Bombino

Bombino

Il Tuareg con la chitarra


09/07/2015 - di Kevin Ben Alì Zinati
È arrivato sul palco del festival “Convergenze” come Bombino, a fine concerto ne è sceso da indiscusso protagonista. Sabato 4 luglio Gounmar Almoctar, meglio noto come Bombino (o Bombinò alla francese), è stato tra gli artisti che, insieme a Davide Van De Sfroos, Alessandro Bergonzoni, Meg e Frankie Hi-Nrg Mc, hanno partecipato alla manifestazione musicale andata in scena dal 2 al 5 luglio a Varese nel pittoresco castello di Masnago. Chitarrista originario di Agadez e precursore del rock-blues di marca africana, Bombino è l’artista che, più di tutti, ha impressionato e trascinato il pubblico varesino, numeroso in una serata caldissima, per originalità musicale, tecnica e carisma. L’avventura, il mistero e il fascino tuareg caratterizzano la storia di Bombino (il cui nome d’arte può tradursi con “bambino”) il quale, da ragazzo, iniziò a conoscere la musica e la chitarra di nascosto, rubando musica qua e là. Quando si presenta alla conferenza stampa organizzata in una sala appositamente attrezzata all’interno del castello, Bombino incanta ancora prima di parlare o di prendere in mano la sua chitarra (acustica o elettrica che sia): tanto ipnotico quanto un gioiello prezioso e luccicante, il sorriso con cui il tuareg accoglie giornalisti, fotografi, fans e curiosi è magnetico, contagioso, originale, simbolo di purezza e umiltà. Con simpatia e passione Bombino risponde a tutte le domande, permettendo a tutti i presenti di conoscere meglio Gounmar Almoctar, l’uomo, o meglio, il chitarrista di origini tuareg che ha stregato Dan Auerbach, leader dei Black Keys, Jovanotti e tutta Varese.
Da dove nasce la storia di Bombino?

«Ho cominciato quando ero molto giovane. Fin dall’inizio è stata molto dura fare musica nel mio paese perché è difficile essere accettati quando si vuole intraprendere questo cammino, soprattuto dalla mia stessa famiglia. Vive al confine tra la Libia e l’Algeria ed è proprio in Algeria che ho iniziato a suonare e qui ho sviluppato questa passione che ancora oggi sento profondamente».

 

Lei racconta spesso che ha iniziato ad esercitarsi di nascosto con la chitarra di suo cugino, è vero questo aneddoto?

 

«È vero - ride -, ho cominciato con la chitarra che mio cugino, un giorno, dimenticò a casa nostra e la suonavo soprattutto di sera e di nascosto. Perché di sera? C’era anche uno scenario più suggestivo. Suonavo quando i tuareg dormivano, immerso nel profondo silenzio della solitudine tipica del deserto, quell’atmosfera mi ispirava moltissimo».

 

Jimi Hendrix e Mark Knopfler sono stati i punti di partenza della sua musica

 

«Il fatto di essere nel deserto, all’aria aperta e lontano un po’ dal mondo, ci rendeva liberi di ascoltare qualunque tipo di musica volessimo senza disturbare nessuno. Ascoltavo rock, in particolare loro due, con il materiale che avevamo a disposizione, per esempio le vecchie cassette. Eravamo abituati a mettere il volume al massimo e con i nostri strumenti e le nostre influenze culturali a ballare, cantare e suonare. È da qui che è nata la mia musica».

 

Dopo luscita del suo album Nomad, che ha visto la partecipazione di Dan Auerbach nelle vesti di produttore, ha girato il mondo con un lungo tour. Quali differenze ha incontrato in questo viaggio a livello musicale e culturale?

 

«Durante i miei viaggi non sempre sono riuscito a vedere molto bene le città. Speso mi capitava di arrivare il giorno prima o addirittura il giorno stesso del concerto, prepararmi, suonare e poi ripartire per un altro luogo, un’altra città e quindi non avevo molto tempo per gironzolare e perdermi nelle città. A volte invece, quando trovavo qualcuno che parlava francese, restavo con lui o lei a parlare senza spostarmi. Ho girato abbastanza e posso dire questo: sono gli incontri come questi, con la stampa o con i fan o con le persone normali con cui parlo che mi fanno conoscere i luoghi, le città, le culture».

 

Dopo la collaborazione con Dan Auerbach è arrivata quella con il nostro Jovanotti: come è andata?

 

«È stato molto bello poter lavorare e suonare con un musicista come Lorenzo. Mi ha portato nel suo studio di registrazione ed insieme abbiamo fatto mote cose musicalmente belle, interessanti e divertenti. È una cosa rara per me e sono molto felice di avere avuto la possibilità di lavorare con lui».

 

Ha mai provato ad immaginare che cosa sarebbe se quel giorno non avesse iniziato a suonare di nascosto la chitarra di suo cugino? Vede la sua vita senza una chitarra in mano?

 

«Assolutamente no - risponde scoppiando in una risata contenuta, come se quell’idea mai avesse sfiorato la sua testa -. Mi nascondevo perché non mi vedessero e poi dovevo stare attento a non rompere una corda. Devo dire però che il solo fatto di suonare di nascosto mi ha dato ancora più voglia di suonare, mi ha stimolato e volte anche ispirato. provo amore per la mia chitarra: ho viaggiato tantissimo con lei, ho cercato un lavoro con la mia chitarra, è la mia metà e non mi vedo proprio senza di lei nella mia vita».
 

Dopo quaranta minuti di domande e risposte, Bombino saluta giornalisti e amici - perché tali sono per lui i suoi fan - e si presta alle foto di rito. Prima di congedarsi però, dal pubblico una donna lo ringrazia per la sua musica, armonia che rallegra e cura i dolori della vita, per la sua gentilezza, per la sua dolcezza e per la sua umiltà. E, in sala, scatta un meritatissimo applauso.

Fotografie di: Giovanni Garavaglia

La Photogallery: http://www.mescalina.it/photo/gallery/4233/giovannigaravaglia

 

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