Gabriele Orsi

Gabriele Orsi

Avant guitar in jazz .....


13/05/2018 - di Vittorio Formenti
Gabriele é parte fondante di un interessantissimo trio a geometria variabile che viaggia tra jazz. rock progressivo e avanguardia con uno stile perfettamente riclassificato ai nostri giorni. L`attualità é forse la cifra migliore di questo combo che, pur affondando le radici in momenti passati, riesce a dar vita ad una proposta musicale propria, non di immediata percezione ma di solidi fondamenti. Una voce molto interessante di un certo jazz contemporaneo che vi proponiamo attraverso questo report di una chiacchierata semplice e diretta, a testimonianza che certi messaggi musicali possono sembrare complessi ma in realtà vivono di una loro spontaneità da cogliere oltre il primo ostacolo.
Mescalina : iniziamo con qualche parola sul progetto C.O.D. Cosa desideri sottolineare?

 Gabriele: Biagio (Coppa - sax), Francesco ( Di Lenge - batteria) e io lavoravamo già da tempo in diverse formazioni e avevamo maturato la necessità di promuovere una musica un po` diversa che potesse coniugare ricerca e accessibilità. Il primo disco era riferito al rock ( We will rock you, we will jazz you, we will mock you - 2010) e conteneva brani come Another One Bits the Dust, Money e The Wall comunque rifatti a modo nostro al punto che dal vivo molti non li riconoscevano. A questo é seguito un lavoro imperniato sulla musica di Mingus, anche in questo caso basati su pezzi dell`artista ma rifatti alla nostra maniera,  poi sono iniziati i lavori originali.

 

Mescalina: quanti dischi avete al vostro attivo?

 Gabriele:  ad oggi quattro: We will rock you, we will jazz you, we will mock you (A. Brocca ed. Musicali - 2010), Mingus Reform School (No Flight Records - 2011), Odd Original Songs (Silta records - 2012) e Extra Item (No Flight Records - 2017). Gli ultimi due sono quei lavori originali di cui dicevo prima.

 

Mescalina: parliamo di Extra Item, la vostra ultima fatica recensita anche in rivista. Non é un lavoro di jazz mainstream, non é progressive, non é rock ma in realtà c`é un po` di tutto.....

 Gabriele: negli USA ci avevano catalogato come gruppo di "avant garde" mentre in Italia siamo stati rubricati come un gruppo di progressive... Questo ci stava a valle del nostro primo lavoro, ma poi piano piano ci siamo allontanati da quel riferimento.  Adesso la nostra musica traduce tutto quello che abbiamo ascoltato e vissuto, dai Pink Floyd a John Zorn, da Zappa a Coltrane, fino all`avanguardia, il tutto mescolato in una visione personale.

 

Mescalina: in effetti l`ultimo lavoro (Extra Item) conferma questo anche se la base pare essere chiaramente debitrice della scuola jazz.

 Gabriele: certo, é la base di tutti noi anche se poi il mix tra le diverse esperienze e sensibilità determina le sfumature. Tutti e tre siamo compositori; ciascuno porta un`idea, Biagio magari arriva con un approccio più strutturato ed arrangiato mentre Francesco ed io arriviamo con spunti. In ogni modo i brani si sviluppano tramite un lavoro a tre nel quale ognuno aggiunge qualcosa di suo;  sovente il risultato finale é qualcosa di molto diverso rispetto all`idea iniziale proprio grazie al contributo collettivo. La cosa funziona bene e anche dal vivo questo contrappunto prende ogni volta un suo corpo diverso.

 

Mescalina: l`idea iniziale di cui parli é di solito una melodia, un riff, uno schema ritmico?

 Gabriele: dipende da chi propone. In generale le mie idee sono spunti melodici; Biagio invece porta elementi più elaborati ed arrangiati. E` capitato che io portassi semplicemente una scala sulla quale poi con gli altri abbiamo costruito una melodia e un giro di accordi per dar vita a Limited Edition (brano contenuto in Odd Original Songs). La genesi di questo titolo é tra l`altro curiosa dato che deriva dal marchio dell`auto con cui giravamo a New York in occasione delle sessioni di registrazione di quel CD.

 

Mescalina: beh, certamente New York é un terreno fertile per il vostro tipo di musica.

 Gabriele: assolutamente sì. Abbiamo fatto un sacco di concerti e venduto un bel po` di dischi. Abbiamo suonato più lì che in Europa e in Italia. Ricordo un concerto in cui eravamo prima di Bernard Purdie, il batterista di James Brown; lì abbiamo venduto un sacco di materiale. Poi abbiamo avuto anche situazioni in cui c`erano dieci persone ad ascoltare ma sempre con empatia. Il primo anno ci sono stati momenti in cui nel pubblico c`erano musicisti che poi venivano sul palco per leggere le nostre parti; abbiamo sempre avuto attenzione, qualche volta anche con reazioni non positive, ma sempre conseguenti ad un ascolto attento. In Italia questo tipo di approccio non c`é, é tutto molto più superficiale.

 

Mescalina: hai menzionato le parti. Intendi dire che lavorate soprattutto con  elementi scritti?

 Gabriele: sono sostanzialmente appunti per l`esecuzione. In certi casi sono scritture più compiute e in altri sono canovacci a cui poi aggiungere del tuo. Inoltre dopo aver suonato decine di volte insieme certi brani si lavorava completamente a memoria. Il problema é questo; se noi suonassimo con continuità, le parti non sarebbero necessarie. Dato che questo non é possibile le scritture ti aiutano a mantenere un riferimento. Questo ancor più se tieni presente che molti brani sono piuttosto complessi: ritmiche dispari, modulazioni metriche,....   

 

Mescalina: emerge un approccio di sperimentazione. Cosa in realtà ricercate? Cosa provate?

 Gabriele: col nostro primo lavoro posso dire che la ricerca era sui suoni, orientata all`aspetto timbrico. Inoltre la mancanza del basso imponeva assetti particolari come ad esempio un uso spinto della grancassa da parte di Francesco o il ricorso alle corde basse da parte mia. In altri momenti abbiamo lavorato sulle scale, sulla dodecafonia, oppure su incastri ritmici o contrappunti particolari. Diciamo che in generale si é ricercato uno schema di integrazione tra noi tre funzionale a dare una vita propria ai brani.

 

Mescalina: non pensi che questo porti al rischio di una certa autoreferenzialità?

 Gabriele:  certamente non dal nostro punto di vista. La nostra intenzione é comunque quella di creare un qualcosa di musicale e di fruibile. E` però vero che in certi ambienti, soprattutto all`estero, questo viene recepito in un certo modo mentre in Italia spesso le reazioni sono più distaccate, meno partecipate; se fai cose complesse vieni preso per uno che se la tira ma non é così.

 

Mescalina: va però riconosciuto che, come peraltro abbiamo scritto nella recensione del vostro ultimo CD, la vostra musica richiede un certo sforzo per essere apprezzata. Questo tutto sommato pare in contrasto con le vostre origini che concedevano di più all`accessibilità. E` un`evoluzione studiata e voluta?

 Gabriele: non saprei. E` stato uno sviluppo naturale, spontaneo. Capisco quello che vuoi dire ma per noi ormai, dopo aver suonato certi brani per tanto tempo, il tutto é molto diretto, alcune cose addirittura ce le canticchiamo. Perfino i miei figli sono arrivati a questo; certo, ci vuole forse un po` più di tempo per assimilare dato che é una musica che richiede un po` più di attenzione e di ascolti, ma in fondo non é così difficile.

 

Mescalina: qual é il pubblico maggiormente facilitato ad accostarsi alla vostra musica?

 Gabriele: direi quelli che ascoltano Zappa, John Zorn o Steve Coleman e comunque quelle cose in cui c`é un minimo di ricerca in più. Pensa a Monk; c`era chi diceva che non sapeva suonare salvo poi riconoscere più avanti che in realtà era un genio. A questo proposito voglio ricordare il nostro lavoro su Monk che abbiamo realizzato con  John Patitucci (eclettico bassista statunitense - nda); l`abbiamo intitolato Monk`s Mind ed erano suoi brani eseguiti comunque alla nostra maniera. Il lavoro é di qualche anno fa (2014) e forse era troppo presto, solo oggi mi accorgo che in Italia certi aspetti vengono accettati come parte del jazz moderno.; noi pensavamo di aver  realizzato qualcosa di più "mainstream" rispetto al sound dei C.O.D. ma molti lo trovarono difficile, complesso.

Il punto sta non tanto in quello che fai ma in chi ti sta attorno. Tu studi, componi e per te é tutto normale. Se chi ti ascolta vive la stessa dimensione allora c`é intesa, chi ricerca solo l`intrattenimento difficilmente entra in sintonia.

 

Mescalina: riferendosi al contesto esterno per voi é importante ascoltare e conoscere quello che altri fanno? Si presume non vi chiudiate nel bozzolo del vostro mondo personale.....

 Gabriele:  certo che no. Negli USA é frequente trovare musicisti che vengono ad ascoltarti in concerto, cosa che da noi invece accade raramente. Per uno che fa il nostro mestiere una delle cose principali è andare ai concerti, conoscere quello che fanno gli altri musicisti, essere curiosi. Ricordo un concerto a Milano, suonavo in duo con un contrabbassista, nessuno praticamente ci ha prestato attenzione salvo un americano; quello si mise davanti, assistette a tutto il concerto e alla fine venne a dirmi chi ascoltavo, chi mi aveva influenzato, mi invitò a bere e comprò i nostri dischi; per tutti gli altri eravamo dei soprammobili. Questo é il problema da noi, evidentemente generato da una scarsissima educazione musicale.

 

Mescalina: certo, ma da quello che dici pare che ci sia una ritrosia anche da parte dei colleghi musicisti

 Gabriele: purtroppo sì. Anche nelle jam le cose non funzionano. Più di una volta mi é capitato di partecipare a sessions dopo un concerto. Prima non c`era nessuno, arrivato il momento della jam i musicisti arrivavano, salivano sul palco, facevano il loro pezzo e poi se ne andavano. Interazione zero! Così non va, la musica richiede che ciascuno ascolti l`altro e che si verifichi uno scambio; gelosie, simpatie e antipatie non devono interferire ma purtroppo succede così.

 

Mescalina: ma tu sei convinto che le jam possano davvero avere qualche potenzialità creativa?

 

Gabriele: io nelle jam ho imparato molto. Salivi sul palco unendoti a un trio di musicisti esperti, suonavi con loro e dopo ne ricevevi le osservazioni e i commenti. In quel modo magari prendevi qualche tirata di orecchie ma imparavi a capire le strutture, il modo di stare con altri, come ascoltare e reagire. Oggi le jam in effetti si sono trasformate in esibizioni della propria abilità; devi far vedere quanto sei bravo e quella componente pedagogica di cui dicevo é praticamente scomparsa. Guarda anche sui social; una volta c`era un insegnante che parlava e tanti allievi che intervenivano, oggi sono tutti docenti.

 

Mescalina: docenti, didattica..... La tua attività al riguardo ha qualche influenza o interazione col tuo essere artista?

 

Gabriele: dipende dagli allievi. C`é chi viene per occupare il tempo e lì non succede nulla. C`é chi ha interesse e ti fa domande specifiche che portano ad una crescita reciproca; in questo caso ti trovi costretto a documentarti e a ragionare per cui impari anche tu. Questa é sicuramente la situazione che prediligo, non é più una lezione ma un incontro tra musicisti in cui ciascuno porta a casa qualcosa. Oggi per molti la didattica intesa come lavoro d`ufficio é diventata predominante, credo per ovvie ragioni di sussistenza; io cerco di mantenere il mio baricentro spostato verso l`attività artistica, l`insegnamento deve essere solo una parte del mio lavoro altrimenti finisce che diventi un docente e non più un musicista.

 

Mescalina: parlando di te come musicista, e come chitarrista in particolare, quali sono stati i tuoi riferimenti principali?

 

Gabriele:  nella chitarra jazz. Wes Montgomery ovviamente e poi Joe Pass e Pat Metheney. Io ho iniziato però col rock; per me la musica erano gli AC/DC, gli Iron Maiden,  i Metallica; i primi tre dischi che ho avuto sono stati “Back in Black” degli AC/DC, “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd e  “Made In Japan” dei Deep Purple. Le lezioni non mi attraevano, mi sembravano troppo costrittive, ero stimolato dal rock e dal blues e suonavo tutto ad orecchio. Le cose però sono andate cambiando col tempo; ti trovavi a suonare con gente che leggeva la musica, tu restavi indietro e soprattutto eri limitato nell`interazione per cui é sorta l`esigenza di imparare qualcosa di più. Ho iniziato con un insegnante che mi ha trasmesso le prime nozioni di armonia e mi ha spinto a frequentare i corsi della Berklee; lì ho trovato un altro docente che ha subito capito quanto incompetente ero e mi ha dato una lista di dischi e di libri da studiare. Mi chiusi in una stanza di albergo per due settimane e iniziai ad apprendere gli standard principali e ad ascoltare Davis e Coltrane.  

 

Mescalina: ma c`é un chitarrista che ti ha influenzato in modo specifico?

 

Gabriele:  Tieni presente che arrivando dal rock le prime cose che andavo assimilando erano quelle "a metà", quindi la Fusion: Gambale, Holdsworth. Mettevo il metronomo a duecento e facevo gli esercizi, sembrava più ginnastica che musica. Oggi é diverso e forse dovrei cercare di recuperare un po` di quella agilità.... Comunque gli stimoli erano numerosi; Muddy Waters, Jim Hall, Kenny Barrell, ma le influenze maggiori sono arrivate da  John Scofield e Bill Frisell. Frisell all`inizio mi sembrava un chitarrista strano, poi però ho incominciato a studiare i suoi assoli e ho cambiato radicalmente idea. Un mostro, in certi suoi passaggi ci trovi tutto: armonia per quarte, la frase be-bop, intervalli di seconda minore, le note guida al posto giusto. Un grande intelligenza, sia compositiva che improvvisativa. Comunque le cose non si limitano a questo; sono risalito, come inevitabile, a Jim Hall e ricordo anche alcune importanti lezioni con Joe Diorio.

 

Mescalina: e Marc Ribot?

 Gabriele: si certo, anche lui, ma in termini di trio i miei riferimenti erano  ìl combo di Paul Motian con Frisell e Lovano e quello di Tim Berne con Ducret e Rainey; li ho ascoltati all`infinito, hanno fatto dei lavori a mio avviso spettacolari. Quando compongo per i C.O.D. mi rendo conto di aver "rubato" qualcosa a loro, anche se magari solo a livello inconscio.

 

Mescalina: ti capita quindi di analizzare e studiare a fondo dei lavori di altri?

 Gabriele: a volte sì ma in altri casi si tratta di idee, spunti, pillole prese al volo da quello che senti. Il più delle volte compongo per approfondire cose che sto studiando, trovo sia il miglior modo per arrivare ad una comprensione piena.

 

Mescalina: da quello che dici pari aver abbandonato quegli interessi al blues di cui facevi menzione all`inizio....

 Gabriele: era una componente iniziale. Agli esordi ascoltavo a manetta Muddy Waters, Jimi Hendrix, Steve Ray Vaughan, blues elettrico insomma, da Chicago in poi.  

 

Mescalina: abbandonato il blues, acquisita la componente improvvisativa, nei C.O.D. c`é qualcosa di swing, il terzo grande ingrediente del vecchio paradigma del jazz?  

 Gabriele: in generale direi di sì, soprattutto nel modo di articolare certe parti. Tieni conto che arriviamo tutti e tre da studi sulla musica afro-americana. Biagio fa cose avant-garde con un suo criterio di fraseggiare, Francesco spesso imposta l`uso dei piatti in un modo debitore della tradizione. I C.O.D. guardano avanti ma conoscono il passato; non ci trovi swing nel senso usuale, il gioco é più sul fraseggio e sulla ritmica generale del brano.

 

Mescalina: tornando all`improvvisazione per voi si tratta di decorazione, variazione sul tema, elaborazione "in and out" o che altro?

 Gabriele: tutto quello che hai detto con qualcosa in più. Per noi é certamente l`aspetto più rilevante. In alcuni casi l`improvvisazione é basata su scale, altre volte su di una frase ritmica; in generale dipende da quello che succede e questo é valido sia dal vivo che in studio. In registrazione usiamo molto poco la post- produzione; se c`é qualche errore ovviamente lo correggiamo ma in generale eseguiamo quattro o cinque versioni di un pezzo e teniamo quella che é venuta meglio.  

 

Mescalina: nell`ascolto dei vostri brani non sempre si riesce a cogliere, se non dopo reiterati tentativi, una struttura dei pezzi. E` frutto di una vostra volontà compositiva?

 Gabriele: assolutamente no. Tutti i nostri brani hanno una struttura precisa, pensata e voluta. Certo, non si tratta della classica forma ABA tuttavia dove ci va la melodia e dove l`intervento d`improvvisazione é parte dell`idea compositiva . Comunque i pezzi hanno dei loro momenti precisi, magari del tipo A B C D E ma con una loro sequenza. Probabilmente questo aspetto non risulta immediato ma, come abbiamo già detto, la nostra musica richiede un po` di attenzione e concentrazione.

 

 Mescalina: dal vivo, dove il rapporto é immediato e quasi "volatile", come fate a trasmettere questi aspetti?

 Gabriele: dipende dal posto in cui vai. Le nostre cose non le puoi certo proporre nei jazz club abituati al mainstream; tempo fa ho suonato in un hotel eseguendo un tributo a Chat Baker, lì i C.O.D. sarebbero stati completamente fuori luogo.

In alcuni spazi dove sono più propensi alla ricerca, dove fanno anche mostre d’ arte, teatro o simili siamo più a nostro agio.

Il pubblico è più recettivo e noi ci esprimiamo meglio, senza ostacoli.

Oggi poi nella musica occorre lavorare su più dimensioni; personalmente sono attivo in decine di progetti che vanno dall’ omaggio a Monk (il mio primo cd “Mr. T.”) a Coltrane, dal trio DOC agli nDem, da Chet Baker appunto ai C.O.D.

Il problema poi é che se vuoi vivere di musica devi avere in piedi un bel po` di cose; questo comporta l`impossibilità di essere continuativo su di un`idea e sei sballottato continuamente. Un giorno hai il gig con una cantante, quello successivo il tributo a Pino Daniele, poi sei col trio o col quartetto.... Sarebbe bello potersi concentrare per un anno su di un progetto, ma questo se lo possono permettere solo certi big.

 

Mescalina: qual é lo stato di salute del jazz oggi a tuo avviso?

 Gabriele: in tanti dicono che é morto, ma a me pare esattamente il contrario. Ci sono un sacco di locali in cui viene proposto (anche se ogni tanto ne scompare qualcuno); l`errore semmai sta nel pensare che si debba suonare solo un certo tipo di musica, bisognerebbe essere più aperti, osare un po’ di più. Pensare che cover , standards o tributi vari  siano l’ unica proposta possibile è sbagliato, non si evolve.

Ci vorrebbe  più spazio per progetti originali, un piccolo sforzo anche da parte del pubblico ad ascoltare cose nuove.

 

Mescalina: come fai a contattare questi locali e a trovare un`opportunità?

 Gabriele: fino a un po` di tempo fa passavo un`ora al giorno mandando mail a manetta. Adesso che ho smesso iniziano loro a cercare noi. Oggi poi funzionano meglio canali come What`sApp o Messenger, d`altra parte non puoi andare tu personalmente a contattare; finirebbe che dopo un mese di sforzi ti arriva una serata a 400 euro e tu ci hai già rimesso. Sarebbe utile avere una figura di manager ma costa ed é difficile da trovare; quelli che ci sono tendono a preferire i grandi nomi per ovvie ragioni di opportunità. Noi siamo completamente indipendenti, ognuno cerca e la somma degli sforzi alla fine porta dei risultati.

Oggi per stare in piedi devi trovare serate o devi insegnare; il disco non é più una fonte di reddito, lo vendi ai concerti e nemmeno funziona come biglietto da visita, cosa che invece una volta accadeva. Adesso ti chiedono i video; l`altro giorno siamo andati in studio e abbiamo impegnato più tempo a piazzare le telecamere che altro, ormai devi essere su YouTube.

 

Mescalina: bene, volendo concludere degnamente corre l`obbligo di una domanda magari impegnativa ma stimolante: i tuoi cinque dischi che ti porteresti in un`isola deserta?

Gabriele: ah, solo cinque? Va beh, ne avrei un sacco ma ti rispondo:

 . Full House di Wes Montgomery

. Hand Jive di Scofield

. Before We Were Born di Bill Frisell

. Brilliant Corner di Monk (o Monk`s Dream)

. A Swingin` Affair di Dexter Gordon (lo conosco a memoria, ci sono affezionato)

 Ma dovrei aggiungerci altro, tipo On Broadway di Paul Motian e soprattutto Souls Saved Here dei Big Satan con Tim Berne, questo rappresenta molto bene il nostro periodo C.O.D.!

 Conclusione molto originale e inusuale specie per la citazione di Berne, ad esemplificazione di un`esperienza davvero originale di un combo che sarebbe bene conoscere Un leit motiv di oggi é che ormai non si trova più nulla di originale; andate a cercarvi i C.O.D. e poi ne riparliamo.