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Intervista Eric Taylor - TRA MUSICA, TEXAS E POESIA
Eric Taylor

Eric Taylor

TRA MUSICA, TEXAS E POESIA


18/02/2009 - di Massimo Baraldi

      
   TRA MUSICA, TEXAS E POESIA
        Interwiev ERIC TAYLOR

Eric Taylor è un poeta texano, al quale l'idea di pubblicare qualcosa è sempre sembrata troppo "arrogante" per poter essere anche solo presa in considerazione. Cresciuto alla corte di Lightnin' Hopkins, Mance Lipscomb e Mississippi Fred Mc Dowell, che altro avrebbe potuto fare se non finire col mettere in musica i propri versi? Be', Townes Van Zandt, Steve Earle, Guy Clark e Nanci Griffith sono stati alcuni dei suoi compagni d'avventura, Lyle Lovett il più illustre discepolo.
Hollywood Pocketknife è il suo ultimo album e, dopo un'assenza durata molti anni, c'è voluto Andrea Parodi per convincerlo a tornare a farsi un giretto in Italia e presentarcelo. Accompagnato da Marco "Python" Fecchio alla chitarra, già che c'era è passato anche da Faloppio, grazie a Giulio Bianchi che lo ha invitato alla rassegna Musica in Collina.
E io, dopo il concerto, l'ho incontrato.


Massimo: "Il Texas è una condizione mentale" secondo Joe R. Lansdale. Sei d'accordo? Se fosse vero, potrebbe spiegare come mai il Texas abbia una così ricca tradizione di cantautori e narratori.
Eric Taylor: Lo è. Anche se, forse, non quanto in passato. Là, per chi come me stava avvicinandosi alla scrittura, era normale incontrare autori già affermati. La scena musicale era completamente aperta, i bluesmen legavano coi jazzisti e ognuno con chiunque altro… lo stesso non si può dire di alcun altro luogo. Le separazioni non ci appartenevano, l'unica regola valida laggiù era "nessuna regola" e, certamente, questo ha fatto la differenza per gli artisti che ne sono usciti. Abbiamo avuto l'opportunità di imparare gli uni dagli altri dandoci anche una mano a vicenda. C'erano grandi scrittori con cui parlavo e lavoravo ogni giorno, gente come Vince Bell o Nanci Griffith, e tutti prendevamo la cosa molto seriamente: prima veniva la scrittura, poi il palco.
Ho cominciato tardi a esibirmi, da giovane non è che ci pensassi più di tanto. La cosa più importante per me era scrivere, poi ho capito che era ciò che dovevo fare se volevo che le parole prendessero la loro strada. Sono cose di questo tipo a rendere il Texas diverso.

MB: Hai dedicato una canzone a Neal Cassidy, il Dean Moriarty di "Sulla strada". Oggi, nell'America di MTV, dei rappers e della crisi, cos'è rimasto degli "Angeli di desolazione" di Jack Kerouac?
ET: Be', io ci sono ancora! Sono fortunato, perché scrivo… e là fuori puoi trovare molti giovani che fanno altrettanto. "Sulla strada" di Kerouac sta vendendo più copie ora di quanto non abbia fatto in passato, probabilmente. In ogni caso, vende ancora molto bene e ciò significa che le nuove generazioni sono ancora interessate a quel libro. Mi hanno chiesto di quella canzone più di ogni altra cosa, davvero. E, tra quelle che ho composto, è senz'altro una delle mie preferite. Non è facile da interpretare, è una canzone molto emozionale, devi calartici per davvero. Se fossi obbligato a cantarla ogni giorno, penso che la brucerei (ride)!
"Sulla strada" ha toccato molte persone, indipendentemente da ciò che Kerouac sarebbe diventato poi. E lo stesso vale per gente come Henry Miller. Sai, ho suonato nella biblioteca a lui dedicata a Big Sur, California…un grande traguardo, per me.

MB: Sei cresciuto in Georgia, la terra del Piedmont Blues, poi in Texas hai avuto la possibilità di imparare direttamente da musicisti come Lightnin' Hopkins e Mississippi Fred Mc Dowell. Queste esperienze hanno avuto un impatto sulla tua musica?
ET: Direi proprio di sì (ride)! Non puoi avere intorno personaggi come loro o Mance Lipscomb senza esserne influenzato. Voglio dire, dovresti essere davvero distratto o ritrovarti con un cervello orribilmente danneggiato per resistere alla loro influenza. E non saresti certo uno scrittore. Sono stato un ragazzo fortunato ad avere la possibilità di conoscere Lightnin' e suonare il basso con lui. Lo stesso vale per gli altri. È stato come andare al college! Ci sono persone, specialmente Townes Van Zandt, Lightnin' e Fred, che hanno bruciato qualcosa in me. Qualcosa di cui non potrei liberarmi nemmeno se provassi a lanciarlo dal finestrino dell'auto (ride). Resterebbe lì, esattamente dov'è.


foto di Alberto Ferrante


MB
: Che tipo era Lightnin' Hopkins? C'è qualche ricordo che ti va di condividere? Lo chiedo perché, tra tutti i bluesmen, è uno di quelli che più amo.
ET: Lo stesso vale per me. Lui era capace di girarsi come una moneta, come si dice dalle mie parti. Sapeva essere incredibilmente gentile, ma altrettanto rude. Senza la minima pazienza. Ho assistito a diverse interviste… all'inizio era molto disponibile, ma all'improvviso poteva saltar su con cose del tipo "Vaffanculo. Abbiamo finito. Io con questo bianco non parlo più." E andarsene.
Era un uomo molto brillante. Me ne stavo lì a osservarlo suonare, da ragazzo, e una volta mi disse: "Non guardare le mie mani, le mie dita non t'insegneranno nulla. Guarda le corde." Ciò che stava cercando di dirmi è che potevo imparare dove mettere le dita e pensare di ottenere lo stesso risultato, ma avrei sbagliato tutto. Allora ero troppo giovane e stupido per capire ciò che intendeva… è stato solo una decina d'anni fa, rivedendo un suo video, che ci sono arrivato. I movimenti della mano destra non avevano nulla a che fare con la posizione della sinistra. Ecco com'era Lightnin'... estremamente intelligente, ma non certo tipo da perdersi in troppe parole. "Non guardare le mie mani, uomo. Puoi startene lì tutto il giorno a cercare di copiare ciò che faccio, ma non suonerai nello stesso modo". Aveva ragione (ride).

MB: Musica, poesia, teatro… tre elementi diventano uno nel "The Texas Song Theater". Ti va di parlarne?
ET: È un progetto che ho avuto in testa per molto tempo… volevo mettere il teatro, il parlato, la recitazione e le canzoni insieme. Avevo appena conosciuto Denice Franke, con lei e David Olney cominciammo a lavorare sull'idea di intrecciare tutti questi elementi mantenendone la spontaneità. E, ottenuto il risultato, cambiarlo ogni giorno, in modo da mantenerlo sempre fresco. Giusto per farti un esempio, io stavo suonando "Dean Moriarty" in un teatro di Atlanta quando Olney saltò sul palco e attaccò con il monologo di Jack Kerouac e Neal Cassidy, quello in cui stanno in fila per andare a vedere il film dei tre Stooges. Proprio nel mezzo della canzone! (ride)

MB: Quello della musica è un tavolo intorno al quale solo le Majors possono sedersi a giocare... com'è la vita di un'etichetta indipendente come la tua Blue Ruby Music?
ET: Tanto per cominciare mi è arrivato qualche soldo, ed è stata la prima volta! Ho firmato per tre o quattro etichette, in passato, e nessuna di loro mi ha mai pagato. Dalla Watermelon Records non ho visto un centesimo che sia uno. E lo stesso vale per la Munich Records, con cui incisi "Resurrect".
Gli unici che si sono comportati in modo corretto e mi hanno trattato come si deve sono i tipi della Eminents Records, che pubblicarono "Scuffletown". Poi è venuta la mia Blue Ruby Music, per gli album successivi ho fatto da solo e devo dire che ho risparmiato un sacco di denaro. Sto anche cercando di riprendermi i miei vecchi lavori e ristamparli. Penso sia una gran cosa, assolutamente. E anche che sia l'unica direzione possibile: non ho alcuna intenzione di firmare per nessun altra casa discografica. Certo, il discorso si fa complicato se si comincia a parlare di quei crostacei dei distributori… quando è il momento di fotterti, non è che ci vadano più leggeri delle etichette. Serpenti e bastardi, ecco ciò che sono (ride).

MB: Questi sono tempi duri per la poesia… pensi che la musica possa facilitarne il cammino verso le persone?
ET: Non lo so. Non saprei dire se siano tempi difficili per la poesia o piuttosto per l'arte in generale. La musica dal vivo è nei guai più o meno ovunque. Negli Stati Uniti, certo… ma anche qui. La prima volta che venni in Europa fu una quindicina d'anni fa e posso dirti che in Olanda, Germania e Francia c'erano un sacco di situazioni e possibilità. Ovunque. L'ultima volta che ho messo piede a Parigi, i francesi mi sono sembrati decisamente meno interessati alla musica, tanto erano occupati a guardar partite, importunare le donne e mangiare pessimo cibo (ride).

Faloppio, 18 ottobre 2008 ©Massimo Baraldi