Andres Mesa

Andres Mesa

Andres Mesa: dalla Colombia all`incontro con Phil Manzanera e Andy McKay. Che cosa significa essere un giovane produttore musicale a Londra oggi.


18/06/2019 - di Raffaella Mezzanzanica
Andres Mesa, produttore musicale e ingegnere del suono. Dalla Colombia è arrivato a Londra per completare i suoi studi e ottenere un PhD in Music Production e, qui, ha avuto la possibilità di lavorare con artisti del calibro di Phil Manzanera, Andy McKay e David Gilmour. In questa intervista, racconta il suo percorso “sonoro”, la sua esperienza con questi grandi artisti, i suoi progetti attuali e futuri, ma anche che cosa significa, oggi, essere uno straniero a Londra.
Per tutti i lettori di Mescalina: chi è Andres Mesa? Raccontaci po’ di te: come hai iniziato ad amare la musica e, soprattutto, quando hai capito che avresti voluto lavorare “con” e “per” la musica?

A.M.: Sono un produttore musicale e ingegnere del suono di origini colombiane. La musica mi ha sempre appassionato, sin da quando ero bambino, precisamente da quando avevo cinque anni. Ho iniziato “giocherellando” con un vecchio organo Wurlitzer che avevamo a casa e intrufolandomi in camera di mio fratello a suonare la sua batteria. C’era sempre musica a casa mia. Mio papà aveva una grande collezione di dischi, dalla musica classica al jazz al rock ‘n’ roll degli anni ’50. Credo che questo sia stato il momento in cui mi sono innamorato della musica. Intorno ai vent’anni ho iniziato ad andare nello studio di registrazione di quello che allora era il fidanzato di mia sorella. La cosa assurda è che proprio in quello studio ha inziato la sua carriera Shakira. E’ stato proprio lì che ho capito che mi sarebbe piaciuto lavorare nella musica. 

Perché hai scelto Londra tra tutte le “città musicali” del mondo (es.: New York)?

A.M.: Sin dai tempi della scuola superiore, ma probabilmente anche prima, la musica britannica e, in particolare, la musica londinese, mi ha sempre interessato. Mi sono sempre piaciute, tra tutte, band come i Beatles, gli Who o i Pink Floyd. Per questa ragione, dopo aver conseguito un diploma in produzione musicale presso un’università colombiana e aver lavorato per alcuni anni in uno studio di post-produzione, ho deciso di venire in Gran Bretagna per un Master in Music Production. Dopo aver terminato il Master, ho deciso di portare la mia conoscenza musicale e l’esperienza maturata ad un livello superiore iscrivendomi a un PhD in Music Technology che terminerò tra qualche mese.

Fino ad ora hai avuto l’opportunità di lavorare con artisti incredibili (Phil Manzanera, Andy McKay e David Gilmour, solo per citarne alcuni) come produttore e ingegnere del suono. Ci puoi indicare alcune caratteristiche o particolarità di ognuno di loro? Qual è l’insegnamento più importante che ti hanno trasmesso?

A.M.: Sono davvero molto grato di aver incontrato Phil (Manzanera, n.d.r) e Andy (McKay, n.d.r) non appena arrivato a Londra. In pratica, questi due grandi artisti mi hanno dato l’opportunità di imparare da loro e mi hanno coinvolto in progetti importanti. Grazie a loro, ho avuto l`opportunità di partecipare, come ingegnere del suono, a sessions incredibili, con artisti come David Gilmour (Andres Mesa ha partecipato alle sessions di registrazione per l’album “Rattle that Lock” di David Gilmour, uscito nel 2015 – n.d.r.), Annie Lennox, Paul Simonon e Tony Allen e tanti altri. Ho anche avuto la possibilità di lavorare ai più recenti album di Phil e Andy e di esibirmi dal vivo con loro in tour mondiali. Di tutte le cose che ho imparato da questi grandi artisti, la prima è sicuramente rappresentata dall’importanza dell’aspetto umano anche per quanto riguarda la registrazione, il mixing e la scrittura. L’ambiente che ti circonda e il modo in cui le persone e i musicisti sono trattati all’interno dello studio di registrazione al fine di lasciare spazio alla creatività sono gli elementi più importanti sia della produzione musicale, ma anche di altre attività creative. Da Phil e Andy ho imparato a cercare costantemente suoni originali e “paesaggi sonori” che possano circondare qualsiasi particolare tipo di produzione musicale. Sin dai primi Roxy Music fino ad ora, uno dei principali obiettivi della loro musica è stato quello di procurare al pubblico una vera e unica esperienza sonora, che è stata loro tramandata dall’influenza di artisti e compositori come Stockhausen o Terry Riley. A questa esperienza si arrivava e si arriva attraverso la manipolazione del suono sia in formato analogico che digitale, espandendo il potenziale creativo all`interno dello studio di registrazione. Mi piace molto questo approccio alla produzione musicale e penso che questo sia dovuto alla mia esperienza di lavoro con loro qui a Londra.

Torniamo a te e ai tuoi progetti: a che cosa stai lavorando e che cosa hai in programma, ovviamente se è possibile saperlo?

A.M.: Al momento sto cercando di destreggiarmi tra il mio PhD e il mio lavoro in studio. E’ una battaglia continua a causa del tempo e di questioni organizzative, ma fortunatamente ho quasi terminato! Il mio progetto più recente è stato una registrazione ai Metropolis Studios.

Ci racconteresti un po’ di più del tuo lavoro ai Metropolis Studios?

A.M.: Grazie a Phil Manzanera e al chitarrista giapponese Hotei, ho avuto la possibilità di entrare in contatto con delle persone che lavorano in Roland e che possiedono questo incredibile studio all’interno dei Metropolis Studios. Mi sono reso conto del suo potenziale e ho deciso di contattarle per fare delle sessions, portando un artista per un giorno per creare una canzone partendo da zero e utilizzando tutte le nuove attrezzature fornite da Roland per svilupparne la creatività. Ho già terminato la prima session con una bravissimo bassista, Moyses Dos Santos, che è supportato da musicisti davvero molto bravi. La cosa davvero interessante di queste sessions è che io registro in stereo tutto in presa diretta, senza apportare alcun tipo di modifica dopo la registrazione. Mi piace moltissimo la spontaneità di questa idea. In aggiunta, le sessions sono anche registrate in video.

Essendo un giovane ingegnere del suono/produttore credo che tu abbia un rapporto molto forte con le nuove tecnologie e la loro connessione alla musica. Tuttavia, che cosa pensi leggendo che “il Warner Music Group ha sottoscritto un vero e proprio contratto musicale con un algoritmo”? Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone America lo scorso 23 marzo, 2019. Qual è la tua idea di musica del futuro?

A.M.: Sono sempre a favore dell’utilizzo di nuove tecnologie nella produzione musicale. Credo siamo davvero arrivati al punto in cui un’Intelligenza Artificiale possa creare, in un batter d’occhio, un album dall’inizio alla fine: testo, melodia, produzione, mix, publishing e marketing. Tuttavia, se le persone non si rendessero poi conto della differenza, allora noi (produttori musicali ecc. – n.d.r.) saremmo “fottuti” (screwed). Certo, come ho detto, sono assolutamente a favore delle nuove tecnologie ma ancora di più sono a favore dell’impronta umana nella musica. In fin dei conti, penso che nonostante il cambiamento costante delle tecniche, la musica (che oggi è vista come un “prodotto”) avrà sempre l’obiettivo di toccare l’animo umano come probabilmente nessun’altra forma d’arte.

Se dovessi indicare tre artisti emergenti da ascoltare, chi sarebbero e perché?

A.M.: Ho recentemente ascoltato Leon Bridges, il quale è anche supportato da una grande band, così come Anderson Paak o Sinkane. Ci sono poi i Leisure che mi piacciono molto. Anche in Colombia, ci sono degli artisti interessanti come Monsieur Perine. Mi piace molto anche il sottogenere “lo-fi hip-hop”, che è costituito da brevi brani musicali che sono il frutto di un mix di jazz e hip-hop. In generale, mi piace ascoltare musica in cui si possa ascoltare e sentire (feel) una band suonare. Il genere non è importante. A essere onesto, non mi sono mai focalizzato sull’aspetto "lirico" della musica – preferisco sempre soffermarmi sugli arrangiamenti e sul groove di un brano.

Ultima domanda. Ci troviamo ad affrontare un mondo che sta diventando sempre più intollerante. Ho letto uno dei tuoi post più recenti in cui hai scritto che recentemente sei stato oggetto di attacchi verbali per non essere di origine britannica. E’ una situazione che ti capita di dover affrontare spesso? E’ davvero più difficile emergere nel mondo musicale britannico per chi è originario di altri Paesi?

A.M.: Sono molto grato a questo Paese e alle opportunità che mi ha dato. Ho anche incontrato persone incredibili, non solo nel mio lavoro, ma anche nella mia vita privata. La vera questione che, purtroppo, si sta trasformando in un problema molto più importante (e su vasta scala) è rappresentata dalla vicinanza e dalla riluttanza di certe persone a vivere come una “comunità”, senza avere alcun tipo di pregiudizio nei confronti degli altri. Sfortunatamente, questo non sta accadendo solo qui, ma in molti Paesi nel mondo. Il mio post si riferiva a un paio di eventi isolati riguardanti delle persone che ho incontrato e che hanno fatto commenti inappropriati circa il mio Paese di origine. Non è nemmeno il caso di menzionarli. In generale, questo Paese e le persone che ho incontrato sono state amichevoli. Penso, inoltre, che se hai talento e sei bravo la nazionalità non avrà alcun impatto sul tuo sviluppo professionale in questo Paese (purché, ovviamente, tu abbia un permesso di lavoro). Sono molto felice di vivere qui, la situazione della musica “live” è ancora intensa e ci sono ancora molti luoghi e festival dove si può ascoltare musica di tutti i generi ogni giorno.