Paolo Vites

interviste

Paolo Vites Una chiacchierata con Paolo Vites sugli 80 anni di Sua Maesta' Bob Dylan.

22/05/2021 di Roberto Frattini

#Paolo Vites

Se Bob Dylan raggiunge la boa degli 80 anni, a chi altri si puo ' chiedere di fare una chiacchierata sull’evento, se non a Paolo Vites.........?
Sono stato adolescente in un’epoca largamente pre-telematica, fra la fine degli anni ‘80 e l’inizio dei ‘90. A quel tempo, se volevi avere informazioni serie sui tuoi idoli dovevi comprare le riviste specializzate. Se poi eri uno che voleva approfondire sul serio, dovevi andare in una libreria e acquistare i pochi testi di critica o storia del rock che uscivano: come si suole dire, non c’erano santi. Non di rado, accadeva così che un determinato giornalista musicale, una specifica “firma”, diventasse il tuo autore di riferimento: perché era bravo, certo, ma anche perché parlava della stessa musica e degli stessi artisti che amavi tu. 

In quegli anni io ero un dylaniano di ferro (non che ora quel ferro si sia arrugginito eh...anzi...) e per quelli come me l’autore da leggere era uno, poche storie: Paolo Vites. Era così allora ed è così oggi. 

Molti decenni dopo, le vicende imprevedibili della vita mi hanno portato a conoscerlo e perfino ad avere la fortuna di contribuire, con una piccola consulenza sul blues, al suo ultimo libro, uscito lo scorso anno. 

Ora, se Bob Dylan raggiunge la boa degli 80 anni, a chi altri si può chiedere di fare una chiacchierata sull’evento, se non a Vites? Questo è quello che ci siamo detti. 

La prima domanda, nella sua banalità, credo sia inevitabile: che effetto ti fanno gli 80 anni di Dylan? Non cosa pensi che rappresentino per il mondo, ma che effetto fanno a te, che “impressione” ti fa il pensiero che Dylan sia ora un ottuagenario. Te lo chiedo perché, personalmente, questo pensiero non mi risulta strano come per altri grandi della sua generazione. In qualche maniera, è come se Dylan non fosse mai stato totalmente giovane, come fosse stato sempre abitato, anche a vent’anni, pure da uno spirito vecchio, o meglio senza tempo. 

Come intitola uno dei suoi dischi più belli, Time out of mind, Dylan vive “in un tempo immemorabile”. Oltre il tempo, tra passato, contemporaneità e infinito. Basta vedere come si veste sui palcoscenici, come un generale di un'armata confederata ai tempi della guerra civile, o un gambler del vecchio West. I suoi testi poi negli ultimi anni abbondano di riferimenti agli antichi poeti classici greci e romani così come appunto alla guerra civile. E' immerso nella storia, fa parte della storia. Un amico americano una volta mi disse che andare a vedere Dylan oggi è come andare ad ammirare i ritratti scolpiti nelle montagna Rushmore dei presidenti americani. Anche io non lo considero un vecchio, ma una persona fuori dal tempo ma che proprio per questo sa interpretare il senso del tempo meglio di chi fa canzoni su Trump o il Covid.

In occasioni come queste, molto spesso, la presa di coscienza del tempo passato per un grande personaggio ci fa rendere conto del tempo passato nella nostra vita, e con questo pensiero tornano i ricordi. Ad esempio: come e quando è avvenuto il tuo incontro con Dylan? A molti, come accade per i grandi amori, all’inizio Dylan non ha fatto una particolare impressione. Le cose profonde e valide non arrivano subito, sembrano niente all’inizio e poi invece ti “fregano” per sempre. E’ stato così anche per te, o fu un colpo di fulmine?.

Come ho raccontato più volte nei miei libri per me invece fu un colpo di fulmine, un incontro come quello di San Paolo sulla strada di Damasco ha scritto qualcuno. Ero un ragazzino di 13 anni nella cui casa avendo dei fratelli maggiori giravano parecchi dischi da De André a Guccini, dalle Orme a Claudio Baglioni, li ascoltavo con piacere ma nessuno faceva colpo su di me. Una sera per puro caso mi sintonizzai sulla Rai e trasmettevano questo personaggio mai sentito nominare, era la primavera del 1976, da poco era uscito il suo nuovo disco Desire, ed era il concerto tributo a John Hammond tenuto in America nell'ottobre 1975. Rimasi folgorato: la voce feroce e ardente che cantava con un tono mai sentito prima, un autentico assalto sonoro, la pettinatura afroamericana, la giacca di pelle nera, e soprattutto quegli occhi che lanciavano saette e strali, totalmente impossessato da uno spirito. Fu una visione, un evento nel mio piccolo mondo di ragazzino. Fui fortunato di aver avuto 13 anni in quel periodo storico, un po' come coloro che videro Elvis alla televisione negli anni 50, la cui vita cambiò da quel momento. Da allora ebbi il bisogno di scoprire ogni cosa di lui.

Tu hai scritto moltissimo su Dylan, e nessuno meglio di te può rispondere a questa domanda: com’è scrivere di Dylan? Sembra sciocco chiederlo, ma ho sempre avuto l’impressione che sia una cosa a parte, rispetto a quella che può essere occuparsi di altri grandi della musica. Ad esempio, ti trovi inevitabilmente a dover fare i conti con una specie molto particolare: quella dei dylanologi convinti di avere la verità in tasca che si risentono di quel che dici o non dici sul loro beniamino come se gli avessi mosso un’offesa personale. Come resisti?

Sinceramente non me ne preoccupo, oppure cerco di imparare da chi è più bravo di me. Ci sarà sempre chi ne sa più di me, mi domando semplicemente perché quelli che criticano non lo scrivono loro un libro. Io ho sempre scritto per piacere personale, non per fornire alcuna verità.

Sicuramente questo compleanno sarà l’occasione per mille uscite editoriali, che si uniranno alle decine di testi che escono ogni anno su Dylan. Credo che nessun musicista rock sia stato oggetto di tante pagine negli ultimi cinquant’anni. Non mi stupirebbe se uscisse anche un libro su “Dylan e il giardinaggio”. L’impressione è che non si sappia più cosa dire di nuovo e allora si tentino vie improbabili. Non credi che si esageri? Pensi che si senta davvero la necessità di ogni nuovo libro su Dylan che esce?

Ho letto che tra libri nuovi e ristampe aggiornate ne usciranno circa 50. Direi che oggi siamo davanti a una fase nuova. La prima fu quella delle biografie, dove tutti scrivevano la sua storia spesso con informazioni e dettagli ridicoli. Poi c'è stata la fase dell'analisi dei dischi, dal punto di vista delle registrazioni in studio grazie anche all'accesso agli archivi della Columbia, analisi approfondite e spesso interessanti, ma mai definitive, ad esempio adesso a Tulsa sta aprendo un museo pazzesco che contiene i manoscritti delle stesure delle canzoni e un sacco di informazioni inedite, per cui quei libri andranno tutti rivisti. Oggi dopo il Nobel si assiste a una fase nuova, quella per così dire accademica. Sono autentici professori universitari che analizzano Dylan dal punto di vista lirico: La Bibbia di Dylan del professor Giovannoli analizza ogni riferimento biblico nelle canzoni di Dylan mentre Perché Dylan del professore di Harvard Richard Thompson analizzza tutti i riferimenti ai poeti classici dell'antica Grecia e antica Roma. Bei lavori, ma un po' tendenziosi, personalmente non sono sicuro che tutti questi riferimenti siano azzeccati quanto piuttosto voluti dagli autori.

Tu sei uno che ha scelto di scrivere per mestiere. Quanta responsabilità ha Dylan nel tuo amore per la scrittura? Conosco molte persone che con Dylan hanno imparato ad amare non solo la musica, ma anche la letteratura. Persone che grazie a lui hanno cominciato a leggere poesia, per esempio. Quanta della letteratura che ami l’hai scoperta partendo da Dylan? 

Assolutamente nulla. Ho scoperto ad esempio Jack Kerouac per conto mio, così come Graham Greene, Flannery O'Connor o Raymond Carver che sono i miei scrittori preferiti e che non hanno niente a che vedere con Dylan. L'unico libro a cui mi sono avvicinato perché Dylan lo cita nel suo discorso del premio Nobel è Moby Dick, che colpevolmente avevo tralasciato. A me Dylan interessa per le canzoni, per la capacità di mettere in musica quello che sarebbero libri o film, come Hurricane, Tempest, Highlands e tante altre.

Guardando a questi 80 anni, è impossibile non notare una costante: l’incostanza. E arriviamo a toccare un argomento tipico, quando si parla di Dylan: la sua supposta incoerenza. Recentemente, citando il Withman di “contengo moltitudini”, l’ha apertamente rivendicata. A molti dylaniani di stretta osservanza questa cosa dà fastidio, come se avessero il diritto, non si sa bene poi dato da chi, di sorvegliare l’integrità del loro mito. Cosa singolare, visto che lui stesso ha fatto del “non essere là” dove la gente lo vuole uno dei cardini della sua poetica. Tu come “sei messo” con i colpi di testa e le giravolte tipiche di Bob? C’è qualcosa che davvero ti infastidisce, che non ti piace in lui?

No, assolutamente no. Mi dà fastidio che spesso si sia presentato in concerto in modo balordo, annoiato lui per primo, esibendosi in maniera svogliata, senza curarsi degli arrangiamenti o dei musicisti sul palco con lui. Ecco, questo mi ha infastidito molte volte nonostante la gente lo voglia accostare per questa attitudine a Miles Davis, cioè a un improvvisatore. Nel corso della sua carriera dal vivo Dylan ha dato il meglio quando non improvvisava e suonava con un repertorio perfettamente curato.

Qualcuno è rimasto sorpreso dal grande riscontro avuto in classifica dal singolo Murder Most Foul e poi dall’album che l’ha seguito, Rough And Rowdy Ways. Magari alcuni non pensavano che, a 80 anni, Dylan fosse ancora capace di un exploit del genere. Tu cosa ne pensi? Te lo aspettavi? Forse, in momenti di crisi profonda come questo, la gente torna a cose “vere” ? 

Primo posto in classifica oggi come ben sai significa poche migliaia di copie vendute, non è più come una volta dove per arrivare in cima alla classifica dovevi vendere un milione di dischi per cui questo primato è molto relativo. Sinceramente non me lo aspettavo dopo quasi dieci anni di distanza da un disco di canzoni autografe visto che si era dedicato a ben cinque dischi di cover. Ma siamo abituati ai suoi colpi a sorpresa e questo che ce lo fa amare. Mai aspettarsi niente da lui e accogliere con gratitudine quello che ha voglia di darci.

Sappiamo bene che Dylan è come posseduto da una sorta di demone che lo spinge a restare “on the road”, a non fermarsi mai. Naturalmente, già da decine di anni potrebbe permettersi, dal punto di vista economico, di non fare concerti, quindi è ovvio che il suo è un vero e proprio bisogno fisico e spirituale. La domanda, come diceva qualcuno, sorge spontanea: come avrà vissuto secondo te questo anno di reclusione? E poi, come pensi che sarà il suo ritorno? Sarà cambiato qualcosa in lui o nel suo approccio o credi che riprenderà da dove ha lasciato come se avesse smesso solo ieri e non un anno fa?

Dylan oltre che alla musica si dedica a pittura e a scultura, penso che di cose da fare ne avrà avute. Avrà letto tantissimo, scritto canzoni che mai pubblicherà. Io vorrei tanto che gli fosse migliorata la voce visti i quasi due anni di silenzio, una voce martoriata da cento concerti all'anno. Magari al prossimo concerto si presenterà con una voce tipo Nashville skyline, che figata sarebbe?

L'ultima domanda è leggera ma inevitabile: fa 80 anni, cosa gli auguri?

Una buona vita.