Murubutu

Murubutu

Il rap narrativo del professor Murubutu


04/04/2018 - di Laura Bianchi
Murubutu, alias Alessio Mariani, è una delle realtà più significative della scena rap e hip hop italiana. 42 anni, professore di storia e filosofia a Reggio Emilia, ex ragazzo delle posse, alterna le lezioni in un liceo cittadino ai concerti in giro per tutta Italia. Parlare con lui è un autentico piacere, perché è diretto, sincero, profondo e appassionato, come i testi che scrive. Lo abbiamo incontrato in occasione di un imminente concerto al Tambourine di Seregno.
D. Per definire il tuo modo di fare arte, si sprecano i termini: storytelling, rap didattico, rap narrativo, cantautorap…posto che qualcosa di vero può esserci in ognuna delle definizioni, in quale ti riconosci di più?

R. Il rap didattico è un termine che ho coniato e che riguarda una prima fase della mia produzione, riconducibile all’album del 2006 “Dove vola l’avvoltoio”, in cui ho voluto trasmettere contenuti di tipo scolastico attraverso il rap, con una modalità che è presente ancora nei miei album recenti, quando voglio affrontare argomenti storici. Spesso il rap didattico è stato usato da colleghi, in classe, per mediare contenuti culturali, ed ancora succede, ma in linea di massima credo di fare solo storytelling, con un uso narrativo del rap in modo sistematico. Poi, tutti gli altri termini sono derivazioni dal rap narrativo.

D. E’ un caso che il fenomeno del rap, soprattutto in Italia, sia esploso quando la vitalità della generazione dei cantautori ormai diventati classici (alcuni scomparsi, altri invecchiati o che hanno smesso di scrivere o di esibirsi) ha perso energia?

R. E’ una lettura, la tua, che mi piace molto, ma non so quanto sia attendibile, perché prevede una forma di filiazione che non so che i padri riconoscerebbero. Ho fatto ad esempio un incontro pubblico con Guccini, che è stata un’esperienza bella per me, perché sono un suo grande fan e poter dialogare con lui è stato un onore gigantesco. Io sono un sostenitore del valore cantautorale che può avere un certo modo di fare rap e della continuità fra il ruolo del cantastorie che ha avuto il cantautore italiano e il rap, però penso che il nuovo cantautorato non abbia le caratteristiche di quello di un Guccini, un De André, un De Gregori, soprattutto a livello lirico e contenutistico.

D. Il tuo rap non è mai autoreferenziale, ma denso di citazioni colte, che però non scadono nella vuota esibizione erudita, ma hanno sempre un senso narrativo preciso. Sta in questo la tua cifra distintiva rispetto al trap, o ci sono altre differenze che desideri rimarcare?

R. Sicuramente c’è una mia volontà di continuare il discorso dei miei cantautori di riferimento, che ho citato prima, fra cui inserirei anche Gaber; la differenza rispetto al trap o al rapper tradizionale è contenutistica, perché i rapper tradizionali sono riflesso di quanto accade oltreoceano o in Francia, che a sua volta imita la scena americana, e quindi la colpa dei rapper italiani è di essere molto derivativi. Inoltre, penso che una differenza sostanziale fra me e il trap sia anche il linguaggio; c’è una volontà da parte mia di proporre non uno slang, ma un codice di tipo letterario e articolato in senso narrativo.

D. A proposito, quali sono i tuoi riferimenti musicali, non solo italiani? E letterari?

R. Guarda, dal punto di vista dei cantautori non ho altri punti di riferimento se non quelli italiani, perché mi sembra che già quelli bastino e avanzino! Sono così ricchi di spunti, che il mio orizzonte si approfondisce in quella direzione, e stiamo parlando di penne davvero notevoli. Invece, per quanto riguarda la narrativa e la letteratura, il discorso cambia: i miei autori preferiti appartengono al Naturalismo francese, al Realismo magico, alla letteratura russa, e apprezzo anche un certo tipo di saggistica.

D. Sei un professore di storia e filosofia. Ultimamente però in Italia e non solo si assiste a una sorta di mitizzazione della cosiddetta università della strada, come se ci si debba vergognare di essere laureati o di possedere una cultura vasta, fatta di letture e di esperienze artistiche. Dai tuoi pezzi invece emerge forte la voce di un narratore che usa consapevolmente riferimenti filosofici, storici, letterari anche molto ricercati. Come riesci ad essere ugualmente popolare e colto, anche se dire colto può essere inteso come un punto a sfavore?

R. Sinceramente, e per fortuna, non sapevo che definire una persona colta fosse un’offesa! Non va bene, mi dispiace che ci sia questa tendenza, ma buono a sapersi... (ride). Non ho una formula precisa per mediare nelle mie canzoni, ma tutto nasce dalla mia pratica quotidiana, perché, facendo l’insegnante, devo presentare contenuti alti in una forma fruibile e il più accattivante possibile, e sono abbastanza allenato in merito, perché lo faccio tutti i giorni! Posso dire che il mio talento non sia tanto il saper scrivere in sé, quanto saper fare delle sintesi; quindi, fare lo storytelling è un’opera di cesura continua e di produzione di riassunti potenti. Preferisco fare una sintesi, in classe come con i miei ascoltatori, perché chi vuole raccontare la storia di una vita o di un periodo si può perdere in una marea di dettagli e di situazioni, mentre, per rendere efficace la complessità, mi pare più corretto procedere per quadri e immagini brevi e concise.

D. A proposito del tuo rapporto col tuo pubblico, come ti trovi a interagire con un pubblico che in media ha vent’anni meno di te? Cosa desideri trasmettere, e cosa impari da chi ti ascolta?

R. Questa è la magia del rap: il rap mi sdogana come insegnante, ma anche come autore. Come insegnante o come cantautore risulterei obsoleto, non solo per l’età, ma anche per i contenuti; il rap invece si fa strada fra i giovani, è una forma fruitissima, e io, sapendolo fare da decenni e avendo una buona esperienza in merito, lo trovo un medium potentissimo per farmi ascoltare anche dai giovanissimi, che mi danno sempre belle emozioni.

D. Qual è il pezzo che più ami eseguire live?

R. Ce ne sono molti che mi piace cantare: Grecale, ad esempio, sia per la sua musicalità, sia per la risposta che ho dal pubblico, è uno dei pezzi nuovi che mi regala profonde sensazioni, anche se il pezzo in assoluto che continua a convincermi maggiormente è Anna e Marzio, perché è uno storytelling in senso stretto, puro, come piace a me. L’ispirazione del titolo viene ovviamente da Dalla, un autore che devo ammettere non ho mai seguito molto, ma di cui amo proprio Anna e Marco, tanto che ho inserito anche una breve citazione all’interno del mio testo.

D. Segui i concerti altrui? Se sì, cosa ti aspetti da un concerto in generale? E dal tuo in particolare?

R. Ho poco tempo, purtroppo, di vedere concerti altrui, anche se desidererei vederne di più; mi succede soprattutto d’estate, ed è un piacere, perché, ogni volta che vado a un concerto di qualcuno, imparo qualcosa. Penso infatti che, se uno si chiude solo nel proprio mondo e non trova il tempo per ascoltare gli altri, perde molti spunti per un confronto costruttivo. Del mio concerto, invece, mi piace specialmente quando il pubblico canta con me i testi delle mie canzoni; scrivere le mie cose mi dà gioia, ma sentirle cantare dagli altri mi fa capire di avere raggiunto il mio scopo.

D. Ti saluto con una citazione da un filosofo controcorrente, Stirner: “Adulti, i giovani lo divengono quando cinguettano come i vecchi; li s`incalza con la scuola, affinché imparino la vecchia lagna, e quando ce l`hanno ormai dentro, li si dichiara adulti.” Cosa significa insegnare, per te? E’ cambiato qualcosa nel tuo modo di essere docente, da quando hai intensificato la tua attività di rapper?

R. Insegnare significa trasmettere non solo i contenuti e il mio entusiasmo per i contenuti, ma è trasmettere le interpretazioni del mondo, soprattutto per quanto riguarda la filosofia, e questo è l’aspetto che mi dà più soddisfazione: offrire delle prospettive, delle angolazioni, da cui interpretare l’esistenza; e quando vedo che queste prospettive diventano parte dell’esperienza degli studenti, come del pubblico a cui mi rivolgo, è una bella soddisfazione. Sento, in qualche modo, di dare un mio contributo, perché l’importante è proporre a chiunque mi ascolti la capacità di interpretare e di non seguire solo le interpretazioni che vengono imposte, senza discuterle e senza sceglierle. Spero che le mie storie servano a fare riflettere e a emozionare.

 

Tranquillo, Alessio: ci riesci benissimo.