Roberto Menabò

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Roberto Menabò Il nuovo disco The Mountain Sessions Blues & Guitar Excursions e l'intervista

16/11/2020 di Nicola Olivieri

#Roberto Menabò#Jazz Blues Black#Blues Roberto Menabò

The Mountain Sessions: Blues & Guitar Excursions raccontato dal suo autore
Ci sono voluti dieci anni per ascoltare The Mountain Sessions: Blues & Guitar Excursions, il nuovo disco di Roberto Menabò. Tanto ci è voluto dal precedente Il Profumo del Vinile, ma l’attesa è stata ampiamente premiata perché il nuovo disco è bello e si ascolta con gran piacere.

Il blues acustico è il pane quotidiano di Roberto e questo cd, composto da 14 tracce tutte suonate e registrate in diretta, trasmette all’ascoltatore l’immediatezza, il calore e il coinvolgimento tipico delle sessions degli anni ’30.

Metà dei brani di questo CD, quelli cantati, sono delle riuscitissime reinterpretazioni di blues tradizionali recuperate da vecchi 78 giri dei primi decenni del ‘900, l’altra metà sono strumentali scritti da Roberto Menabò per The Mountain Sessions: Blues & Guitar Excursions.

Il disco è un perfetto esempio di Primitive Guitar, tecnica tipica della tradizione popolare, con un ritmico e robusto fingerpicking che si manifesta nella sua forma migliore con L’ultima Littorina, brano nel quale Roberto imita, con la sua chitarra, un convoglio sui binari.

Del resto, l’interesse e la passione che Roberto Menabò nutre per la tradizione blues dei primi decenni del secolo scorso, bianco o nero che sia, non è solo l’interesse di un musicista alla ricerca delle radici, è anche l’interesse di un ricercatore e di uno studioso che quando non suona svolge l’importante ruolo di divulgatore, attraverso la pubblicazione di libri che raccontano storie di blues.

Ma chi meglio di Roberto Menabò può parlarci di Roberto Menabò, dei suoi dischi e dei suoi libri?

Sono passati molti anni dal tuo ultimo disco ed ora arriva “The Mountain Sessions: Blues & Guitar Excursions. Come mai tutto questo tempo? 

Mah, cercavo dei nuovi stimoli ed idee, e poi ero preso dalla realizzazione dei tre libri sui cantanti degli anni trenta che mi hanno occupato parecchio.

Parlaci del nuovo disco, come nasce, cosa ti ha ispirato per la selezione dei brani che hai riarrangiato?

Il cd nasce dal duplice amore per il blues acustico degli anni Trenta, non mi importa se bianco o nero, e per la Primitive Guitar. Il cd è così equamente diviso tra cover personali di brani d’annata insieme a miei brani di sola chitarra acustica, ma suonata come una volta!

Questo è molto interessante. Cosa intendi per “suonata come una volta”? Il blues acustico suonato oggi è diverso dalle origini? E come è cambiata la tecnica, come si è evoluta?

Non il blues, ma riguarda la chitarra. Negli ultimi decenni lo strumento ha subito molte evoluzioni e ha contaminato diversi stili. Io suono un picking tradizionale robusto e sincopato, come nella tradizione folk blues statunitense usando accordature aperte, i picks e lo slide in alcuni brani soprattutto in quelli in cui imito i treni con il loro ritmo sinuoso e sculettante.
 
C'è una ragione per la quale hai scelto quei brani da reinterpretare piuttosto che altri?

Beh mi è piaciuto inserire dei brani poco conosciuti di artisti bianchi e neri e comunemente non suonati come  Cliff Carlisle e Frank Hutchison oppure Buddy Boy Hawkins o la versione sbarazzina e lenta del classico hokum Shake That Thing di Ethel Waters

Riproporre un brano di un altro artista, evitando il poco interessante effetto fotocopia, non è cosa facile e tu ci sei riuscito. Come avviene il processo creativo e interpretativo quando inizi a lavorare su un brano di qualcun altro. Saperlo potrebbe essere utile e formativo per i giovani chitarristi che si cimentano in questa difficile impresa. 

Si, sono d'accordo con te, l'effetto fotocopia è sempre perdente. Quando mi avvicino ad un blues ascolto la melodia e soprattutto il canto e poi cerco di adattarla nel mood giusto, ma senza fare le stesse note alla chitarra. Per esempio, il titolo d'apertura Tom Cat Blues, (che si può ascoltare su YouTube) nell'originale è suonato in Sol aperto, io lo suono invece in accordatura standard in Re ma lasciando lo stesso gusto melodico. Forse è l'abitudine avuta sin da giovane, quando non esistevano video, metodi e tablature facilmente a portata di mano quando "tiravo giù", come si diceva, i pezzi ad orecchio, ascoltando e riascoltando
 
Vivi sull’appennino emiliano. In qualche modo quei luoghi ti hanno ispirato? Dai tuoi post su Facebook mi sembra di capire di si. Mi sbaglio?

No, non ti sbagli affatto: da quando vivo sull’Appennino è un’altra vita che non sto qui a decantare, ma sicuramente spazi aperti, alberi e rumori della natura si sono amalgamati bene con quello che è il mio spirito musicale che indubbiamente è campagnolo, non cittadino.

Il tuo è un lavoro di ricerca sul blues e nel blues. Quale repertorio preferisci, quale senti più vicino alle tue corde, è proprio il caso di dire. Quello dei primi decenni del secolo scorso o il blues più contemporaneo?

Indubbiamente il blues che amo di più è quello dei primi decenni del secolo, perché, almeno per me ovviamente, è affascinante, misterioso, è un’avventura dello spirito. È una musica viva, passionale, misteriosa. Probabilmente è stato un periodo magico, inarrivabile, come per il rock della fine degli anni Sessanta. Indelebili 

Sento dire, da chi evidentemente non lo segue con la dovuta attenzione, che il blues è sempre uguale a sé stesso. Secondo te è vero o si è evoluto, rispetto alle proprie origini, adattandosi alla modernità, magari facendosi contaminare da altre culture.

Questa storia che il blues è uguale a sé stesso, la prerogativa delle dodici battute standard, che non c’è inventiva non è vero. Ma è come dire che il sonetto è sempre uguale a sé stesso, ma pensa che testi poetici meravigliosi in una struttura metrica fissa sono stati scritti nei secoli, la stessa cosa per la forma sonata, il reel scozzese anche la pizza, a parte le variazioni, è sempre uguale, ma la mangiamo tutti con piacere. Quello che conta è l’esecutore non la forma ecco perché ci sono dei blues pedanti, noiosi, senza nerbo ed inascoltabili ad altri vero nettare dell’anima

Tu come hai conosciuto il blues in quanto genere musicale. Immagino che anche tu, come tanti, sia passato prima per il rock, quello degli anni d’oro, glia anni ‘60’ e ’70. Quali artisti hai conosciuto per primi?

Il primo chitarrista che mi colpì, ero ragazzino, fu Nico di Palo con quel lungo waaaaau iniziale in Sensazioni (dei New Trolls n.d.r.). Sai io abitavo in una piccola cittadina a due passi dalle Alpi e non è che c’era molto, eravamo sparuti ragazzini in cerca di rock, con pochissimi soldi in tasca e con le informazioni che venivano da Ciao 2001, ma non eravamo sprovveduti e abbiamo fatto spanciate di Jimi Hendrix che mi faceva vagare lontano, Mike Bloomfield che mi ha insegnato l’anima del blues e poi il rock e ancora rock.

Dimmi cinque nomi fondamentali per iniziare con il piede giusto la conoscenza del blues.

Il primo in assoluto Charlie Patton così chi pensa al blues dodici battute si ricrede subito. Lui era proprio l’essenza, il nucleo operativo del blues delle origini, almeno di quello che ci è stato mandato dai 78 giri, prima non sappiamo cosa fosse. Poi è difficile centrare i nomi giusti ma Mississippi John Hurt quello che mi ispirato di più, poi Blind Blake per capire fin dove può arrivare la chitarra con il ritmo, inserirei anche Frank Hutchison un minatore bianco della West Virginia e poi nel blues urbano mi ha sempre colpito Magic Sam, 

E quali dischi consigli?

Non saprei, già con i cinque nomi sicuramente ho fatto inevitabilmente dei grossi torti con i dischi non vorrei farne di più. Il disco a cui io sono emotivamente legato è The Live Adventures (Mike Bloomfield & Al Kooper n.d.r.), lì anche se non sembra c’è in nuce quello che poi è stata la mia musica

Nell’ultimo decennio, tra le nuove generazioni, hai individuato qualcuno che più di altri merita di essere seguito?

Devo dire che sono poco informato e confesso di ascoltare musicisti più o meno della mia generazione, ci sono anche nuovi bravi musicisti nel blues e nel folk ma in questo momento mi sfuggono, d’altronde non per nulla ho una certa età!

Della scena blues italiana cosa mi dici?

È indubbiamente viva. C’è l’Associazione Blues Made In Italy che sta facendo molto per dare spinta al blues italiano. Poi, come all’interno di ogni gruppo, trovi delle persone con cui ti ritrovi ed altre che eviteresti come la peste, finiamola con il pensare che tutti quelli che si interessano di blues sono amiconi e balle varie. Ognuno ha le proprie caratteristiche umane, culturali e via dicendo

Sei italiano e suoni il blues. Esiste qualche limite per un italiano (e più in generale per un non nativo americano) nel suonare il blues? In fondo è una cultura che non ci appartiene.

Allora un nero o uno statunitense non dovrebbe suonare la musica classica che è europea. Ma qual è la mia cultura? Già non mi piace la negritudine degli ortodossi del blues meno che mai pensare che abbia un limite geografico. Basterebbe smettere di pensare che per suonare il blues bisogna essere ignoranti, amanti del diavolo, senza casa e balle varie, mancherebbe di rispetto ai primi cantanti che lo erano davvero. Il blues, come il jazz, è un linguaggio e uno dovrebbe studiare al meglio qual è il modo per eseguirlo, che importa dove vivi e da dove vieni, poi in un mondo globalizzato come il nostro è ancora più anacronistico. Mi viene in mente adesso che John Hammond osannato anche dai blues fan più ortodossi è figlio di ricchissimi e ha condotto una vita da benestante, eppure suona bellissimi e toccanti blues, bravissimo veramente.

Non sei solo un musicista ma anche autore di ottimi libri sul blues. Anzi direi di storie e personaggi del blues. I più recenti sono “Madames a 78 giri” e “Il Blues ha un mamma bianca” entrambi autoprodotti. Descrivici questi testi.

Quando iniziai ad appassionarmi di blues e a studiarlo, anche per motivi scolastici, ero alla ricerca filologica disperata di tutto ciò che riguardava gli interpreti, gli stili, insomma da un punto di vista prettamente storico e sociale. Poi leggendo Uomo Invisibile, un meraviglioso romanzo di Ralph Ellison, ad un certo punto l’autore fa apparire nella storia Peetie Wheatstraw e mi resi conto che quel cantante, di cui conoscevo la biografia, era diventato un altro, pur rimanendo sé stesso, grazie alla fantasia poetica. Nei due libri ho voluto raccontare delle storie in cui la libertà del racconto si amalgama con la precisione filologica. In particolare, in “Il blues ha una mamma bianca”, titolo suggeritomi da Pierangelo Valenti, racconto dei musicisti bianchi, sconosciuti che hanno avuto un peso importante nella musica statunitense e mi sembrava doveroso un piccolo riconoscimento facendoli rivivere in brevi ritratti

Dove e come riesci a reperire il materiale che ti serve per le tue ricerche, a cominciare dai 78 giri?

In realtà uso molto del materiale, libri e dischi, che ho accumulato negli anni e poi adesso in rete, con pazienza si trova qualche notizia in più.

Per chiudere, se i lettori di Mescalina volessero procurarsi il tuo nuovo disco o uno dei tuoi libri cosa devono fare?

Sono libri e dischi indipendenti o come si diceva una volta underground, però per averli è molto facile: basta contattarmi o sul mio sito www.robertomenabo.it oppure su Facebook,

Grazie per questa intervista e per il tempo e la disponibilità che ci hai dato.

Grazie a te Nicola, parlare di musica è sempre un piacere.

Questa la track list di The Mountain Sessions: Blues & Guitar Excursions.

Tom Cat Blues Spuma bianca e juke box Worried Blues A casa di Simone ragionando di Primitive Guitar Shake That Thing Il Settebello sulla Direttissima Columbus Stockade Blues Il ponte romano sulla Dora Stack O' Lee Blues L'ultima littorina Shaggy Dog Blues Il cagnolino di Clifford Gibson Ain't No Tellin' Una jam sul tram