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Intervista Jeff Buckley - Eternal life
Jeff Buckley

Jeff Buckley

Eternal life


01/05/2007 - di Maurizio Pratelli e Christian Verzeletti

      
 
   Eternal life
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Speciale Jeff Buckley

" Eternal life is now on my trail
Got my red glitter coffin man, just need one last nail
While all these ugly gentlemen play out their foolish games
There's a flaming red horizon that screams our names".


Jeff Buckley (17 Novembre 1966 / 29 maggio 1997)


Lo stesso Jeff Buckley, neppure nel momento in cui "Grace" lo portava a vette di notorietà inattese, avrebbe potuto immaginarsi una vita eterna come quella che gli è toccata dopo la morte. Se "Eternal life", una delle sue canzoni più forti non solo dal punto di vista sonoro, è sempre suonata dura, oggi quei versi paiono ancora più spietati e profetici, quasi fossero stati scritti apposta per accusare coloro che si sono morbosamente attaccati alla sua bara: "La vita eterna è sui miei passi / ho già una bara rossa fuoco bella che pronta, solo da chiudere con l'ultimo chiodo / e mentre tutti quegli immondi signori fanno i loro giochi del cazzo / dall'orizzonte si alzano fiamme che gridano i nostri nomi".

Sembrano gridare vendetta queste parole, scagliarsi contro chi nel nome di futili interessi deturpa la vita, quella vita che Jeff ha sempre concepito come un ideale alto a cui mirare. Di questa aurea romantica sono state intrise le canzoni di "Grace" e ancora prima di "Live at Sin'è", che sono poi gli unici dischi da lui portati a compimento.




I quattro pezzi dell'Ep registrato dal vivo al Sin'è sono bastati per presentare al mondo un talento cristallino, capace di continuare negli anni '90 e oltre la lezione onirica del padre Tim, uno dei songwriter più audaci e liberi dei Sixties.
"Grace" poi si è rivelato, soprattutto a posteriori, uno degli esordi in assoluto più significativi e seminali degli ultimi vent'anni: mentre suono ed arrangiamenti condensavano il soul con i Led Zeppelin, Nina Simone e Leonard Cohen con il grunge, la voce si librava tesa, in perfetto equilibrio sul punk come sui sognanti arabeschi che ricamavano piccoli mantra dalle reminiscenze orientali.
Da lì in poi il cammino di Buckley si è fatto più complesso, prima messo sotto pressione dal successo e da un secondo disco difficile, mai completato, poi interrotto tragicamente dalle correnti del Mississippi in cui il ragazzo aveva scelto di tuffarsi, forse per lavarsi dalla lordura di quel mondo che gli stava tarpando le ali.

Vuoi per una tragica scelta o per ironia della sorte, le acque del Mississippi devono aver costituito un luogo per lui attraente o almeno non estraneo: oltre alle immagini che bagnano le sue canzoni (fiumi, mari, onde, pioggia, lacrime), il ragazzo bazzicava la slide e si cimentava col blues più di quanto appaia dalle sue registrazioni ufficiali.
Per quanto comunque ancora innamorato della musica in senso lato, Jeff era riuscito a mettere a fuoco uno stile personale: dal vivo grazie all'estenzione della sua voce interpretava indifferentemente Edith Piaf, Van Morrison, Nina Simone, Bob Dylan, MC5, Alex Chilton, Nusrat Fateh Ali Khan e tanti altri, mentre in studio aveva convogliato le molteplici influenze, compresa quella paterna, in un'unica fiamma, alimentata proprio dalla vitale passione romantica a cui anelava.

Anche per questo la sua produzione postuma ha poco senso: sessions incomplete e provini scartati sono stati utilizzati per comporre "My sweetheart the drunk"; concerti ripetitivi nella forma e nella scaletta sono stati pubblicati per dare testimonianza dei suoi live set; addirittura outtakes abbozzate, più o meno improvvisate, sono andate a comporre deluxe editions, raccolte e album di cosiddetti inediti.

Vale la pena allora considerare ciò che Jeff Buckley ha fatto ed è stato in vita: il resto ha più valore commerciale che storico, più feticistico che documentaristico.
Forte del suo giovane talento, Jeff ha messo in musica l'estasi e la fragilità emotiva ("Last goodbye", "So real"), ha condensato le oscurità esistenziali con le passioni più infuocate ("Mojo pin", "Grace", "Eternal life""), l'idillio con il bruciore della perdita e il baratro della fine ("Dream brother", "Lover, you should've come over).
La sua breve produzione è concentrata attorno ad un slancio che vuole infrangere le categorie umane, viverle fino ad elevarle verso l'alto: quello che per il rock'n'roll è un bisogno fisico e per il blues un rito di espiazione dal dolore, per Buckley è stato un anelito spontaneo ad abbracciare e trascendere l'umano.

La manciata di canzoni da lui pubblicate hanno raccolto intuizioni e suggestioni che lasciano adito a numerose interpretazioni: non si può però parlare di poesia né di spiritualità nè di genialità, quanto piuttosto di una sensibilità portata all'idealizzazione. Ad un bisogno di elevazione in cui in molti hanno insistito a vedere fattezze angeliche.

Prendiamo ad esempio la grazia di cui canta "Grace": è una idealizzazione della morte e dell'amore, un'attrazione sublime tanto quanto l'oscuro desiderio fisico che brucia in "Mojo pin" (e qui non è casuale l'utilizzo di un termine con forti connotati carnali mutuato dalla tradizione blues come "mojo"). È questa tensione che ha spinto un ragazzo di appena ventotto anni a toccare territori che altri musicisti hanno impiegato una vita ad avvicinare; è questa tensione che ha portato le sue canzoni a trascendere la realtà anche quando in realtà parlano di amori e passioni assolutamente reali, umane ("So real").
Se ne potrebbe trovare riscontro in ogni suo testo o interpretazione da "Hallelujah" a "Dream brother", da "Lilac wine" a "Corpus Christi Carol", ma non siamo qui per dare prova di un talento riconosciuto quanto piuttosto per sottolinearne la purezza e l'idealità. Per gridarne un'altezza che oggi viene divulgata come un qualunque prodotto di basso consumo, continuamente venduto e svenduto.

Se Jeff Buckley si merita una vita eterna, non è certo quella che i "poveri" discografici e la "povera" madre gli stanno garantendo. Per rispetto della sua musica e della sua persona, gli dovrebbe spettare quella "eternal life" ideale e immacolata che lui ha cantato, gridato e cercato.

"La musica è eterna. E anche se ho ascoltato un bel po' di musica di così tanti posti diversi e mi sono innamorato innumerevoli volte di tutti i tipi di musica, c'è ancora qualcosa: suppongo si chiami proprio libertà".

Jeff Buckley (17 Novembre 1966 / 29 maggio 1997)

Articolo di Christian Verzeletti

Everybody here wants you
La discografia di Jeff Buckley

" The sea of fools has parted for us
There's nothing in our way, my love".

Nella sua purtroppo breve carriera Jeff Buckley realizzò un solo album nel 1994. L'impatto di "Grace" negli anni '90 fu davvero impressionante. Dopo un esordio così clamoroso, uno dei più sorprendenti dell'intera storia del rock, l'attesa per un secondo disco era enorme.
Sebbene avesse già pubblicato nel 1993 "Live at Sin-è", un ep registrato a New York, e una serie di ep dal vivo tra il '95 e il '96, tra cui "Last Goodbye" e "So Real", le pressioni per il seguito di "Grace" erano sempre più pressanti. Ma Buckley, a solo 30 anni, nel 1997 lasciò tutti.
In quel mese di maggio che per morire annegati ci vuole tanto, troppo coraggio, se ne andò senza finire quel secondo disco a cui stava lavorando e che arriverà, incompiuto, tra mille polemiche e dispute, solo un anno più tardi.
Inizia così, post mortem, una delle tante brutte pagine di cui si sono rese protagoniste le case discografiche, e spesso anche i parenti più stretti. Con "Sketches for My Sweetheart the Drunk"", il disco mai finito che diventa addirittura un doppio, prende infatti il via un'operazione di recupero senza precedenti: si raccoglie tutto, il possibile e anche l'impossibile.

Sulla nascita di questo album postumo vale la pena spendere qualche parola in più, soprattutto per capire il clima (molti amici arrivarono poi ad accusare senza mezzi termini la Sony di aver distrutto la salute fisica e mentale di Jeff) che si instaurò a poche settimane dal ritrovamento del cadavere dello sfortunato musicista.
Per ascoltare i nastri vennero subito organizzate alcune sedute di registrazione alle quali presero parte, malvolentieri, anche i musicisti di Jeff. Parker Kindred riteneva (come dargli torto) che l'amico fosse morto da troppo poco tempo e affermò che lo stesso Buckley non era soddisfatto delle registrazioni con Tom Verlaine e che le avrebbe volute addirittura distruggere dopo la pubblicazione dell'album, una volta completato.
A interrompere i progetti della Columbia, già pronta a masterizzare il materiale, fu però mamma Mary Guilbert che si sentiva esclusa da quello che definì, anche in altre occasioni, solo un volgare sfruttamento commerciale. Dopo vari litigi, polemiche e beghe legali che si trascinarono a lungo, soprattutto con il manager Andy Wallace, Mary riprese in mano le redini della (tristissima) situazione e il disco fu pubblicato nel maggio del 1998.
Ovviamente contro il parere dell'allora compagna di Jeff Buckley Joan Wasser (Joan as a Police Woman) e soprattutto di Michael Tighe e Mick Grondahl, gli altri due componenti della band che proprio non riuscivano a darsi pace.
Insomma, tutto ciò che riguarda Jeff Buckley diventa stampabile e ristampabile, basta mettersi d'accordo. Arrivano così nel "2000 Mystery White Boy, live 95-96", edito poi anche in limited edition con l'aggiunta di un secondo cd con tre brani sempre dal vivo, nel 2001 il "Live a l'Olimpia" del '95, nel 2002 "Songs To No One 1991-92" con Gary Lucas. Ecco poi il cofanetto "The Grace Eps" e le Deluxe Editon: "Live at Sin-è" che da quattro canzoni diventa un doppio cd con dvd e ovviamente "Grace" che regala anch'esso un secondo cd e un dvd. Non si contano poi le varie edizioni economiche, le ristampe in vinile, i tributi, e non si dimentica nemmeno il dvd "Live in Chicago" del 1995, pubblicato nel 2000. Di fronte a tanta abbondanza, sappiamo bene non esattamente tutta indispensabile, è difficile non rimanere almeno perplessi. È difficile capire dove dovrebbe iniziare il rispetto per un artista, per i suoi fan, e più in generale per la musica. Non ci sforziamo, invece, di capire dove dovrebbe iniziare quello per i parenti, essendo i primi a porsi il problema, almeno in questo caso, solo dopo avere stabilito, legalmente, in quali tasche debbano andare i soldi.

La ricorrenza dei dieci anni dalla morte di Jeff (29 maggio 1997) poteva essere una buona occasione per fare ammenda, per fare un passo indietro, per invocare il silenzio, almeno discografico. Invece sarà solo l'occasione per pubblicare un altro disco: "So Real: Songs From Jeff Buckley". Un cd davvero inutile vista anche la successiva uscita in dvd del documentario del 2005 "Amazing Grace: Jeff Buckley". Dedicarsi quindi alla lettura potrebbe essere una buona alternativa: "Dream Brother: la vita e la musica di Jeff and Tim Buckley" di David Browne e "Fantasmagoria in due" di Gregg Steele sono due buoni libri.

"Just like the ocean, always in love with the moon
It's overflowing now, inside you"

Articolo di Maurizio Pratelli