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Intervista Goodmorningboy - Folk mutante e psichedelico
Goodmorningboy

Goodmorningboy

Folk mutante e psichedelico


21/02/2005 - di Vito Sartor
Se fosse possibile, la musica di Marco Iacampo, alias Goodmorningboy, andrebbe accompagnata alle sue parole: la sua sensibilità, i suoi gesti, le sue numerose risate ruotano come in un gioco acrobatico attorno alla sua musica e alla sua umanità. Quello che manca, nel musicista veneto, sono le soluzione convenzionali: le sue canzoni e i suoi sentimenti nascono e giungono liberi, senza mai dettare codici di lettura.

  
    
Folk mutante e psichedelico
       Intervista a Goodmorningboy

Se fosse possibile, la musica di Marco Iacampo, alias Goodmorningboy, andrebbe
accompagnata alle sue parole: la sua sensibilità, i suoi gesti, le sue numerose risate
ruotano come in un gioco acrobatico attorno alla sua musica e alla sua umanità.
Quello che manca, nel musicista veneto, sono le soluzione convenzionali: le sue canzoni
e i suoi sentimenti nascono e giungono liberi, senza mai dettare codici di lettura.


Mescalina: Partiamo dal principio, Marco: dopo la tua esperienza con gli Elle cominci una parabola musicale tutta tua, un distaccamento completo che dà inizio alla tua carriera solista ...
Marco: È stato un distaccamento come non lo è stato, nel senso che è stata una fase di crescita in cui ho compreso che dovevo fare le cose da solo, quindi Goodmorningboy nasce nell'economia di molti abbandoni e molti cambiamenti. L'esperienza solista è stata come una scelta di vita, non è stata solo una svolta musicale.

Mescalina: Una cosa che ci ha sempre incuriosito sono le copertine dei tuoi dischi. Hanno un grande impatto comunicativo e funzionano come biglietto da visita alla tua musica. Esiste qualche concept che lega questi ritratti umani alle note come ai testi delle tue canzoni?
Marco: Eh ... non è nulla di premeditato. Ovviamente nascono più o meno nello stesso periodo e fanno parte dello stesso stato d'animo che prende forma dalle e per le note musicali, come nei disegni che dipingo (con dei gesti mima un meccanismo di complementarietà di tutti gli elementi che sta descrivendo). In qualche modo i dipinti sono aggrappati alle musiche anche per affinità di periodo. Fino ad oggi sono sempre state delle figure umane, in futuro non so se cambieranno.

Mescalina: Hai accumulato molti dipinti?
Marco: Sì, abbastanza, adesso sto facendo una mostra a Marghera, in un locale che si chiama "Il Vapore". Sono tutti quadri che raffigurano persone o pezzi di persone come le mani (continua a gesticolare ...), comunque è una cosa che mi piace molto fare. Da piccolo mi piaceva disegnare i cavalli e adesso gli umani, magari l'anno prossimo mi metterò a disegnare le foglie.

Mescalina: C'è anche la componente dei nomi che hai dato ai tuoi due dischi e che si legano alla tua personalità artistica: per completare il giro ci vuoi parlare magari anche di questo?
Marco: Mi rendo conto che fino ad ora ho composto incoscientemente, i titoli dei due album sono frutto di suggestioni che magari ho avuto in quel momento lasciandomi andare a ciò che mi attraversava.

Mescalina: ... però non a caso parti dalla pittura per arrivare ad un titolo teatrale come Hamletmachine. Questa tua escalation artistica alla fine ha comunicato una cosa chiara ovvero il tuo modo di concepire l'arte in una forma completa ...

Marco: Come ho risposto altre volte, il titolo "Hamlet" mi ha sempre colpito. È un qualcosa di molto bello, di veramente azzeccato, cercavo per il mio disco un nome di persona che fosse esistito sia nel reale che nell'immaginario.

Mescalina: Certo che hai tirato in ballo proprio un bel personaggio!
Marco: Che lo accetti o meno, l'Amleto fa parte della personalità che c'è in ognuno di noi. In ogni persona si verifica nella vita un meccanismo o una fase amletica: fino al momento in cui il dubbio si è risolto nella non risposta, le due parti si sono fuse in una o in molteplici ... o due in molteplici ... può essere ...

Mescalina: Le tue canzoni danno sempre una sensazione di forza costruita principalmente sulla semplicità: nascono da un manico di una chitarra e dalle cose che osservi tutti i giorni, poi si sviluppano su disco e dal vivo assumono una dimensione irreale fino a schiantarsi nel pubblico. Come fai a raccogliere e rimettere insieme tutti i brandelli di questa esperienza?
Marco: Questa cosa sta cambiando progressivamente. In principio non ero molto cosciente di quello che andavo a fare: come ti dicevo prima, ero molto istintivo, forse non ne capivo neanche il motivo. Adesso, come dici tu, le canzoni assumono una dimensione diversa, te ne accorgerai anche questa sera. Probabilmente è una presa di sicurezza rispetto quello che avevo scritto e quello che vado a suonare dal vivo.
Quello che sta cambiando di più è proprio questo, ovvero che sto imparando a raccogliere, oggi ho detto a un'amica che sto imparando a divertirmi e non sono facili queste due cose, anzi probabilmente sono la stessa cosa. Divertirsi significa raccogliere proprio nel momento in cui stai vivendo una determinata esperienza. Quello che non c'è da raccogliere ti crea solo dei problemi o strane cose di cui non hai bisogno. Bisogna imparare a divertirsi e a volte per far questo bisogna passare proprio per il non divertimento ... proprio per poter comprendere il valore del divertimento, non so se mi spiego.

Mescalina: Usi il termine divertimento come un qualcosa di assoluto?

Marco: Divertirsi vuol dire essere belli e dare quello che c'è da dare nel momento giusto.

Mescalina: Oggi ti senti più sicuro sul palco o in studio?
Marco: Sul palco, perché i pezzi sono rodati e mi sono distaccato dalla fase compositiva che per me è sempre abbastanza stravolgente o almeno lo è stato per questo disco.

Mescalina: Noi ti avevamo sentito dal vivo meno di un anno fa ... alcune delle canzoni che avevi suonato fanno oggi parte del tuo ultimo disco: quanto sono cambiate in questo lasso di tempo?
Marco: Non subiscono molto dell'atteggiamento sul palco, anche perché la gente che ha suonato dal vivo non è quella che ha suonato nei dischi, questo lo dovete considerare un periodo di mezzo, perché adesso le cose stanno cambiando. Una cosa che mi è piaciuta fare è suonare i pezzi in maniera diversa e forse mi spingo a dire che questo disco assume adesso la forma finale. Continuerò a suonare con le stesse persone e forse riuscirò a fare il prossimo disco con loro, perché voglio che assorbano dall'esperienza fisica della musica che suoniamo. L'home recording molte volte tralascia la componente fisica, che poi fa parte della musica come della vita: se vuoi che la tua vita sia uguale sopra o sotto di un palco, ovvero riuscire prendere il meglio da quello ce c'è, secondo me, anche la tua musica deve essere fisica. Adesso sto imparando a cantare bene con la pancia e vi dico che è bello ... molto bello.









Mescalina:
Hai accennato proprio adesso alla condizione dell'home recording. A proposito di questo, oggi alla tua dimensione lo-fi si aggiunge o meglio sostituisce una componente strumentale di buon livello sia a livello produttivo/esecutivo sia a livello di ricerca e scelta di suoni e strumenti. Cosa ci hai riservato per questa sera?
Marco: Rock and Roll!!!!! (se l'aspettava e ha messo in rete il suo calcio di rigore - ride divertitissimo). L'esperienza in studio per questo disco è stata molto diversa, perché venivo da registrazioni casalinghe che mi permettevano di fare quello che veniva. In studio ho sentito il peso piacevole della responsabilità e ho imparato molto, abbiamo lavorato in maniera dettagliata e accurata, su alcuni suoni e passaggi ci siamo ritornati su diverse volte. D'altro canto non c'erano pre- produzioni o cose del genere, quindi ho preferito mantenere ancora molta spontaneità: è stato , come dire, un lavoro sofferto, meditato più che premeditato, dal punto di vista dei suoni. Dal vivo ho bisogno di buttar fuori quello che viene, lasciar perdere proprio la parte più fina del lavoro, andare più al sodo e alla carnalità. Mi accorgo sempre di più che questi pezzi, registrati magari in modo sussurrato, li voglio gridare. “All Is Falling” per esempio è una canzone che canto un’ottava sopra, perché è il modo di innalzare qualcosa che hai dentro, ciò che significa per te quella canzone. Nel disco si ha qualcosa di molto particolare che secondo me è la titubanza. Non so se in tutti i dischi c'è questa cosa, soprattuto se si ascoltano certi dischi, quelli non laccati o super prodotti e magari risalenti ad una certa epoca dove si sentiva ad esempio il tremolio della voce o urlare in lacuni ritornelli e in altri no, dove si tendeva a registrare quello che era nel reale sia per sbaglio che per scelta. Si può far sentire tutto questo nei dischi, rendendoli più umani e nel contempo unici.

Mescalina: Nei momenti in cui riesci a far urlare i pezzi sussurrati, soprattutto dal vivo, di solito ne deriva un risultato ancora più forte, però fare in modo che un brano intimo risulti incisivo anche dal vivo non è facile ...
Marco: Forse è anche affrontare la cosa meno seriamente, non devi riprodurre le atmosfere del disco dal vivo, vuol dire che si deve seguire più se stessi che quello che si è fatto ...

Mescalina: Ora ci devi permettere una domanda dato il nome che ci portiamo addosso col nostro sito: noi abbiamo sempre visto in te l'artista psichedelico, una caratteristica che con “Hamletmachine” finalmente è arrivata, parlo dei brani “Cobwebs in the air” e “Me my sister and John”. Ci confermi questa cosa o è ancora la nostra testa malata che vede "acido" dappertutto?
Marco: Può essere, comunque sono due pezzi assolutamente psichedelici, io non sono psichedelico, ma ci sono passato. Sai la psichedelia molte volte è basata sulle droghe, ovvero sugli acidi. Io non mi faccio gli acidi, è una scelta come un'altra farseli o no, penso che il termine psichedelico oggi sia anche qualcosa di ereditario, magari da gente che si faceva un sacco di lsd poi suonava e scriveva quello che l'acido faceva venir fuori. Penso che alla fine sia un linguaggio depositato e nonostante tutto si è abbastanza omologato. L'importante invece è che ogni artista si crei il suo linguaggio. Nei due brani “Cobwebs in the air” e “Me my sister and John” non sapevo cosa avevo scritto e avevo bisogno di un po’ di nebbia per nasconderli, quanto meno, e per metterli in chiaroscuro e per questo ho usato la psichedelia. Oggi c'è Lorenzo Corti che fa della psichedelia sul palco ... (si ferma a riflettere e scoppia in una risata convulsa...)

Mescalina: A proposito dei tuoi compagni, ti hanno sempre assecondato, anche ad esempio nell'associare l'uso dell'elettronica con le incursioni strumentali più o meno vintage?
Marco: Certo, comando io! Fino a che non sceglierò un comandante sarà così, magari un giorno diventerò solo proprietario della nave e allora mi lascerò guidare.

Mescalina: Ci racconti qualche aneddoto avvenuto durante le sessioni di registrazione?
Marco: Sì, qualcosa di davvero simpatico è avvenuto: c'è stata una session che non è stata registrata, che è durata più di un ora, alle sei del mattino. Eravamo io, Giovanni Ferrario, Giacomo Fiorenza, Asso e tutti quelli che hanno suonato nel disco e abbiamo fatto un pezzo stoner, praticamente una danza tribale di liberazione ... una cosa potentissima e lo considero il momento più bello capitato in studio, ci alternavamo agli strumenti ed è stato davvero grande, ci siamo sfogati tutti quanti.

Mescalina: Spesso ricollego il tuo forte carisma artistico con quello degli artisti di strada ovvero coloro che il pubblico lo devono catturare per forza. Hai mai suonato da busker?
Marco: No, mai, però per quanto riguarda il catturare l'attenzione altrui è una cosa che ho imparato a fare, ed ora fa parte del mio bagaglio: facendo molti live da solo chitarra e voce, nei primi tempi di Goodmorningboy, mi capitava di trovarmi davanti a delle audience che non ti ascoltavano, parlavano a voce alta tra di loro e io mi incazzo terribilmente per questa cosa. Avere questi rapporti diretti con la gente, soprattutto in Italia dove, cantando in inglese, non si riceve un'attenzione immediata, impari in qualche modo a fare arrivare la tua musica e quello che stai facendo in molti modi, impari a sviluppare un certo fluido per farti apprezzare. Non so, ormai fa parte di me comunicare alle persone in un modo originale, con i disegni, con dei discorsi tra una canzone e l'altra. Io voglio fare un film ... voglio fare il più bel film della storia del cinema ...
Come dicevi tu, è la stessa cosa che fanno i busker quando devono catturare le persone che sono di fretta, è un modo di dire "guarda che quello che sto facendo può interessare anche a te, ascoltami!".

Mescalina: E poi un’altra suggestione che mi viene spesso ascoltando le tue canzoni è questa, cioè il folk che suoni, sebbene rifletta passione e irrequietezza, rivela spesso il suo lato semplice forse è lo specchio della terra in cui sei vissuto, in bilico tra industrializzazione e il mondo contadino: ti ha mai ispirato canzoni la piatta e interminabile campagna veneta?
Marco: Può essere, fino ad adesso ho trovato molta poca ispirazione nella via bohemienne delle città, ho cercato in passato con gli Elle di fare questo, ma mi sono accorto che stavo iniziando a parlare come altri parlavano, volevo in qualche modo far parte di un modo di vivere che alla fine non era mio. Già con gli Elle provavamo in una casa in aperta campagna e mi piaceva stare li; adesso sto in una città vera e propria, ma non si può dire che io viva, perchè diciamo che, se posso stare in un luogo intermedio tra un grande paese e la natura, ci sto volentieri.

Mescalina: Una domanda che se vuoi puoi meditare a lungo prima di rispondermi e non è detto che tu lo debba fare ora ... anche questa una specie di suggestione psichedelica: io ho fatto un sogno, o una specie di film se preferisci, dove tu sei il protagonista, il Veneto più profondo è la tua terra che poi lasci partendo dal mare ... a te la sceneggiatura ...
Marco: ... me ne vado per tornarci! All'inizio ci sarò io che guardo il mare, parto per una destinazione ignota, mi giro verso casa mia e scrivo una canzone, giungo in una città e lì comincio suonare in giro questa canzone pensando sempre a quello che ho lasciato e pensando al mare, probabilmente torno al mare alla fine del film. È il mio modo di dire che il mare non fa parte della musica, però serve alla musica.

Mescalina: Ora passiamo a qualcosa di più concreto ... leggevo un il resoconto giornalistico dopo la distribuzione tedesca del disco curata dalla Glitterhouse. Noto un non so che di diffidenza nei tuoi confronti o sbaglio?
Marco: La diffidenza penso sia ovunque, non penso ci sia una sostanziale differenza di posizione di neuroni nelle teste degli uomini, non riesco a dividere tra stampa italiana e stampa tedesca, quello è un compito più tecnico. Penso che ovunque ci siano persone con le orecchie ai lati e il cervello in mezzo. Potrei citarti anche delle situazioni italiane come in una delle prime recensioni che scrissero, fu molto sbrigativa, si trattava di Blow Up. Mi ricordo altre cose che non sono state positivissime, poi dipende da chi ascolta, da quanta pazienza ha e da quanta voglia ci mette nel proprio lavoro. Se devo parlare della Germania per la mia esperienza vissuta nei concerti dal vivo, sono molto contento, c'è molta attenzione e curiosità della gente nelle sale per concerti, c'è più diffusione che in Italia, sono giusto un passo avanti a noi. A novembre sono stato li per fare dei concerti e mi hanno invitato ad una trasmissione ad una radio bavarese che esiste da trent'anni, quelle con il classico Gotha del rock mondiale, pensa che ero il primo italiano ad aver messo piede lì dentro e questo mi ha fatto riflettere. Adesso a febbraio tornerò in Germania e questo è un buon segno ... ”S'ee ben!” Come si dice da me.

Mescalina: Grazie, Marco, ci vuoi lasciare un ultimo messaggio da custodire nelle nostre pagine virtuali?
Marco: Andate a vedere più concerti possibili, il rock, finché esisterà e non lo sostituiranno con un'altra sigla, va assorbito nella realtà dei live.

Mescalina: Allora ci rivediamo in giro!
Marco: Puoi scommetterci!
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