Naddei E Sabrina Rocchi

interviste

Naddei E Sabrina Rocchi Ripensandoci: Jula De Palma

12/04/2022 di Barbara Bottoli

#Naddei E Sabrina Rocchi #Italiana#Canzone d`autore

Naddei (gia' Francobeat), insieme a Sabrina Rocchi, sua moglie, dedica la sua ultima produzione a Jula De Palma, cantante jazz-pop degli anni '50/' 70; dalla ricerca, dall'immedesimazione che si estende nella personalizzazione delle opere della De Palma, nasce Ripensandoci ( L'amor mio non muore). L'album proposto da Naddei e' stato anticipato dai singoli Se qualche volta, scritta da Franco Califano e presentata in due versione: quella di Sabrina e quella di Naddei, oltre a contenere Per due parole, brano che fa parte della colonna sonora di Summit del 1968 composta da Mario Nascimbene. L'elemento metaforico del lavoro di Naddei e' una valigia che simboleggia la partenza di Jula per il Canada nel 1974, quindi il viaggio, la scoperta e il cambiamento, ma anche lo scrigno dei ricordi proprio come quegli oggetti che si custodiscono al riparo della vita attuale, ma che si cercano negli istanti dei rimpianti. Il progetto di Naddei si muove tra i binari del passato e del presente, intrecciandosi, fornendo due interpretazioni delle vicende, come se l'ascoltatore diventasse lo spettatore interno di una dimensione personale.
Mescalina: Naddei e Sabrina Rocchi rendono omaggio a Jula De Palma, presentata in questo modo la notizia è ben diversa da ciò che si ascolta. Innanzitutto confesso la mia ignoranza rispetto alla figura di Jula De Palma che negli anni 50, 60 e 70 era stata definita “la signora del jazz italiano”, quindi ho voluto approfondire l’interprete, la sua storia e il suo essere donna perché nel suo abbandono delle scene all’apice del successo per seguire la famiglia ci leggo una scelta femminile, quasi inconsapevole dello scorso secolo. La rilettura di Naddei in queste premesse raggiunge un livello empatico ancora più elevato, oltre al grande merito di riportare alla luce una voce ammaliante. Chiedo come è nato il progetto di Se qualche volta, e a livello umano come è stato essere una coppia anche artistica, oltre all’approccio con Jula che vive in Canada da anni.

Naddei: Innanzitutto grazie per le tue parole che mi confermano la bontà degli intenti di questo disco nel far conoscere un pezzo della nostra storia che stranamente è poco noto e mi fa molto piacere che generi curiosità. Posso anche aggiungere che la stessa Jula, in una delle mail che ci siamo scambiati, ha proprio usato il termine “empatia” riguardo a quello che stiamo raccontando intorno al suo mondo che abbiamo fatto nostro e leggerlo dalla diretta interessata mi ha davvero emozionato! Abbiamo contattato Jula dalla sua pagina social e ci ha risposto quasi subito. Ne è seguito un carteggio che fatico a definire per quanto affetto e sostegno ci ha dimostrato tanto da averci regalato un suo saluto beneaugurante, davvero prezioso, inserito nel disco. Ha ascoltato tutti i brani e ci ha seguito lungo tutto il percorso di lavorazione dandoci un grande sostegno e facendoci capire che stavamo andando nella giusta direzione: la nostra. Ha sempre dimostrato di apprezzare il fatto che stessimo cercando la nostra via personale su tutto, dagli arrangiamenti al modo di cantare di Sabrina. Se penso che ha avuto a che fare con gente come Lelio Luttazzi, Gianni Ferrio, Gornj Kramer, Gianpiero Boneschi e tanti altri di quel periodo ho i brividi al solo pensiero di essere inserito tra questi grandi nomi in qualità di arrangiatore, e sono felice per Sabrina che ha potuto riprendere a cantare confrontandosi con un’interprete che ha segnato la nostra storia, che ha cercato di innovare gli ambienti più asfittici e conformisti di quegli anni senza però rinunciare alla condivisione col grande pubblico. Una lezione enorme che temo ci siamo già dimenticati a favore di facili “click”, spesso forzati, che poco hanno a che fare con il vero ruolo della musica che ha a che fare più con l’emozionare, il far pensare, il sognare, il ballare, ridere, piangere. Il soggetto di questo omaggio è proprio la storia di una grande artista, di una donna forte e di grande talento. Quando canti sei nudo e ti porti dietro tutto quello che vivi, le persone incontrate, i fallimenti e le gioie, la stanchezza, i sorrisi, le ore tarde nei dopo concerti, le notti insonni a passare da una città all’altra nei tour estivi. Quello che volevamo rivivere è il mondo di e intorno a Jula perché credo sia quello che ci manca e che ancor di più ci è mancato in questi ultimi anni. La musica è quasi un pretesto che ci ha portati a fare qualcosa che reputo bello, quasi come se non fossimo noi i veri protagonisti. Anche in questo senso per il primo brano da lanciare abbiamo scelto Se qualche volta. Scovato nella miriade di brani che componevano il repertorio di Jula, è stato riarrangiato in una chiave moderna, che a me personalmente ricorda i Radiohead, e ci sembrava un buon punto di partenza per presentarci non come una operazione-nostalgia ma come una vera e propria rilettura senza dimenticare il punto di partenza delle canzoni che abbiamo scelto per il disco. Per entrare nelle case della gente prima bisogna bussare, farsi osservare dallo spioncino e poi entrare salutandosi come vecchi amici. Ci sembrava un buon modo per iniziare. Questo disco per me è stata una scommessa, apparire senza apparire, senza cantare né suonare tanti strumenti come in passato. Ho colto l’occasione per concentrarmi sull’aspetto di produzione e arrangiamenti. Ho imparato tante cose lavorando ai pezzi da un punto di vista privilegiato, senza essere il “front-man” e tenendo bene a mente la voce di Sabrina e tutti quei piccoli punti di contatto tra lei e Jula. Uno fra tutti il volersi allontanare da qualcosa che non ti torna più. Jula partì per il Canada sia per stare con la propria famiglia sia per il fatto, come lei stessa ha sempre dichiarato, di non sopportare la fase discendente di un artista che raggiunge un apice. Lei lo ha raggiunto col mitico concerto al Sistina a Roma e da lì si è dedicata ad altro. Un po' come Sabrina che a un certo punto ha deciso che era meglio dedicarsi ad altro dato che quel mondo scintillante non ti fa stare bene.

Mescalina: Se qualche volta è stata scritta da Califano, nel vostro progetto ne esistono una versione ufficiale e una versione di Naddei, direi una versione maschile e una femminile, non solo vocale, ma anche visiva perché i due video riflettono metaforicamente il sentire dei due sessi. Una scelta un po’ controcorrente nell’era della fluidità, nel quale non esiste il bianco e il nero, il rosa e il blu, ma avete contrapposto un “vivere donna” universale che non dimentica, appunto la valigia simbolo del ricordo che viene custodita, una donna che affronta, discute, esprime, manifesta. In contrapposizione vi è una dimensione maschile più intima, solitaria che cerca ogni escamotage per dimenticare, modificandosi nell’affrontare il mondo. Quanto divergono tra loro le due versioni che proponete?

Naddei: Il brano doveva essere contenuto in un 45 giri che per vari motivi non siamo riusciti a fare, ma dovevamo pensare a un “lato B”. E allora è nata l’idea di fare una doppia versione, come fosse un LATO A e un LATO AA. Dato che il mio sound è più orientato verso lidi elettronici ho pensato di farne una mia personale versione proprio per far capire che non mi ero rincitrullito del tutto, ma semplicemente avevo fatto la scelta di cedere il microfono a Sabrina lasciando solo una traccia che potesse in qualche modo fare da ponte tra questo lavoro e Mostri, dove avevo riletto un repertorio cantautorale italiano in chiave totalmente elettronica. Le due versioni risultano un pò le facce contrapposte della stessa medaglia; la solitudine e la paura dell’abbandono da parte di chi ti ama vista, come dici giustamente tu, da diverse angolazioni. La versione di Sabrina è sì femminile, ma il brano ha un carattere forse per il testo che tradisce un punto di vista maschile. Qualcosa di questo sentore è passato anche nell’arrangiamento che prende comunque spunto dalla versione cantata da Jula che, anche nella versione originale, non lo interpreta certo come una donna affranta o sottomessa all’uomo e all’amore per lui, o almeno io l’ho interpretata così. Anche per questo l’ho ritenuta adatta a Sabrina che è certamente una donna forte. Riguardo al video non so perché ma all’inizio lo immaginavo come un inseguimento tra un lui e una lei che si rincorrono nel mondo ma non si trovano mai. Poi è arrivata la valigia e l’idea di Sabrina di inserire tutti quegli oggetti, che in parte appartengono veramente alla nostra vita di coppia, ha ulteriormente mescolato le carte in tavola. E’ Sabrina che custodisce i ricordi di varie storie che hanno a che fare con l’amore, e sono gli oggetti che escono da quella valigia ad evocare momenti belli e brutti. Come dice Sabrina stessa, i ricordi spesso cambiano nella nostra mente, assumono diverse forme nel tempo, un po’ come una relazione e il passaggio tra adorazione e rabbia che in amore a volte è repentino. E’ stato divertente lo scambio di idee riguardo la realizzazione dei due video. Il primo lo ha ideato Sabrina in tutto e per tutto e ho lasciato guidare lei. Le varie storie si intrecciano e per fare il secondo video ho isolato la mia dove vengo lasciato e ho pensato di rivelarne il motivo. Ne è venuto fuori un gioco su questo personaggio un po’ Drugo del Grande Lebowski, la cui condotta, non esattamente pacata, rientra in un immaginario psichedelico da post sbronza dopo una serata finita in vasca da bagno vestito di tutto punto. Tra l’altro è stato molto divertente realizzarlo dato che lo abbiamo girato in una sorta di piano sequenza. Francesco Zucchi è il bravo regista e amico che ha realizzato entrambi i video. Dal punto di vista sonoro la mia versione riprende quel sound elettronico, che è la mia cifra stilistica, che richiama in parte il discorso intrapreso con Mostri e che in realtà guarda avanti per il mio prossimo album di inediti a cui sto lavorando. Non è stato fatto un pensiero che andasse controcorrente, abbiamo lasciato andare le nostre diverse sensibilità affidandoci alla storia e a come ognuno di noi l’ha vissuta e interpretata ed è bello come siano venuti fuori due brani e due video così aderenti alla nostre diverse personalità.

Mescalina: Il 21 aprile è uscito il vostro album, intitolato Ripensandoci appunto dedicato a Jula De Palma, è uscito un singolo a termine 2021, uno a gennaio 2022 e uno da poco, che viene definito b-side del primo. Una modalità originale, creativa quanto nasce dalla voglia di recuperare un’artista ritiratasi dalle scene e quanta proiezione c’è verso il futuro? In questo progetto essere una coppia a 360 gradi quanto aggiunge agli intenti?

Naddei: Per me fare un disco è sempre un’occasione di studio e un mettersi in discussione. La spinta iniziale sul personaggio Jula de Palma ci ha portati a conoscerla meglio a nostra volta. Credo sia fondamentale fermarsi e guardare indietro per capire cosa ci stiamo perdendo nella frenesia del mondo moderno che trita, spreme e butta con molta facilità sia i dischi che i personaggi. Il respiro per permettere ad un promettente artista di evolversi ormai è un lusso e fermarsi per rendersi conto che non è sempre stato così ha un grande valore, soprattutto se si parla di personaggi che hanno sempre tentato di sfidare le convenzioni, di andare avanti, di osare, sempre tenendo a mente la qualità e l’autorevolezza delle proposte che infine arrivano al pubblico, poco o tanto che sia. Trovo che l’evoluzione del panorama musicale abbia paradossalmente subito una grande frenata rispetto alle possibilità che abbiamo oggi e che si tenda a mitizzare il passato senza dargli un valore reale ma sono in termini di efficacia. Ormai potremmo studiare i Beatles o i Rolling Stone sui libri di storia come Mozart, Bach o Ornette Coleman o John Coltraine. David Byrne sostiene che un artista libero e creativo deve avere la sua visione del futuro e sono totalmente d’accordo. Sento troppi dischi che mitizzano momenti discutibili della musica degli ultimi 30-40 anni solo perché lontani nel tempo. Vedo persone che quando su youtube cercano un video dei Nirvana caricato nel 2020 pensano siano un gruppo recente. Questa curva della memoria dove tutto è successo in un lasso di tempo che sembra breve in realtà deforma la conoscenza. Se non si scava curiosando tra le fonti a cui possiamo attingere oggi e non si mettono in ordine i tasselli collegando generi e tessuto sociale e politico, testi e sentore delle epoche in cui sono stati scritti, non siamo veramente in grado di capire il perché di certe canzoni e generi. Poi non tutto va recuperato e solo con un minimo di ricerca e curiosità puoi capire a cosa val la pena recuperare per te. Ho sfruttato l’occasione di questo disco con Sabrina proprio perché non avrei potuto farlo da solo in maniera credibile e in più mi ha dato la possibilità di giocare con una materia sonora totalmente fuori dalla mia zona di comfort fatta di sintetizzatori e batterie elettroniche. In più è stata l’occasione per condividere il mio lavoro, che è parte integrante della mia vita da sempre, con la donna con cui vivo. Nel momento in cui mi ha chiesto di ricominciare a cantare volevo potesse essere qualcosa di diverso dal solito recupero anni ’60 così come inizialmente si favoleggiava. E così ci siamo ritrovati, ognuno nel suo ruolo, a crescere e studiare con la voglia di superare quei limiti che spesso siamo noi stessi a imporci. Ci siamo stimolati a vicenda e per quel che ne so, dopo tanta fatica dovuta anche dal fatto di essere una coppia nella vita, ci siamo ritrovati con qualcosa di concreto e di bello fatto insieme, non è meraviglioso?

Mescalina: Naddei qualche anno fa aveva proposto Mostri un album tributo ad alcuni brani del repertorio della musica italiana, al quale aveva partecipato anche Sabrina. Potrebbe essere questa la via percorsa anche nelle prossime produzioni? Sono sempre più convinta che la musica, oggi, sia veramente un genere di consumo troppo veloce, quindi riflettere, riscoprire (o in questo caso scoprire) brani del passato sia un grande arricchimento, ma quanto il pubblico recepisce questa possibilità che gli viene concessa?

Naddei: In Mostri chiesi a Sabrina di cantare con me Più di così no di Piero Ciampi e lei, dopo una iniziale ritrosia, ha accettato di inciderla e di salire sul palco con me, ogni volta che poteva raggiungermi, per cantarla insieme. Direi che quella scintilla ha rotto il ghiaccio ed ha aperto la strada al suo desiderio di cantare nuovamente dopo molti anni di assenza dal mondo musicale. Cantava in maniera professionale quando aveva 20 anni ma quell’esperienza le ha tolto l’entusiasmo per continuare e si è dedicata ad altro. Non so se questo disco avrà un seguito per il semplice motivo che al momento lei preferisce fare altro e prendo questo episodio come una gran bella esperienza fatta insieme e che porteremo avanti per i concerti che ci sentiremo di fare senza riduzioni. La band al completo dal vivo è di 10 elementi e non avendo grandi produzioni alle spalle faremo solo quello che preservi questo senso di interezza del progetto sia in termini sonori che di gruppo. Non è un disco che si può ridurre a un duo o trio come spesso il mercato richiede ai piccoli artisti indipendenti e questo forse darà maggior valore a quello che ci capiterà di fare dal vivo. Una cosa è certa, per le prossime produzioni mi piacerebbe coinvolgere più musicisti come è successo per Ripensandoci. Ora più che mai è necessario ritrovarsi, muoversi insieme, suonare insieme, riprendere lo spirito di gruppo dopo che ci siamo dovuti arrangiare nelle camerette e nelle ripartenze a singhiozzo. Quando c’è un gruppo si creano tante nuove energie, scambi e stimoli che possono andare in mille direzioni, dalle nuove scoperte alle riscoperte come in questo caso. Pensa che molti musicisti che hanno suonato, ed alcuni vengono dal jazz, non avevano mai sentito parlare di Jula de Palma e fargliela conoscere per me è stata una bella cosa. Sul ruolo e le responsabilità del pubblico poi ci sarebbe da fare un discorso molto lungo. Con l’avanzare dell’età ho maturato l’idea dell’artista che cade dall’alto, che pretende di istruire o addirittura di infastidire il pubblico è qualcosa che non tollero più e che io stesso devo sempre tenere bene a mente. La musica è e deve essere anche un prodotto, sta a noi trovare quella voglia di comunicare attraverso questo strumento ancora prima che con le stories e i post che sono la punta sbagliata di un iceberg minuscolo. Sono almeno 20 anni che la musica viene venduta a fianco di qualcosa che ha un valore oggettivo (come le scarpe, i vestiti, le automobili) come se non avesse un valore in sé. Spesso mi interrogo sul ruolo della musica oggi e non ho certo la risposta pronta. E’ legittimo cercare di piacere ma la presunzione di quello che può piacere al pubblico secondo me è dannosa e spesso diventa un freno anche per chi la musica la fa. Non si osa più, come se fare un disco costasse la stessa cifra di 30 anni fa. Non si sperimenta più se non in termini di trovate pubblicitarie per sgomitare nella selva dei milioni di dischi che escono ogni giorno. E in questo turbinìo velocissimo anche chi è curioso ed attento spesso non riesce a scoprire quello che gli piace veramente ma solo quello che, per praticità, ci si lascia suggerire da un algoritmo. Quello che davvero mi manca è capire dai giovani, che in questo mondo ci sono cresciuti, qual è la loro visione del futuro. Continuo ad ascoltare cose che, come detto prima, vanno a ripescare e rimescolare il passato senza un vero pensiero estetico ma più in termini di efficacia. Purtroppo stanno imparando questo metodo, male aggiungo io, anche quegli artisti che giovani non sono più. Infine mi manca il rito collettivo della fruizione della musica, la condivisione reale e non solo social, dove ci si possano scambiare gli oggetti sonori che verranno oltre che i noti vinili o CD. Oggetti veri, solidi, come gli abbracci e le strette di mano, come il sudore del ballo, le lacrime dagli occhi e i sorrisi che solo l’emozione dell’ascolto collettivo di musica bella può dare.

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