Marco Diamantini (Cheap Wine)

interviste

Marco Diamantini (Cheap Wine) Enunciare le proprie idee con schiettezza e senza giri di parole. La qualità dialettica di Marco Diamantini nelle sue risposte a 360 gradi su 23 anni di Cheap Wine ed un futuro ancora tutto da scrivere.

26/09/2020 di Fabio Baietti

#Marco Diamantini (Cheap Wine)#Rock Internazionale#Rock

Ritornano a viaggiare i Cheap Wine, la loro indole non contempla artifizi mediatici, la loro musica deve interagire con cuori e sguardi Un cammino lungo più di due decenni, tra ruvida schiettezza e un filo logico che molti non hanno compreso: l'Amore Marco Diamantini non ha bisogno di slogan per far arrivare il messaggio. Con un nuovo amico "di penna" che annuisce sornione
- Dopo 23 anni di carriera, ritieni che il vostro suono rifletta un percorso "lineare" oppure sia stato modificato da uno o più punti di svolta?

Ogni nostro album ha un suono diverso da quello che lo ha preceduto. Anno dopo anno, anche la scrittura dei pezzi si è modificata e la dinamica degli arrangiamenti si è mossa in varie direzioni. La nostra è una ricerca continua. Ci muoviamo nel solco di una tradizione, ma abbiamo sempre cercato un suono che fosse profondamente “nostro”, specchio delle atmosfere e delle emozioni che vivono dentro di noi. Abbiamo sempre evitato di ripeterci, anche quando sarebbe stato conveniente. Da un punto di vista più tecnico, l’ingresso di Alessio ha portato nuovi colori nelle nostre sonorità e le sue interazioni con la chitarra di Michele offrono mille possibilità. Inoltre, a livello ritmico, Alan e Andrea amano esplorare tempi poco scontati. L’espressione di queste diverse personalità forma un progetto artistico che di lineare ha soprattutto l’attitudine alla curiosità. Tentiamo sempre di restare lontani dalla prevedibilità, per quanto possibile.

 

- I tuoi testi (raccolti e tradotti in un bel libro del 2017) sono stati spesso valutati come rabbiosi, pregni di un "pessimismo cosmico" poco incline alla speranza. Recentemente, però, hai affermato che "le mie sono tutte canzoni d'amore". Qual è, alla fine, la chiave di lettura definitiva del Diamantini autore?


Non condivido questa linea di pensiero. I miei testi non sono pessimisti né poco inclini alla speranza. Al contrario, raccontano gli stati d’animo di personaggi che hanno esistenze complicate ma che continuano a combattere, non si arrendono, cercano un riscatto e hanno sogni che sconfinano nell’utopia ma non smettono di lottare. Non c’è mai disperazione, ma solo ribellione e spirito provocatorio. E’ vero, invece, che emerge una rabbia potente ma “critica”, costruttiva e non fine a sé stessa. Non sono un ribelle senza causa: le cause le conosco bene. Il mio tentativo è quello di esplorare i meccanismi che si muovono dentro di noi quando il destino ci mette di fronte a situazioni complicate. Sono sempre stato affascinato dalla psiche e dall’anima dell’uomo, dalla sua reazione di fronte alle difficoltà. Per questo le mie sono tutte canzoni d’amore. Perché sono mosse dall’amore per la vita, dal sogno di raggiungere una liberazione e qualcosa di migliore. 

- Avete la fortuna di avere uno stuolo di fans, numerosi ed appassionati. Pensi che lo stretto rapporto che i Wine Heads hanno da tempo con voi sia di cieca fedeltà oppure hai avvertito un'evoluzione, parallela a quella della vostra proposta musicale?


Non credo sia di cieca fedeltà. Penso che alcuni di loro apprezzino il nostro atteggiamento, la nostra “filosofia” artistica e il tentativo di compiere ogni volta un passo avanti. Poi entrano in gioco i gusti personali e ognuno giudica il nostro percorso secondo la propria sensibilità. Alcuni apprezzano, altri no. E’ normale e giusto che sia così.

- Parlando, invece, delle dinamiche interne al gruppo... Quali sono i "valori" fondanti che resistono tuttora nell'essere membro dei Cheap Wine e quali rimpianti hai, sempre che esistano, nella "gestione delle risorse" in questo lunghissimo lasso di tempo?


I musicisti della band devono avere tutto lo spazio e la libertà per esprimere appieno il loro talento e la loro sensibilità musicale. Questa è sempre stata la mia filosofia all’interno dei Cheap Wine. Il ruolo di ogni componente è fondamentale. Poi ci sono cinque diverse personalità da gestire e non è facile. Le discussioni non mancano però esiste una stima di fondo reciproca che impedisce ogni degenerazione. Se questa band è in piedi da 23 anni, significa che sappiamo condividere in maniera equilibrata motivazioni importanti e una passione fortissima. 

- Hai trattato temi "forti", spesso traducendoli in veri e propri "concept album". Trovi ancora di fresca attualità piccoli, grandi gioielli come Crime stories, Moving e Freak show? A quale opera della vostra discografia ti senti più legato?


Personalmente, trovo ancora attuali i dischi che hai nominato. Il mio intento è sempre stato quello di scrivere canzoni che non sbiadissero con il passare del tempo. Ho sempre cercato di affrontare tematiche legate alla vita dell’uomo nel suo percorso ancestrale, evitando racconti troppo legati a situazioni circoscritte in un determinato periodo di tempo. Certi argomenti non possono invecchiare perché accompagneranno sempre la vita dell’essere umano.A livello musicale, non ho un disco preferito fra quelli dei Cheap Wine. Li sento tutti come miei figli e credo che ognuno di essi abbia un’identità forte. Dal punto di vista emotivo, invece, ho un legame profondo con Beggar Town e con il live Mary and the Fairy perché sono due album nati in un periodo davvero molto difficile della mia vita e mi hanno aiutato tantissimo ad esprimere quello che avevo dentro. Viene fotografato il crollo, ma anche l’inizio della ricostruzione. Il verso finale di Muddy Hopes dice “La guerra è cominciata e non mi tirerò indietro”. Alla presa d’atto segue la dichiarazione di intenti: nessuna resa, rialzerò la testa. Per questo ti dico che anche nei miei testi più dolorosi, il pessimismo non è contemplato. La voglia di lottare resta una costante indistruttibile.

- In questi mesi di profonde tribolazioni, personali e professionali, non vi si è mai visti, a differenza di molti altri artisti/band, proporre spezzoni della vostra musica in streaming o sui "social". Come mai?

Perché lo streaming mi mette tristezza. L’intento di sostituire il live con quella cosa lì, per me è inconcepibile. L’idea di riprendermi con uno smartphone mentre strimpello una chitarra nel soggiorno o in camera da letto è quanto di più lontano dalla mia concezione di decoro artistico. Da ascoltatore, inoltre, non ho interesse per una ripresa video casalinga con un audio di scarsa qualità, per di più da ascoltarmi sul computer o – peggio – sul telefonino. Non capisco quale sia la necessità di offrire qualcosa di così scadente. E mi riferisco anche ai “big”: in questo contesto, non sono riuscito a guardare nemmeno loro per più di dieci secondi prima di essere sopraffatto dalla noia. 

- Una tua intervista al Buscadero, qualche anno fa, ha lasciato significativi strascichi nei vostri rapporti con l'"ambiente" degli addetti ai lavori. Quanto la tua sincerità è stata "scomoda" per la vostra proposta all'epoca e come vedi la stessa tematica nel 2020?


Francamente non capisco che cosa ci fosse di “scomodo” in quell’intervista. Esprimevo soltanto il mio punto di vista sulla situazione della nostra minuscola “scena”. Senza attaccare nessuno. Affermavo semplicemente che le band di quel giro non avevano visibilità e senza maggiore attenzione da parte degli addetti ai lavori non sarebbero sopravvissute. Oppure avrebbero dovuto ridimensionare in maniera significativa la propria attività. Cosa che si è puntualmente verificata. Il fatto che qualcuno si sia risentito per affermazioni del genere è molto più che ridicolo.Nel 2020 la tematica non cambia. Qualsiasi band, per tirare avanti, ha bisogno di visibilità.

-  Molti locali storici hanno chiuso i battenti o stanno, purtroppo, per farlo mentre voi siglate un accordo con Bagana per il vostro ritorno live. Quali sono i tuoi pensieri a riguardo?


Non bisogna arrendersi. Questa è la mia motivazione. In questo periodo tutto sembra annunciare la morte della musica dal vivo, soprattutto per le band della nostra taglia. Locali storici che non riapriranno, palchi che diminuiscono sempre più rapidamente, pubblico spaventato dalla minaccia del contagio. Ma è il mio mondo e non mi rassegno ad assistere alla sua scomparsa. L’accordo con Bagana è un segnale forte: proprio nel momento più difficile, uniamo le forze con persone che lavorano per tenere in vita e rilanciare la musica live. Siamo molto felici per questa nuova collaborazione, Cesare Carugi è una persona in gamba e noi non abbiamo perso un grammo dell’entusiasmo che ci ha sempre contraddistinto.



- Quali sono state le premesse che ti hanno portato a scrivere il tuo primo libro e quali differenze, se ci sono, hai riscontrato nel metodo di scrittura, rispetto alle canzoni? Ritieni Ivan un episodio oppure, nel futuro, dovremo fare più spazio nella libreria che negli scaffali di vinili o cd?


Ivan è nato sette anni fa, nello stesso periodo in cui scrivevo le canzoni di Beggar Town. In quel momento della mia vita sono stato travolto da problemi molto pesanti ed ho cominciato a mettere su carta quello che provavo. Tuttavia, non avevo l’intenzione di pubblicare un libro. Era solo uno scarno diario personale, appena abbozzato nel periodo fra il 2013 e il 2014. L’ho abbandonato, poi ripreso, poi di nuovo abbandonato. Nell’ultimo anno ho deciso di accelerare e di concretizzare il progetto.
La scrittura di un romanzo è molto diversa da quella di una canzone. Sono proprio due mondi separati. Nella canzone, la musica genera un’atmosfera che colpisce immediatamente i sensi e la sfera spirituale dell’ascoltatore, trasportandolo in una determinata dimensione: quindi il testo, per avere forza, deve immergersi in quel contesto e creare armonia con l’accompagnamento sonoro. Il processo emozionale di un romanzo è completamente differente e si gioca su tempi molto più lenti e riflessivi. Di conseguenza, la composizione di una canzone avviene seguendo modalità molto differenti da quelle della stesura di un romanzo. Non so se scriverò altri libri. Non lo escludo. 

- Per molto tempo non siete stati "profeti in patria", non essendo Pesaro molto attenta alla vostra proposta. Qual è il tuo rapporto odierno con la tua città, musicalmente e nella vita quotidiana?

Pesaro è una città poco espansiva e abbastanza fredda, soprattutto nei confronti dei pesaresi. Nei primi anni, i nostri concittadini ci guardavano con diffidenza. Tuttavia, con il passare del tempo, questo atteggiamento si è ammorbidito e adesso posso dire che abbiamo un buon seguito, numeroso e anche molto attento. E’ bello cogliere anche il clima di rispetto che la città sta dimostrando nei confronti dei Cheap Wine. 

- Non siete mai stati sostenitori del crowdfunding, finché le circostanze vi hanno portato a farvi ricorso. Pensi che, visti i tempi, sia ormai l'unico modo per la realizzazione di nuovo materiale?


Per una band come la nostra, assolutamente sì. Non abbiamo altra strada. Il mercato discografico ha subito trasformazioni enormi, molto penalizzanti per gli artisti. E noi abbiamo una situazione economica personale che non ci consente di autofinanziare le spese di produzione di un disco. Il crowdfunding è l’unico mezzo e credo che in futuro riguarderà anche i concerti, purtroppo. 

- Parlando di sogni... ne hai uno in particolare che vorresti vedere realizzato, non necessariamente nel campo della musica?

Ho ancora tanti sogni, per fortuna. Riguardano la musica e anche altri aspetti della mia vita. Continuo ad inseguirli. Come un bambino.