Walter Leonardi

Walter Leonardi

L`uomo in coma di Leonardi, fra fiori e ricordi, risate e emozioni


14/01/2020 - di Laura Bianchi
Coma quando fiori piove è il primo spettacolo di una trilogia firmata dal regista e comico milanese – attore del Terzo Segreto di Satira – Walter Leonardi, con cui dialoghiamo su questo e su altri progetti.
Lo spettacolo è evidentemente ispirato al genere on the road; qual è la sua importanza all’interno della rappresentazione della vita come viaggio?

Il viaggio è sempre stato una scusa molto buona per rappresentare una storia; quello che rappresentiamo qui, poi, è un viaggio mentale, ed è stato ispirato da una serie di viaggi cinematografici che mi ha affascinato moltissimo, come quelli rappresentati in Stranger than paradise di Jim Jarmusch, o in Paura e delirio a Las Vegas, di Terry Gilliam, e altri.

Ti trovi a tuo agio maggiormente su toni comico – satirico, o su quelli lirici, e come riesci a equilibrare le due tonalità?

Se riesco a tenere in equilibrio i due elementi, lo devono dire gli spettatori…(ride, ndr.); posso dire però che mi piace molto equilibrare i due linguaggi. Per me esiste solo una recitazione molto naturale, reale, concreta, e sento che il mio modo di recitare è declinato nella parte comica, che ha sempre bisogno di una verità molto forte nella rappresentazione. Cerco però sempre di dare alla mia interpretazione una punta di emotività commovente, a partire dal testo, che, in questo caso, è stato scritto a quattro mani con Carlo Gabardini. Di mio ci sono piccoli “condimenti” scenografici, che regalano allo spettatore un senso di poesia più ampia, come la rievocazione della madre e del primo amore. Infatti credo che la vita sia fatta di neri e di bianchi, di momenti tristi e di altri comici, ironici, grotteschi. Nel caso specifico, tutto lo spettacolo è imperniato sull’evento della morte di mia madre, dopo la quale mi sono sentito proprio come in coma, spaesato e portato a riflettere sul senso della vita.

Ti sei trovato bene con Gabardini a scrivere con lui, ma personalmente, nella preparazione dello spettacolo, ti sei sentito maggiormente a tuo agio come regista, scrittore, o attore?

Aggiungo anche che le piccole trovate sceniche sono idee mie…quindi sono diventato scenografo, perfino trovarobe…comunque mi sono sempre fatto aiutare da tutti, compresi gli altri tre attori (Paola Tintinelli, Luisa Bigiarini, Flavio Pirini), nella fase delle prove e della realizzazione complessiva. Non riesco a dirti se mi senta prima attore o regista, perché davvero faccio tutto assieme, e concepisco lo spettacolo come un tutto unico. Quando vado in scena, però, per quanto riesco, mi sento totalmente attore; sono convinto che sia impossibile controllare da regista lo spettacolo quando si recita, perché non si è presenti al famoso qui e ora teatrale, e questo nuoce alla rappresentazione, fa perdere la concentrazione.

Due anni fa hai vinto il Festival del Sacro proprio con questa pièce; quale idea del sacro emerge dallo spettacolo?

La sacralità è difficile da definire in sé; in greco antico può significare uno spazio altro, in cui trova senso, ad esempio, anche il delirio delle Baccanti. In quest’ottica, tutto lo spettacolo può essere definito sacro, perché è una sorta di delirio lisergico. Invece, quello che mi preme è uscire dal delirio per raccontare un essere in crisi, un io globalizzato, un uomo contemporaneo, spaesato, alla ricerca di un porto e di un arrivo irraggiungibili. Questa è la dimensione che intendo dare anche al prossimo spettacolo, a cui sto lavorando e per cui mi sto documentando.

Il coma, descritto dallo spettacolo fin dal titolo, può essere fisico, o metaforico?

Certamente lo è, in entrambi i sensi; dopo la morte di mia madre, ho trovato che il mio legame con la famiglia di origine si era esaurito, e ciò mi ha spinto a riflettere sulla dimensione esistenziale di ciascuno, la mia in primis. Non intendevo però proporre una sorta di saggio su vita e morte, ma cercare invece di presentare un divertimento su questo tema, che potesse esorcizzarlo e spingere lo spettatore a affrontarlo con un sorriso, sdrammatizzandolo, attraverso un’azione quasi surreale.

Anche le musiche di scena sono suggestive; come sono state scelte?

C’è un valzer in una scena di rievocazione, ed è Waltz - Better than fine di Fiona Apple, che a mio parere, sia nel ritmo sognante, sia nel suo testo, calza perfettamente con la scena in questione, densa di leggerezza. Un altro pezzo è stato trovato per caso in una playlist di Spotify: la cover di un pezzo di Bowie, Oh! You Pretty Things, rifatta da Lisa Hannigan in modo delicato e rarefatto, che ho trovato adatta al momento in cui, nello spettacolo, è presente una separazione, quando un personaggio spicca il volo. Presente è anche Satie, con Gnossienne No.1, riproposto dai Chicha Libre, tirato in una sorta di bossa nova un po’ alla Tom Waits, che rievoca il senso del viaggio, mentre una variazione sulla melodia di Satie è stata composta da Flavio Pirini, che ha riscritto quel pezzo, l’ha eseguito e registrato da par suo.

Quanto è stata ed è utile l’esperienza di Milano 5.0 allo Spirit de Milan, quella dei film, come Made in Italy con Stefano Accorsi o Siamo tutti democristiani, o quella di pillole satiriche, come col Terzo Segreto di Satira?

I mezzi che uso sono diversi, ma non c’è una grande differenza fra il fare l’attore di cinema o di teatro, per il tipo di attore che sono. Una cosa influenza l’altra. Non avrei mai lavorato nel cinema, se prima non avessi fatto uno spettacolo, come A- Men, oppure se non avessi fatto cabaret. Nei locali di cabaret, ad esempio, c’è spesso da bere o da mangiare, il pubblico è meno dedito all’ascolto, e anche questo modo di interagire col pubblico è andato a formare il mio bagaglio che mi arricchisce ogni volta che vado in scena. Confesso anche che questo è un periodo di particolare crisi, che mi porta a mettere in discussione le mie esperienze, anche se, col tempo, ho imparato a condividere i miei dubbi con colleghi o maestri, come ad esempio Paolo Rossi, che stimo molto, e che mi ha insegnato l’umiltà di ammettere le proprie menate, o almeno di dissimularle.

Hai parlato di un progetto futuro: puoi dirci qualcosa di più?

Attualmente siamo in scena al Teatro Fontana con Coma quando fiori piove, ma poi tornerò anche con A – Men. Sto anche scrivendo qualche abbozzo per una commedia di cui ho pensato il titolo, Cenando cenando, e che spero diventi la fotografia della mia generazione, che la racconti, dal crollo del muro di Berlino fino ad oggi; una specie di estensione di un altro monologo, Milano 70 all’ora, composto anni fa. La differenza ora, la mia sfida, che mi fa andare in crisi, ma che mi stimola molto, sta nel fatto che i personaggi, interpretati da Flavio Pirini, Paola Tintinelli e da me, sono molto lontani da come siamo noi tre, e mi interessa sperimentare cosa possa succedere, quando si esce fuori da sé. Una sfida, appunto; spero di riuscire a vincerla!