Andrea Parodi Zabala

interviste

Andrea Parodi Zabala Passato, presente e futuro. Una chiacchierata ad ampio spettro con Andrea Parodi

07/10/2021 di Marcello Matranga

#Andrea Parodi Zabala#Americana#Songwriting Andrea Parodi Zabala

Il suo album ci e ‘ piaciuto molto dandoci lo spunto per una lunga intervista che ci sembrava opportuna per parlare del disco, certo, ma non solo. E cosi ‘ passato, presente e futuro si sono intrecciati rendendo questa chiacchierata tanto interessante quanto decisamente piacevole.
D: Intanto complimenti. Il tuo disco è veramente un gran bel lavoro, e ci è piaciuto molto. Prima di iniziare però a parlare dell'album vorrei, inevitabilmente partire da questa domanda: Perchè Andrea Parodi Zabala?

R: Grazie, sono molto contento ed emozionato anche io per questo disco che arriva quattordici anni dopo Soldati, se non contiamo la parentesi coi Barnetti Bros che risale comunque al 2010. In questi anni sono successe tante cose, la musica non è mai mancata nella mia vita, ma mi sono dedicato soprattutto all’attività di promoter e a fare il papà. Dopo essere stato fermo a livello discografico per così tanto tempo serviva una nuova partenza. Inoltre per molti anni ho condiviso il mio nome con il grande cantante dei Tazenda.

Andrea Parodi Zabala è un tentativo alla John Cougar Mellencamp, vediamo cosa succederà dopo. Zabala è un nome di fantasia che evoca terre di confine. Era un calciatore paraguaiano degli anni 80 ed era il soprannome di un mio compagno di scuola. Ma è anche il nome di una città sumera ed è un cognome molto diffuso nel popolo basco. Mi piace perché richiama storie e lascia spazio alla fantasia.
 

D: Il disco è una sorta di piccolo scrigno dal quale escono canzoni che sono ricche di ospiti. Il timore, vedendo l'elenco impressionante di musicisti di tal vaglia, era che potessero prendere il sopravvento, facendolo figurare come un qualcosa di diverso da quello che poi è risultato. Come hai fatto a coinvolgerli e come hai fatto a mantenere intatta l'identità dell'album?

R:Il dono più bello che mi ha fatto la musica è stato l’aver accorciato le distanze, creato ponti e aver generato incontri bellissimi. Ho viaggiato molto e in modo privilegiato, grazie alla musica, percorrendo sempre le back roads e le strade panoramiche. Meta dei miei viaggi soprattutto nei primi anni 2000 erano gli Stati Uniti e ovunque andassi avevo un letto, un divano a casa di amici musicisti dove dormire. Sono stati anni intensi, ricordo i bonfire, i falò che accendavamo la sera nel ranch di Joe Ely con vino e chitarre. Ogni anno a Austin prima di ritornare in Italia organizzavo una cena e invitavo tutti i miei amici songwriters. “Solo Andrea è capace  di metterci insieme, viviamo tutti qui ma non ci vediamo mai”. Jimmy La Fave, Gurf Morlix, Joel Guzman, Sam Baker, Andrew Hardin, JT Van Zandt, Joe Ely, Butch Hancock, Ryan Bingham e molti altri. Con questa filosofia ho chiamato tutti i miei ospiti a suonare nel disco. Ho scelto il giorno del mio compleanno come data di uscita ed è stato come organizzare una grande festa. L’identità dell’album non è mai stata a rischio perché i binari su cui viaggiavo erano solidi ed è una vita che li percorro. Da una parte la tradizione dei cantautori italiani, le storie e i contenuti che volevo raccontare, dall’altra il sound americano che mi appartiene e con questa rosa di musicisti c’era solo da divertirsi. Molti di loro poi si conoscono e suonano insieme da una vita. Joe Ely e James McMurtry sono andati in studio insieme a cantare Where the Wild Horses Run. David Grissom non si è limitato a suonare le chitarre, ha portato idee sugli arrangiamenti, ha voluto seguire la forma che prendevano le canzoni. Così come Joel Guzman che è il produttore artistico del disco, che ha lasciato però molto spazio alla creatività di ogni ospite coinvolto. Mi piace pensare che questo sia un disco di “italiana” e credo che questa volta sia proprio il sound il filo rosso che tiene insieme e dà l’identità al progetto. Ascolto De Andrè da quando sono un bambino e a sedici anni è avvenuto l’incontro con la musica “americana” nel negozio di dischi della mia città. Un pomeriggio chiesi al titolare se avesse un disco da vendermi dove si sentissero molto le chitarre acustiche, che fosse country, ma non troppo country. Mi mise in mano Guitar Town di Steve Earle



D: C'è qualcuno che è stato più difficile riuscire a coinvolgere rispetto agli altri?

R:Durante le registrazioni eravamo in pieno lockdown, anche in America. Chi non aveva uno studio in casa era in difficoltà. Poi per fortuna è arrivato il vaccino. Steve Wickham inizialmente mi aveva detto che non aveva possibilità di registrare, poi gli ho mandato Where the Wild Horses Run con la chitarra di Grissom, la fisa di Joel, le voci di Joe Ely, Bingham, McMurtry, Greg Brown. E’ corso in studio la sera stessa e mi ha mandato le sue parti di violino. McMurtry abbiamo rischiato che saltasse perché è venuto a mancare suo padre, lo scrittore Larry McMurtry. Ha dovuto lasciare improvvisamente la città e non sapevo quando sarebbe rientrato, il disco era in chiusura e non volevo disturbarlo in un momento così triste. È stato eccezionale, voleva cantare questa canzone, è stato il primo a scegliersi la strofa che più gli piaceva. 

D: Anche se non vuole essere un confronto perchè non è certo questo il senso della domanda, ma c'è qualcuno con cui hai trovato una sintonia speciale registrando le canzoni? 

R: È stato un lavoro di squadra, tutti hanno portato qualcosa di speciale e unico. C’è stata sintonia con tutti, certo posso dirti che mi piacerebbe fare un intero disco con David Grissom o Larry Cambpbell e sicuramente con Neilson Hubbard che ha arrangiato e prodotto Brasile a Nashville. Mi piace tantissimo quello che ha fatto, ha deviato il viaggio in una dimensione onirica con violino e steel e quelle note, pochissime, drammatiche, sospese di pianoforte. Conosco bene il suo lavoro di producer con gli Orphan Brigade e con Matthew Ryan e sto seriamente pensando di lavorare con lui per il prossimo disco.

D: La scrittura del disco è stata diluita nel tempo, almeno così pare, ma questo non porta a nessuna disomogeneità complessiva nella resa finale. Hai operato una scelta escludendo altre canzoni? Quante ne avevi pronte per il disco?  

R: La maggior parte delle canzoni in realtà sono state scritte nel 2011, subito dopo il disco dei Barnetti. Un periodo della mia vita straordinario, quello dell’attesa e della nascita del mio primo figlio, Woody. Ci sono anche canzoni più vecchie, come Se vedessi la Baia ora, che avevo scritto nella Baia Flaminia di Pesaro del 2005. Il mio modo di scrivere non è mai cambiato negli anni, ho sempre scritto principalmente ballate, storie. Qualche mese prima di andare a Austin a registrare nel marzo del 2014, ho preparato con Alex Valle, chitarrista di Francesco De Gregori, quattordici canzoni. In un pomeriggio abbiamo registrato tutte le canzoni, voce e chitarra. Le due canzoni che sono rimaste fuori dal disco si chiamano Parlami di te e Woody, una ninna nanna che avevo scritto per addormentare mio figlio.

D: Brasile è un pezzo splendido, una storia molto "cinematografica" a mio avviso, e, anche sentendo altri pareri, pare essere il pezzo che colpisce più di tutti all'interno dell'album. E' così anche secondo te? 

R: Si, anche per me. È una canzone a cui sono particolarmente affezionato. C’è un intero film concentrato in pochi minuti, è straordinario quello si riesce a fare scrivendo una canzone. Mi sono ispirato a Romance in Durango di Dylan, a Pancho & Lefty di Townes Van Zandt e alle ballate di Eric Taylor, lui era un maestro a scrivere storie cinematografiche. Il protagonista della canzone è ispirato a Cesare Battisti e a Luciano Lutring che ho frequentato ai tempi dei Barnetti. Sono molto contento per come il pubblico e la critica abbiano accolto Brasile e sicuramente parte del merito va all’arrangiamento meraviglioso di Neilson Hubbard.

D: La confezione del CD è molto curata. So che potrebbe esserci l'opportunità di vedere pubblicare l'edizione in vinile. Come mai non è stato possibile realizzarla in contemporanea con l'uscita del CD?

R: Le dodici canzoni non ci stanno su un unico vinile, per cui farò un doppio e aggiungerò quattro canzoni nuove che non abbiamo ancora registrato. Mi piacerebbe farlo uscire per Natale ma i tempi del vinile sono molto più lunghi. 

D: Andrea Parodi è noto per essere un incredibile organizzatore di manifestazioni, festival come l'ottimo Buscadero Day che suona un po’ come l'estensione del pensiero filosofico che animava l'indimenticabile Carlo Carlini, che per anni ha portato musicisti che mai avremmo pensato di poter vedere in Italia. Hai l'impressione di aver "ereditato" quel ruolo così importante per chi ama un certo tipo di musica in questo paese? E quanto ti ha influenzato, se così è stato, Carlo?

R: Tanto, tantissimo. Ho cominciato con lui, sia come cantautore che come promoter. Appena presa la patente guidavo fino a Sesto Calende a vedere i concerti che organizzava. Alcune volte facevo l’opening act, suonando qualche canzone. Il Ticino sembrava il Rio Grande, Sesto Calende era Austin. Ho cominciato a fare da autista per Carlo. Ricordo una bellissima trasferta con lui a Torino insieme a Steve Forbert e Chip Taylor. Ho dedicato a Carlo serate, concerti, il festival di Townes Van Zandt, ma mi piacerebbe fare di più, un festival in suo nome o magari un disco tributo con Terry Allen, Joe Ely, Butch Hancock, Tom Russell, Alejandro Escovedo, Joe Henry, Richard Shindell, Radoslav Lorkovic, Peter Case… pazzesco pensare a tutti i personaggi che ha portato in Italia. Gli sarò sempre debitore e resterà sempre il più grande visionario che ha portato in Italia John Prine, Guy Clark e Townes Van Zandt.



D: Stai portando in tour il disco con una band di musicisti veramente bravi. Come l'hai messa in piedi questa formazione?

R: Ho sempre invidiato la dimensione delle band, dove si condividono obiettivi, fatiche, conquiste. La vita del cantautore è spesso solitaria anche se per me la musica è sempre stata condivisione. Quando ancora l’idea di finire questo disco era molto lontana sono nati i Borderlobo. Poi è arrivata la pandemia che ci ha tolto tantissimo, soprattutto ai bambini a cui è stato sottratto un tempo che non verrà mai restituito. Io non sono mai stato fermo e non sopportavo quel tono di vittimismo che echeggiava nel mondo dello spettacolo. Ho cercato di trasformare questo tempo di forte limitazione in un’opportunità, quella di passare più tempo coi miei figli, di iniziare a scrivere un romanzo e di finire quel disco che avevo cominciato molti anni prima ad Austin. Così in pieno lockdown, quando eravamo in zona rossa e non si poteva neppure più raggiungere il paese di fianco al proprio mi sono immaginato nuovi confini. Non più Mariano Comense, Cantù, Cucciago e Novedrate bensì Austin, New York, Chicago e Nashville. Ho chiamato tutti i miei amici americani ma anche i miei meravigliosi amici e compagni di viaggio italiani. I Borderlobo suonano tutti nel disco e fanno parte di questo mondo e poi dal vivo sono micidiali. 
Il band leader è Alex Kid Gariazzo, cantante e chitarrista della Treves Blues Band, ha diviso il palco con Deep Purple, ZZ Top e Bruce Springsteen e accompagna molti degli artisti americani che porto in Italia, ad esempio Michael McDermott. Al basso c’è la sua compagna, Angie. Alla batteria c’è Max Malavasi, lo conosco da una vita e ha suonato Bocephus King, Greg Trooper e Tim Grimm. Poi c’è quel fenomeno di Raffaele Kohler, il Jimi Hendrix della tromba. Durante il lockdown suonava tutte le sere alle 18 da dietro le grate della sua finestra di via Fauchè a Milano. Immagini che sono state riprese e rimbalzate dai tg di tutto il mondo arrivando a commuovere personaggi come Joan Baez e Sofia Loren e a portare Raffaele a suonare al Gran Premio di Monza, al derby Inter-Milan a San Siro e al Busker Festival di Ferrara come padrino insieme a Gianna Nannini. La formazione è modulabile e arriva al completo ad ospitare fino a 10 elementi sul palco. Di fianco a Raffaele c’è Luciano Macchia al trombone. Insieme sono dinamite e hanno fatto decollare la mia canzone C’è coi loro fiati estivi. Dal vivo poi è una continua improvvisazione, Raffaele e Luciano suonano insieme da sempre e sul palco portano un’energia fuori dal comune. Al pianoforte, fisarmonica e organo c’è Riccardo Maccabruni che evoca Flaco Jimenez, Dr John, Messico e New Orleans. E poi Makka canta benissimo, così come Alex e alla voce c’è anche Claudia Buzzetti che nel disco ha un ruolo importantissimo. Claudia è giovanissima ma ha una voce antica che mi ricorda quella di Emmylou Harris. Ha cantato con Jaime Michaels, Bocephus King, Jono Manson e anche in Cina con l’Orchestra del Cinema Italiano nel musical di Harry Potter. Al dobro, pedal steel guitar e mandolino c’è Paolo Ercoli che in questi anni è stato musicista e roadie di quasi tutti i cantautori che ho portato in Italia, da Malcolm Holcombe a Thom Chacon. E infine mio figlio di 9 anni, Woody, che suona il pianoforte e ci raggiunge sul palco ogni sera. E si prende gli applausi più belli, ma soprattutto è parte di questa band e famiglia, i Boderlobo! E a febbraio sembra che si unirà alla band anche Scarlet Rivera al violino. 

D: Anni fa hai dato vita ai Barnetti Brothers insieme a Max La Rocca, Massimo Bubola e Jono Manson, dando vita ad un bel disco che è però rimasto isolato.
Non è mai venuta fuori l'ipotesi di dare un seguito a quel lavoro?

R: La vedo molto difficile perché quello stesso disco è rimasto un meraviglioso progetto inconcluso. Non lo abbiamo mai praticamente suonato dal vivo, per restare sul tema dei banditi è rimasto il colpo in canna, sul più bello. Sicuramente questo genere di progetti e collaborazioni mi esaltano, penso ai Los Super Seven per esempio. Mai dire mail, vediamo cosa ci riserverà il futuro. 



D: Cosa dobbiamo aspettarci dal punto di vista discografico per il prossimo futuro di Andrea Parodi?

R: Ci sono molte canzoni pronte e tante idee. Spero di non far passare troppo tempo e tornare presto in studio di registrazione. Ho scritto molte canzoni dedicate a campioni dello sport come Muhammad Alì sulla scia di uno spettacolo teatrale che ho portato in scena con il giornalista di Sky, Fabio Tavelli. C’è materiale per fare un disco a tema, magari accompagnato da un libro per i bambini. Lo sport è una metafora bellissima per raccontare tanti aspetti della vita e soprattutto è pieno personaggi epici e storie incredibili. Poi ho cominciato a scrivere due romanzi e ogni giorno mi viene l’idea di un nuovo progetto. Non riesco a immaginarmi solo come cantautore, sono affamato, curioso di tutto quello che mi gira intorno. 

D: E cosa puoi anticiparci, pandemia permettendo, dal punto di vista dei prossimi possibili concerti di artisti che potrebbero venire, o tornare in Italia?

R: Quest’estate sono riuscito a portare in Italia James Maddock con Brian Mitchell e Thom Chacon con Tony Garnier, leggendario contrabbassista di Bob Dylan. La parte difficile arriva adesso, perché in estate seppur con tante limitazioni è tutto più facile. Adesso c’è da capire se il green pass e tutte le misure che sono state prese permetteranno di tornare a fare concerti nei club e nei teatri con una capienza adeguata. Finora si è navigato a vista, ma per organizzare tour di band internazionali servono garanzie e progettualità. Ci sto già lavorando ovviamente e se il vento continuerà a soffiare nella direzione giusta a febbraio arriverà Scarlet Rivera, la Session Americana a marzo, ad aprile Joachim Cooder, i Cordovas, Malcolm Holcombe e Tim Grimm a maggio, Michael McDermott a giugno. L’idea è di fare il Townes Van Zandt Festival in primavera e poi, se ci saranno le condizioni, magari anche il Buscadero Day in estate. 

 

Grazie a Paolo Brillo ed all'archivio di Andrea Parodi per le foto gentilmente concesse.