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Floridi Floridi e le sue domeniche da inventare.

15/01/2024 di Roberta Matticola

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Si intitola Domeniche da inventare il nuovo album di Floridi, pubblicato lo scorso 24 novembre per ZooDischi/ADA Music Italy. Dopo averlo ascoltato con attenzione ed esserci calati nelle sue tracce, abbiamo chiesto a Floridi di accompagnarci nei brani del suo ultimo disco, raccontandoci gli aspetti che ne hanno influenzato la sua stesura. Ecco cosa ci ha raccontato.
Una prima domanda un po’ insidiosa: ascoltando Domeniche da inventare si comprende che questo disco nasce da un momento difficile, a tal punto che hai dichiarato “non mi ha mai salvato nessuno; la domenica schivavo silenzi e mi rinchiudevo in camera, ad imparare a parlare”. Qual è stato il motivo principale che ha portato alla realizzazione di questo disco?

Per me scrivere canzoni rappresenta quel momento terapeutico in cui metti in ordine tutto quello che hai dentro. Cerco sempre di riportare in ciò che scrivo storie e sensazioni che in qualche modo, anche inconsciamente, ho vissuto o interiorizzato tramite esperienze, letture, ricordi, emozioni.

In questo disco ho concentrato tutta la mia voglia di sorprendermi. Il pensiero fisso era collegato a quante volte la musica mi abbia dato la possibilità di sentirmi una persona migliore. A quanto sotto forma di canzone mi abbia permesso di analizzare e affrontare momenti difficili. Questo è il focus del disco. Affrontare il cambiamento, il viaggio con onestà.

Nella copertina del disco c’è un bambino (suppongo tu) che, sotto quel titolo, trasmette quasi l’idea di ricordi d’infanzia perduti e che vuoi ricostruire. È una giusta supposizione? Ti chiedo anche: è importante per te avere un contatto con il passato e quanto credi che il vissuto sia importante per il presente (ed il futuro)?

Ho ritrovato quella foto in un vecchio album di famiglia: non ho avuto dubbi sul fatto che avrebbe dovuto rappresentare visivamente il contenuto di questo disco. È come se avessi voluto mettere in copertina la classica foto che facciamo prima di partire per un viaggio. Il mio è iniziato da piccolo ed ho da sempre riposto nella musica le stesse speranze, la stessa curiosità, la stessa voglia di scoprire che riponiamo nella scoperta di un qualcosa di nuovo.

Credo che il passato debba essere la base per costruire al meglio il nostro presente. Trovo giusto fare un salto nel passato per trovare stimoli e riflessioni, ma che sia altrettanto importante essere presenti a noi stessi nel momento in cui siamo, ora, adesso. Le domeniche da inventare sono quelle passate ma soprattutto quelle future, magari, con in sottofondo il mio disco.
 
Iniziamo dalla prima traccia intitolata India, un brano d’inizio tranquillo, delicato e romantico, oserei dire una vera e propria dichiarazione d’amore: per il tempo e la melodia, la canzone sarebbe stata adatta anche per un momento riflessivo a metà disco o in chiusura. Come mai hai scelto questo brano per aprire il disco? Soprattutto canti che hai vissuto in molte città, ma sei tornato a casa dalla tua “India”, immaginando quindi che si tratti di un luogo (reale o metaforico) in cui ti senti sicuro. La domanda è perché proprio l’India?

Ho scelto di partire da India, perché tira fuori il mio lato più cantautore e volevo che si captasse subito la verità di questo album. Quando qualcosa nasce per esigenza non ha bisogno di dover inseguire un mood, una moda. India per me è questo.

India è una storia romantica, perché parla d’amore, l’amore per un cane. India era il cane di un caro amico che era diventato parte integrante del gruppo. Quando India è morta è morta un’amica, un essere che aveva saputo trasmettere amore puro a tutti.

Ho scritto questa canzone di notte, mi sono immaginato che fosse lui a cantargliela.

Come fai è un concentrato di energia che trasmette anche una giusta dose di rabbia: ti va di raccontarci questo brano?

Come fai è un’equazione irrisolta. Racconta di quella latente sensazione d’incertezza, di non sentirsi mai abbastanza per questo tempo che corre e non ci rassicura mai.

La nostra mente è un luna park, e noi siamo anime che si accendono con la velocità di un flash e si perdono nel tempo in cui secca una Polaroid.

Forse dovremmo abbracciarsi e affrontare con verità le nostre paure.

Mi è piaciuta molto la frase in Ti ricorderai che sembra creare una chiusura circolare del disco, poiché se in India canti “son resistito giusto il tempo per vivere a Roma, a Milano e son tornato a casa”, qui dici “che forse era solo un pretesto per dimenticare quella città dove alla fine poi dovrò tornare”: è come se in queste nove tracce facessi un viaggio per poi tornare a “quella casa”. Alla fine quindi, dov’è che ti senti davvero a casa?

Mi piace quando chi fa domande entra dentro al disco in modo così profondo, grazie!
Questo disco è un viaggio sia dentro di noi, che nelle sfumature della nostra crescita.

Forse alla fine ricerchiamo la felicità e il brivido in cose che fondamentalmente non sanno poi renderci così felici e orgogliosi di noi stessi. Io ho trovato la mia casa nel posto in cui scrivo, scrivere mi rende fiero di me, mi fa sentire realizzato.

C’è un brano di Domeniche da inventare al quale ti senti particolarmente legato?


Sono tutti pezzi di cuore; India e Murakami hanno però un posto speciale, rappresentano il focus e la nascita di questo disco.

Nel disco si sente che hai sperimentato molto a livello musicale: passiamo da momenti più intimi e profondi come la già citata India a momenti di pop energico come Ti ricorderai per arrivare a brani dallo spiccato gusto dance come Muna o al groove prepotente di Un’altra alba: come ti poni nei confronti della composizione? Ed in particolare quali sono state le tue influenze per questo lavoro?

Ho ascoltato migliaia di dischi, ma quando mi approccio alla scrittura di un nuovo album cerco di isolarmi totalmente da quelle che sono influenze da playlist/generi/suoni.

È un disco istintivo, primordiale. Le ballad si mescolano a brani funky, passando per il pop, toccando la dance. Sono i paesaggi che cambiano se guardiamo fuori dal finestrino. È un viaggio. 

Alla luce del titolo dell’album, com’è la domenica per Floridi? Senti di dover ringraziare qualcuno in particolare - che si tratti di un artista o di un conoscente/amico/familiare - per averti fatto comprendere di voler diventare un cantante?

La mia domenica è sempre stata, e lo è tutt’ora, un giorno da inventare. Ho sempre cercato di arginare la malinconia e la sensazione di ritorno alla normalità con idee creative, con la musica, scrivendo. Un’abitudine che non ho perso nel tempo.

Devo ringraziare mamma e nonno perché mi hanno sostenuto sempre e mi hanno insegnato i valori che ho e che difendo di fronte a tutto e tutti.

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