Horacio Verbitsky

Il volo

Horacio Verbitsky


Feltrinelli, pp.148, lire 25.000

di Danilo Manera
Nel 1976 i militari presero il potere in Argentina iniziando la "guerra sporca" contro i sovversivi. Non si trattò di una repressione all'interno di una struttura in qualche modo legale: furono sequestrati da squadroni non identificati e poi fatti sparire senza tracce gli oppositori, i loro simpatizzanti, i sospetti e infine gli indecisi e parecchi malcapitati o testimoni scomodi. È la tragedia, tristemente nota, dei trentamila "desaparecidos", torturati durante la prigionia con scariche elettriche, mutilazioni, stupri, per poi essere fucilati, cremati o addormentati con sonniferi e gettati vivi in mare. La dittatura, che si autodefiniva "Processo di Riorganizzazione Nazionale" d'indirizzo "occidentale, umanista e cristiano", agiva di nascosto, senza ammettere nessuna detenzione. Nel 1983, dopo la disastrosa guerra delle Malvine, l'ultimo governo militare si concesse l'autoamnistia. L'anno seguente, il rapporto "Mai più" della Commissione nazionale sulle persone scomparse, presieduta dallo scrittore Ernesto Sábato, fece luce sulla strage. Ma nel 1986 il presidente eletto Alfonsín promulgò la Legge del Punto Finale che chiuse i tempi per l'istruzione di cause contro i colpevoli. E nel 1987, in seguito a sommosse nelle caserme, varò la Legge dell'Obbedienza Dovuta, che scagionava tutti i subalterni. Nel 1989 infine, il nuovo presidente, Menem, firmò l'indulto anche per gli alti ufficiali, esteso nel 1990 ai comandanti supremi. Nel 1995, l'ex capitano di corvetta Adolfo Scilingo, che era stato in servizio presso il principale campo di concentramento clandestino, la Scuola di meccanica della Marina, e ultimamente s'era congedato deluso dal comportamento elusivo dei suoi superiori, contattò il giornalista d'assalto Horacio Verbitsky per vuotare il sacco. E Verbitsky registrò e ne ricavò un libro esplosivo, "Il volo", ora uscito in traduzione italiana, a cura di Claudio Tognonato. L'esperienza che più scosse Scilingo fu quella dei voli della morte. I prigionieri, convinti di essere trasferiti altrove, venivano narcotizzati, spogliati e gettati da uno sportello in mare. Tutti i quadri della Marina, a turno, prendevano parte ai voli. Durante il primo, Scilingo scivolò e per poco non cadde dallo sportello insieme a uno dei corpi nudi. Fu probabilmente allora che "dentro di lui si ruppe il meccanismo militare di spersonalizzazione e disumanizzazione": per la prima volta il boia si mise nei panni della vittima e "gli riuscì di vedere il nemico come un essere umano" (p.122). Scilingo racconta che i cappellani militari confortavano gli assassini dicendo loro che in fondo quella era una morte cristiana, non traumatica, e che perfino la Bibbia prevedeva l'eliminazione dell'erba cattiva dai campi di grano. Racconta che i medici facevano in volo una seconda iniezione sedante e poi si ritiravano nella cabina dell'aereo, per via del giuramento d'Ippocrate, mentre ufficiali "invitati" assistevano al lancio. Pochissimi si dissociarono, e comunque non ebbero il coraggio della denuncia. Dopo vari tentativi di rimuovere lo sterminio, con la testimonianza di Scilingo si avviò in Argentina una sorta di catarsi collettiva. Il capitano non disse nulla di inedito, "ma le parole di uno degli aguzzini che ammetteva in prima persona i propri crimini ebbero un impatto straordinario" affinché "smettessero di esistere due storie e il racconto delle vittime non fosse più quello dei paria e dei pazzi e si trasformasse nel senso comune della società" (p.116), decisa a pretendere il diritto alla verità e al lutto. Diversi prelati chiesero perdono per la vigliaccheria della Chiesa e la complicità di alcuni suoi membri. Il vescovo Hesayne deplorò che la stessa Conferenza Episcopale avesse pranzato coi torturatori, rifiutandosi invece di ricevere le Madri della Plaza de Mayo. Sui mass media, il paese seguì altre confessioni, che ribadivano come il metodo dell'assassinio senza legge né processo fosse stato deciso istituzionalmente dagli alti vertici delle Forze Armate: fu in sostanza il riconoscimento ufficiale del terrorismo di stato. L'attuale presidente, Menem, dopo aver cavalcato la commozione popolare quando vide che il non farlo avrebbe nuociuto alla sua rielezione, ha in seguito insabbiato nuovamente tutto, con la tipica doppia faccia del peronismo. La documentazione sulle esecuzioni non è venuta fuori: o è stata distrutta o è ancora sotto chiave. Il suo governo ha ritenuto sufficiente il pagamento di un'indennità ai familiari dei "desaparecidos". Ma c'è chi non intende dimenticare e chi ha cominciato a ragionare sui tabù dell'annientamento e dell'omertà, perché l'Argentina di domani non somigli a quella di ieri. Ad essi è dedicato "Il volo", un'inchiesta scrupolosamente documentata (non a caso l'autore ha avuto come maestro Rodolfo Walsh, fondatore dell'agenzia clandestina Ancla abbattuto dai sicari della dittatura, che fa anche riflettere sui crimini di guerra nell'ex Jugoslavia, i cui responsabili sono, come i carnefici argentini, quasi tutti ancora in libertà. Nessuno ha l'obbligo di eseguire un ordine immorale, nessuno può ripararsi dietro la disciplina del soldato o del poliziotto: quante uniformi insanguinate vedremo ancora lavare con il detersivo ideologico della falsa coscienza, della coazione della banda, dell'arma, della fede o dell'etnia? Anche se l'orrore compiuto dai militari argentini in tempo di pace supera forse ogni livello suscettibile di vendetta, espiazione o perdono. Hanno negato ai "desaparecidos" persino il più duro, ma anche il più incontrovertibile dei diritti umani: quello di sapere che si sta per morire. E ai loro cari un diritto altrettanto minimo: quello di dire addio ai propri morti, fioco e remoto barlume di ogni pur limitata forma di civiltà.

http://www.iclab.it/html/manera/index.html