Davide Viviani

Davide Viviani

Un artigiano del suono


09/04/2018 - di Laura Bianchi
Incontriamo Davide Viviani, musicista e cantautore bresciano, in occasione dell`uscita del suo disco L`oreficeria. Ecco le sue risposte, sintetiche, ma schiette e meditate.
D. In un mondo come quello discografico, in cui la produttività è d`obbligo, perché presenti un disco dopo ben sei anni?

R. Me lo son chiesto pure io; penso che i sei anni trascorsi abbiano selezionato i brani fino ad arrivare alla possibilità di raccoglierli tutti assieme in un periodo in cui so che cosa sono musicalmente.

D. Come hai conosciuto Alessandro Stefana e Marco Parente, e com`è stato lavorare con loro?

R. Io ed Asso ci siamo conosciuti tanti anni fa a scuola, più precisamente in classe...sentendo questi brani, ha deciso di produrli, con mia grande gioia. Qualche anno fa ho aperto qualche concerto di Marco e proprio lì ci siamo conosciuti; anche lui ha accettato di partecipare a questo disco, registrando le batterie e le percussioni.

D. In che senso il titolo evoca il contenuto del lavoro? Gioielli preziosi, orologi e senso del tempo, artigianato fine...?

R. Con il titolo “L’Oreficeria” intendo l’attenzione minuziosa che bisognerebbe avere quando si ha a che fare con una persona, in qualsiasi tipo di relazione umana...è una sorta di auspicio.

D. Hai anche vissuto come artista di strada; cosa ti ha lasciato quell`esperienza?

R. Si, ho fatto una sola esperienza di musica in strada in Francia; è un’esperienza incredibile, è difficilissimo, ti devi guadagnare tutto, è una lente d’ingradimento del tuo io che fa musica, ha un sacco di componenti...fare un concerto su un palco è più facile, penso.

D. Quanto incide la tua professione di docente nella composizione e nella produzione della tua musica?

R. Faccio propedeutica musicale, quindi ho a che fare con bimbi anche di pochi mesi; con loro si instaura una relazione musicale, si canta per loro, “donandosi”...spero che questo atteggiamento possa riversarsi anche di fronte ad un pubblico adulto.

D. In Litania della città alta sembra emergere una precisa visione del mondo e della società; ti trovi a tuo agio nella realtà in cui vivi?

R. Litania della città alta fa riferimento ad una gita fuori porta; nella realtà in cui vivo mi trovo bene, anche se ho ben chiaro ciò che non mi piace, ciò che non sento mio lo rispetto, ma lo fuggo a gambe levate.

D. Otto brani: meno è meglio?

R. Gli otto brani non sono stati una scelta: hanno bussato alla porta solo loro.

D. Qual è la tua posizione nei confronti della musica in dialetto, dato che nel tuo lavoro un brano è in bresciano?

R. In realtà non la conosco tanto; il brano Salomon David è un ritratto e mi sembrava interessante farlo in dialetto (non ho mai fatto una canzone in dialetto). Penso sia una bella carta da giocarsi, è una lingua con più carattere, ha la possibilità di andare più in profondità rispetto all’italiano.

D. C’è spazio per i live, nell’esperienza di un artista indipendente come te?

R. Lo spazio per i live bisogna sudarselo effettivamente; è una bella fatica anche se a tratti insopportabile...al momento del live godi, e chi si accontenta gode!

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