semplici, diretti e vogliono colpire a livello emotivo, cosa che allo sperimentatore non riesce, visto che nella sua musica prevale di più il concetto, il lavoro di tipo mentale.

Mescalina: Però penso a un pezzo come In The Blink Of An Eye, che mi ricorda nel movimento veloce 2X5 di Steve Reich, dunque riuscite benissimo a unire la popular con la musica colta.

Francesco: Appunto quello che dicevamo prima. Questa è musica che ascoltiamo, che ci piace ed è inevitabile che entri nei nostri pezzi. Ci entrano i Beatles…

Mescalina: Che sono stati dei grandi sperimentatori…

Stefano: Sì, ma hanno sperimentato la libertà del comporre, non l’ossessione del concetto. Pensa a Ob-La-Di Ob-La-Da e a Revolution 9 inseriti nello stesso album.

Davide: Anche loro, in fondo, non sono stati sperimentatori, ma si sono serviti, proprio in Revolution 9, della musica classica di venti anni prima, riportandola in una struttura pop.

Mescalina: Ok… Perfect Laugther è il vostro secondo disco, ma nel frattempo avete pubblicato un album di remix e reworks delle tracce incluse nel primo album, ri-lavorate appunto da altri musicisti. Come vi sentite nelle mani di altri artisti e, eccezion fatta per i Julie’s Haircut, di cui avete remixato un pezzo, su chi vorreste mettere le vostre mani musicali?

Stefano: La posso sparare grossa [ndr. ride]? Secondo me fare un remix o un rework di un brano altrui è come far l’amore con una ragazza dopo che l’ha fatto con un altro. Questa è la mia sensazione. È già venuto benissimo, cosa c’entro io con questo pezzo?! L’abbiamo fatto con i Julie’s Haircut e lo abbiamo fatto con grande difficoltà [ndr. ride].

Non è per fare lo snob o lo schizzinoso, è proprio perché il rapporto con un brano è davvero una cosa intima, perché te lo curi, te lo formi come una tua creatura. Poi dei brani altrui io mi innamoro perdutamente, quando sono fatti benissimo e quando mi emozionano, quindi doverci mettere le mani dentro sarebbe come commettere un sacrilegio.

Ti racconto questo aneddoto molto divertente. Mentre i Julie’s Haircut rifacevano un nostro brano, pregavamo ogni giorno che non ci chiedessero di farne uno loro. Quando poi è arrivata la loro richiesta, siamo rimasti per mesi contratti e sconvolti [ndr. ridono] a ripeterci “ora siamo nella merda!”… questo per farti capire il nostro approccio [ndr. ridono].

Mescalina: Eh, sì, ci sta. Visto che già ve la state ridendo a crepapelle, ci salutate dedicando la vostra risata perfetta a qualcuno?

Tutti: La nostra risata perfetta la dedichiamo a John Cage e che da lassù se la goda, continuando a ridere come quando era vivo. Ma anche a Marcel Duchamp. Questa è gente che si è fatta veramente delle grandi risate, ridicolizzando in primis il loro stesso lavoro e dopo averlo ridicolizzato ne hanno fatto il loro punto di forza, diventando i maggiori artisti del ‘900. Insomma, sono quelli che si sono presi di più per il culo: ci sembra giusto dedicare la nostra risata perfetta a loro! [ndr. ridono!]

Info:

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