Chuck Palahniuk

Chuck Palahniuk Ninna nanna


Mondadori

di Luca Valzania
Leggere Chuck Palahniuk non è per niente facile. Non per lo stile, estremamente lineare e diretto - anche se, probabilmente, frutto di un grosso lavoro antecedente alla stesura definitiva. Neanche per gli argomenti, espressi con una chiarezza che, di solito, non lascia spazio a malintesi interpretativi.

Ciò che, a mio parere, rende la lettura di un suo libro difficile è l'approccio di fondo: talmente nichilistico da sommergere tutto e tutti a colpi di inchiostro nero, stile blob ("Uccidere una persona a cui si vuole bene non è la cosa peggiore che le si può fare. Il più delle volte preferiamo aspettare che sia il mondo a farlo. E intanto leggiamo il giornale."). L'unica salvezza, sempre che vogliate salvarvi, è - come a volte dicono oltreoceano - sostituire iron ('ferro' nel senso di 'durezza') con 'irony'. Altrimenti, ripeto, non se ne esce.

Che si tratti di fanatismo religioso e suicidio (Survivor), schizofrenia e animalismo metropolitano (Fight Club), deliri da chirurgia estetica d'alta moda (Invisible Monsters) o arte del conato di vomito (Soffocare): in ogni libro di Palahniuk, l'umanità che ci viene non 'presentata', ma 'sbattuta in faccia', è un'umanità composta da tronchi viventi alla deriva o, per abbandonare le licenze stilistiche e parlare chiaramente, gente alla frutta. Gente che, è bene precisarlo, a volte si salva usando proprio l'ironia di cui sopra. Ma ciò, se avviene, avviene solo verso la fine del romanzo. E spesso è una salvezza fittizia, parziale o insoddisfacente.

Arrivando a Ninna Nanna (uscito già anni fa in lingua originale, con il titolo Lullaby, ma pubblicato da noi solo ora), il tema di fondo del libro, seppur non originalissimo, è estremamente interessante...anche perchè portato alle estreme conseguenze:
chi di noi mancherebbe di rispetto ad una vita umana? Ucciderebbe il suo prossimo? Magari anche per futili motivi? Compierebbe addirittura un genocidio? Andate in giro a fare simili domande e riceverete prima una risposta schifata, del tipo 'ma ovviamente non farei mai nulla di simile', poi verrete gentilmente pregati di andarvene.

Perchè? Perchè tutti hanno paura di confrontarsi con la propria parte più cattiva persino al loro interno, figuriamoci all'esterno. Bene: a tutto questo rimedia Chuck Palahniuk, sfornando un romanzo in cui alcune persone scoprono un potere di vita e di morte sugli altri derivante da un antico canto africano. Prendi uno di mira, leggi il canto, quello muore. Anche a distanza. Basta concentrarsi. Più facile di così, appunto, si muore.

Contrariamente ad ogni ipotesi buonistica, queste persone non solo sceglieranno di usarlo: lo faranno in modo così massiccio e, infine, incontrollato, da restare vittime di una spirale di 'potere che genera altro potere' e 'problemi che, nel momento in cui vengono risolti, generano altri problemi'. Questa la trama d'insieme: a voi il piacere di addentrarvi nella psicologia contorta dei singoli personaggi e trarne le vostre conclusioni. Ma senza aspettarvi mezze misure: Palahniuk è un indagatore delle emozioni più istintive, più estreme, più animalesche dell'uomo. Bianco o, molto più spesso, nero. Il grigio è fuori dalla sua logica narrativa. Ed è un bene che lo sia. Di scrittori politicamente corretti ce ne sono già fin troppi.

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