VANBASTEN

interviste

VANBASTEN Una pallonata verso il futuro

06/12/2020 di Arianna Marsico

#VANBASTEN#Emergenti#Alternative

“Canzoni che sarebbero dovute uscire tot anni fa” è il disco d’esordio di VANBASTEN, all’anagrafe Carlo Alberto Moretti. Abbiamo fatto una chiacchierata con lui, dal passato da calciatore alla trasformazione in cantastorie di storie vere e viste.
Mescalina: Non è comune fermare una carriera giovanile da calciatore per la musica, anche se forse il tuo nome d’arte VANBASTEN omaggia questo passato, perciò… quanto è stata forte la tua urgenza espressiva?

VANBASTEN: È stata forte… In realtà ho abbandonato il calcio perché volevo iniziare a suonare. Non è che avessi bene in mente cosa volessi fare realmente, ti dico la verità. Ho cominciato a giocare a calcio da piccolo per stare più vicino a mio padre, visto che lo vedevo poco, e il calcio ci univa. Ma anche all’epoca, quando passavo davanti ai negozi di musica, e vedevo i CD oppure le chitarre e le tastiere, avevo una voglia di provarle, di provare quel mondo lì. A un certo punto il calcio diventò un po’ troppo, nel senso che stavo sempre fuori casa, sarei dovuto partire per l’ennesimo anno e a quel punto ho preferito rimanere a suonare, a girare in motorino con i miei amici.

Mescalina: L’inizio come musicista è stato verso i ventidue anni. Ti sei quindi formato come autodidatta, anche come approccio agli strumenti?

VANBASTEN: Assolutamente. È stato un percorso lungo. Ho iniziato facendo rap, perché pensavo necessitasse di minori nozioni tecniche, invece poi sappiamo che non è affatto così! Piano piano ho iniziato a suonare la chitarra, mi sono approcciato con il punk, che è il genere diciamo più spendibile, più facile. Poi post – punk, new wave. Ho continuato e ho messo insieme un po’ tutto quello che avevo iniziato a fare a ventidue anni. Mi collego a questa domanda per dire una cosa. Ho avuto una formazione musicale strana. Da piccolo ascoltavo quello che usciva dallo stereo di mia madre e di mio padre. Nell’adolescenza in realtà la vivevo un po’ passivamente la musica, avevo un po’ la sindrome del musicista sfigato. Vedevo i ragazzi che entravano a scuola con la chitarra e mi sembravano un po’ sfigati. Ho ricominciato ad avere una formazione musicale verso i diciotto – diciannove anni … ho avuto un incidente frontale con Ian Curtis, i Joy Division, la new wave…

Mescalina: Infatti sentendo il disco, anche se sicuramente non ci sono i toni meravigliosamente tetri dei Joy Division, si nota che hai portato molto degli anni ’80, per quanto rielaborato e modernizzato. Tu sei dell’86 (io dell’84 grossomodo siamo coetanei) … sembra però che non abbia un rapporto di semplice nostalgia con quei suoni, ma un rapporto più proficuo.

VANBASTEN: Non è nostalgia infatti, è più uno sfruttamento dei suoni, te lo dico proprio in modo cinico. Gli anni ’80 sono una cosa che mi ha travolto dal punto di vista armonico e melodico, ho ritrovato in quegli anni la potenza delle sezioni ritmiche e di quelle armoniche. È stata sempre un’ispirazione. Penso che un po’ per tutte le persone di quegli anni lì, quel romanticismo più che nostalgia, sia il nervo che fa tirare fuori le melodie a chi fa il mio mestiere. La nostalgia è una cosa che mi capita di usare quando scrivo le canzoni, perché scrivo più spesso quando sono triste, ma ingenerale non è un qualcosa che ricerco troppo.

Mescalina: Mascara nel titolo, forse involontariamente, fa pensare a Rimmel, anche lì poi si parla di amori che in qualche modo sono finiti. Hai trovato però un ritmo tutto suo, se uno non si concentrasse sulle parole non si farebbe caso al tema, ha una sua levità e una sua ballabilità. Credo sia il brano più riuscito del disco, puoi parlarcene?

VANBASTEN: Mascara è una canzone a cui sono molto affezionato è quella senza la quale non ci sarebbero state le altre. È una delle prime canzoni che ho scritto, tantissimo tempo fa, nel 2011. L’ho scritta su un autobus, avevo questo giro di chitarra che avevo messo nel telefono, c’era questo si diminuito con questo fa diesis che mi perseguitavano… alla fine scrissi questa cosa con un amico che stava male perché si era lasciato con la ragazza. Era uno dei primi amori, una delle prime sofferenze post – adolescenziali. Fu un modo per cercare di fargli vivere meglio quel periodo. È uscita una coerenza musicale con la new – wave ma è stata una casualità per certi versi. È un brano che è stata arrangiato in modo onomatopeico con la struttura e con quello che dice, non ha la ricerca di un arrangiamento preciso.

Mescalina: Un’altra cosa che mi è piaciuta molto del disco … Molti brani, persino di artisti non poco noti, hanno a mio parere il difetto di dare un’immagine stereotipata della periferia romana, ghettizzante, anche un po’ troppo provinciale. Magari il resto dell’Italia potrebbe non conoscere un determinato quartiere di Roma… Tu riesci, anche in Pallonate ad esempio, a parlare di ciò che hai visto ma esci dai confini del quartiere e dai un’immagine in qualche modo universale. Spesso poi le periferie, nel bene e nel male, hanno dei punti in comune.

VANBASTEN: Mi lusinga tantissimo che tu abbia colto questa cosa, perché è quello che vuole dire Pallonate, il messaggio è esattamente quello. Io parlo delle periferie perché ci vivo. Alla fine io scrivo quello che vivo e vedo, se vivessi in un quartiere borghese scriverei di borghesi che si baciano. È il luogo in cui vivo e quindi lo racconto. Cerco di dare uno sguardo che sia un’opinione su quello che succede, un punto di vista e niente più di quello, come un pittore che dipinge un panorama o Vigne Nuove, io descrivo quello che vedo. C’è da dire che oggi le periferie dai cantautori sono evitate o quando sono descritte sono descritte in modo un po’ ipocrita se vuoi, ma diamogli una connotazione bonaria… Mentre quelli che descrivono spesso le periferie sono i rapper e i trapper, però ne dipingono sempre e comunque le caratteristiche negative, mentre forse le periferie sono gli ultimi posti in cui è rimasto un certo tipo di umanità. Sarebbero luoghi da preservare, da descrivere con una maggiore sensibilità verso chi non ha magari voglia di esaltare i lati negativi ma ha la dignità di voler vivere in un posto che ha anche tanti lati positivi.

Mescalina: Un’ultima domanda…so che è l’anno meno adatto per parlare di progetti e promozione ma come stai pensando di muoverti, magari sperando che in estate si stia meglio?

VANBASTEN: Guarda, io mi faccio pochi problemi. Sono un privilegiato perché non faccio parte della schiera di artisti che hanno una grandissima platea da intrattenere. Posso usare questo tempo per lavorare e farmi trovare pronto per quando mi daranno la possibilità di sfogarmi. Diciamo che non ci penso troppo, mentirei se dicessi il contrario. Non ci penso troppo, lavoro e quando ci sarà occasione rialzare la voce magari io avrò la voce più grande.

Mescalina: Un grosso in bocca al lupo!

VANBASTEN: Crepi a presto!

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