I Hate My Village

interviste

I Hate My Village Un gibbone con ali di farfalla

08/08/2021 di Arianna Marsico

#I Hate My Village#Italiana#Alternative

Parlare con Adriano Viterbini è veramente stimolante. E' carico di amore per la musica e di entusiasmo per "Gibbone" l'EP degli I Hate My Village uscito da poco, e carico di voglia di tornare sul palco e di farci scoprire che la musica dal vivo non va data affatto per scontata, che serve rispetto per accostarvici.
Mescalina: Una cosa che mi ha stupito, per certi versi in modo piacevole, è che come I Hate My Village siate tornati con un EP. Perché una cosa che succede alle cosiddette superband (per lo scenario italiano siete tra i migliori musicisti in circolazione) è che spesso sono un bel sogno che dura il tempo di un disco e di un tour, perché poi magari ognuno ha i suoi progetti. Non sempre ha una sua continuità nel tempo. Come è stato tornare a lavorare insieme dopo un periodo che per certi versi è stato molto, ma da un lato è stato vuoto, come hanno dimostrato ad esempio le manifestazioni dei Bauli in Piazza?

Adriano: Per noi è stato un po’ come dici tu. Da una parte c’è stata un’esigenza nostra artistica, avevamo registrato già tutti i brani che compongono l’EP ancor prima della pandemia. Nella testa ci frullava già l’idea di poter pubblicare qualcosa in un futuro. Poi lo abbiamo fatto anche per dare al nostro pubblico il segnale che ci siamo, che stiamo evolvendo il nostro linguaggio, che stiamo andando avanti e abbiamo voglia di sperimentare e di fare altro. Probabilmente non ci sentiamo un supergruppo ma ci sentiamo soprattutto quattro persone che hanno la fortuna di essersi incontrate. Ognuno viene da esperienze diverse, accomunate da una grande e forte passione per la musica, forse a livello di una forma di pazzia quasi maniacale (sorride ndr) ognuno con il proprio strumento, con la propria visione. Però quando siamo insieme sembriamo gli amichetti che avremmo voluto avere da piccoli, parliamo la stessa lingua… ogni volta che siamo in sala esce fuori sempre qualcosa di interessante, che ci stupisce. Con questo EP ci siamo fatti stupire nuovamente da una cosa che abbiamo ascoltato. Tant’è vero che quando abbiamo riaperto le tracce che abbiamo registrato su cassetta abbiamo detto: “Ecco, sarebbe figa da condividere con una pubblicazione”. Uno, perché ci sembra che le registrazioni abbiano un suono e possano essere piacevoli all’ascolto, due perché potrebbero anticipare qualcosa che potrebbe succedere dal vivo. Insomma è stato tutto molto spontaneo, non c’è stata tanta progettualità dietro questo EP.



Mescalina: Dicevi “abbiamo ripreso le cassette”. Anche la decisione di registrare in modo casalingo, quasi analogico e fuori dal tempo nel senso buono del termine, rientra in questo?

Adriano: Sì, lì è stato Marco Fasolo, dei Jennifer Gentle, il primo a proporre di registrare in questo modo, perché ci avrebbe offerto delle possibilità e dei limiti. I limiti sono quelli fisici del nastro, con tutte le varie problematiche che può avere un supporto come il registratore su cassetta. Dall’altra parte questa tecnologia ha delle possibilità espressive. Essendo un mezzo estremamente veloce ha catturato la polaroid del momento, dell’azione, della performance. Soprattutto ci ha dato modo di registrare sovrappensiero, senza avere il peso di stare a fare chissà quale disco. Ti ripeto ci ha sorpreso riascoltare questo disco, ci siamo ritrovati e abbiamo pensato che allora valesse la pena pubblicarlo.

 

Mescalina: Un’altra cosa che mi ha colpito è il titolo, Gibbone, che fa pensare per certi versi a un ritorno all'animalità, a una dimensione un po’ più primitiva e istintuale, che a volte in un mondo così sofisticato andiamo a perdere…

Adriano: Hai colto perfettamente il cuore del titolo, che se vuoi può essere anche un po’ buffo. Gibbone è anche un nostro modo di dire quando stiamo nel furgone per tante ore. Ci diciamo sempre che si sale il gibbone, ci sale quella sensazione di essere chiusi in gabbia, pronti a uscire e a liberarci. Cosa causata probabilmente anche da un anno come tutti vissuto dentro casa, e adesso che abbiamo la possibilità di uscire e suonare ci sentiamo dei gibboni usciti dalle gabbie.

Mescalina: In effetti un po’ tutti, musicisti e spettatori!

Adriano: Certo, tutti sullo stesso piano infatti!

 
Mescalina: Nei suoni però si sente tanto deserto, tanta Africa, penso soprattutto ad Ami. È legato anche al tuo lavoro con Bombino?

Adriano: Tutto ciò che senti di Africa in I Hate My Village proviene dalle nostre esperienze, sia con l’ascolto e la scoperta di certa musica africana, sia con le nostre interazioni con artisti, io magari con Bombino e Rokia Traoré, Fabio con Fatoumata Diawara e Rokia Traoré anche lui, che abbiamo riportato nella nostra esperienza. Senza avere però la pretesa di fare world – music. Il nostro, come amiamo dire, è solo un grande errore di pronuncia. Noi abbiamo studiato quella musica, e poi l’abbiamo tradotta con il nostro registro ed esce una cosa particolare. Se avessimo voluto fare musica africana non saremmo stati credibili. Mentre in questa modalità penso fortemente che la musica che facciamo sia originale. Il nostro incontro è un incontro originale e di persone originali.

Mescalina: Forse è anche un approccio più rispettoso verso quello che avete ascoltato, rispetto a quello di chi copia spudoratamente, risultando come dici tu anche ridicolo…

Adriano: La cultura non va saccheggiata. È come se entri dentro casa di qualcuno di cui sei ospite, entri con rispetto e con le antenne tirate su, non per rubare ma per imparare semmai, ampliare il tuo vocabolario e, se hai la fantasia giusta, inventarti una nuova lingua.

 

Mescalina: Già dalle tue parole sul gibbone in gabbia si è capito che vi deve essere mancato tantissimo il live, penso soprattutto a te, sia con I Hate My Village che Bud Spencer Blues Explosion. Diversi artisti, penso anche a Silvestri lo scorso anno, avevano riarrangiato quasi tutti i brani. Addirittura Daniele disse che non avrebbe fatto Cohiba fino a quando non si fosse tornati a suonare come prima, perché “Cohiba è una speranza”, è assembramento quando si suona. Temo ci vorrà ancora un bel po’ per sentirla…Voi pensate di riarrangiare i brani o in qualche modo di forzare la situazione, ossia presentarli come li avete pensati, a prescindere dal fatto che si debba stare seduti o si possa stare in piedi?

Adriano: Capisco che ognuno viva la questione del concerto e delle performance in base alla propria sensibilità, capisco tutto e ci sta. Per noi non so, perché è il primo tour che facciamo in questa modalità. Mi viene da pensare che l’unico modo per godersela, e soprattutto creare attenzione da parte del nostro pubblico, sia dare il nostro massimo. E per dare il massimo non credo che staremo a rimandare l’esecuzione di alcuni brani, faremo quel che ci viene naturale. Rispetto a come eravamo abituati l’unica cosa che penso che cambierà è che a un certo punto la gente saliva sul palco, e stava sullo stesso piano nostro, o meglio stavamo tutti sullo stesso piano. Ecco questa cosa non accadrà a livello fisico, però saremo estremamente connessi, Una cosa che non ti dico esigo, ma auspico, è che il pubblico e noi prestiamo attenzione reciprocamente a quello che succede. Spero che ci sia un ascolto attivo e intenso verso la nostra performance, e anche da parte nostra verso il pubblico.

 

Mescalina: Beh, si dovrebbe anche apprezzare quello che si è perso in un anno e mezzo. Molti forse davano la fruizione della musica, e della musica dal vivo soprattutto, come un qualcosa di scontato, che stava lì, comodo e a disposizione.  

Adriano: Brava, esatto. Anche dare per scontato che certe cose succedano. Questo rapporto un po’ vampiresco che si crea tra pubblico, artista, organizzatore del concerto, promoter…ecco vorrei che si scardinasse questa cosa. Vorrei che si sperimentasse una dimensione diversa, molto più responsabile e consapevole del concerto. Non è solo intrattenimento c’è qualcosa di più profondo a cui adesso non so dare un nome. Poi è ovvio che essendo un concerto, sarà divertente, sarà esaltante e che andremo tutti a casa avendo vissuto una bellissima serata, sia noi che il pubblico. Però so che ci sarà qualcosa di più in tutto ciò, che stabilirà le basi della qualità della nuova musica. La musica non è solo intrattenimento, c’è qualcosa di più.

 

Mescalina: Quella è una cosa che forse finalmente è emersa in questo anno e mezzo, che la musica non è solo intrattenimento ma è anche lavoro ed esigenza, passami il termine, spirituale, almeno in certe proposte. Poi è ovvio che c’è anche la musica fatta come puro intrattenimento, com’è giusto che sia.

Adriano: Sì sì, però comunque l’ipotesi di suonare senza per forza compiacere l’ascoltatore o la moda del tempo…è creare un nuovo atteggiamento nei confronti della musica, di rispetto, attenzione. Mi auguro una consapevolezza diversa, e questo è quello che faremo succedere, ne sono certo.

Mescalina: Un’ultima domanda. Visto che vi trovate tanto bene a suonare, visto che è uscito un bel EP, bolle in pentola un nuovo album?

Adriano: Sì, noi abbiamo tanto materiale, ma a differenza di altri non abbiamo fretta, ecco (sorride ndr). Sicuramente uscirà qualcosa di nuovo degli I Hate My Village dopo questo EP, però non ti so dire come, quando, perché…

Mescalina: Non fate però come i Verdena con Alberto però…scherzo ovviamente!

Adriano: Guarda non so, sicuramente uscirà qualcosa perché siamo quattro personalità diverse e ognuno spinge per trovare la quadra su quello che stiamo facendo. Noi facciamo le cose in maniera naturale, che non significa che siamo dei fricchettoni ma che rispettiamo molto i nostri tempi. Conosciamo le dinamiche della discografia conosciamo tante cose e sappiamo che per fare la cosa migliore deve uscire quando è matura, quando esce per conto proprio e senza forzature. Quando ci sono forzature nella musica le cose escono sempre in maniera goffa.

Mescalina: Secondo me si notano i dischi che avrebbero avuto bisogno di qualche mese in più…Ho avuto questa sensazione a volte, ascoltando dischi che magari non erano nemmeno brutti, però ad ascoltarli dicevi: “Beh però se fossi stato un mese in più in sala di registrazione…”.

Adriano: O un mese in meno…



Mescalina: Sì, anche un mese in meno, anche se a volte si pensa più alla fretta di uscire che all’aver aspettato troppo. Però si percepisce quando qualcosa non è andato per il verso giusto.

Adriano: Sì, però non parlerei in termini di successo o insuccesso quanto di spontaneità della musica. Non mi interessa se un disco abbia fatto più meno successo, o se avesse un potenziale. Credo semplicemente che per alcune cose musicali certe modalità debbano essere rispettate. Quindi il mercato, le aspettative e i tour spesso vanno a minare quella che dovrebbe essere un’esigenza spontanea, naturale, completamente pura. Certo, mi ci sono voluti anni per arrivare a queste conclusioni, però adesso che abbiamo questo gruppo cerchiamo di regalarci questa opportunità.


Mescalina: Bene, all’ascolto si percepisce e si apprezza. Ti ringrazio e spero di vederti presto dal vivo!

Adriano: A presto!

 


CONTATTI

I HATE MY VILLAGE

facebook.com/ihatemyvillage/

instagram.com/ihatemyvillage/

 


LA TEMPESTA INTERNATIONAL

latempesta.org

facebook.com/la.tempesta.dischi

instagram.com/latempestadischi

 

DNA CONCERTI

dnaconcerti.com

facebook.com/dnaconcertieproduzioni

instagram.com/dna_concerti

 

Cover Art by SCARFUL

www.alessandromaida.com

facebook.com/scarful

instagram.com/scarful

 

UFFICIO STAMPA

Nora Bentivoglio per FLEISCH

www.fleisch-agency.com

nora@fleisch-agency.com

Foto nell'articolo Paolo de Francesco