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Andrea Vitali

La bella Cece

Andrea Vitali


Garzanti, 2015

di Eliana Barlocco
Qualche tempo fa mi è capitato fra le mani un saggio dal titolo “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue” di Robin Dunbar. Tra le varie suggestioni che si possono trarre dalla lettura dei saggi di quello, in particolare, mi ricordo che sottolineava come l’evoluzione della nostra specie fosse collegata strettamente all’utilizzo del linguaggio a scopo pettegolezzo. Ossia, se le scimmie per intrattenere rapporti sociali con i propri simili si spulciano, noi abbiamo usato e usiamo tuttora il pettegolezzo per ampliare e mantenere i nostri rapporti sociali.

E proprio il pettegolezzo, il sentito dire, il fatto che potrebbe tramutarsi in scandalo, costituisce il fulcro del libro di Andrea Vitali - Le Belle Cece. L’ambientazione è quella classica di Bellano; gli anni sono quelli della nascita dell’impero fascista; i protagonisti sono in giusta contrapposizione gli uni con gli altri. Buoni e cattivi, manipolatori e manipolati, sante e peccatrici, il tutto sullo sfondo di un’Italia in preda alla febbre della conquista.

Vitali muove abilmente i suoi pezzi sulla scacchiera, in modo tale da tracciare e caratterizzare quell’umanità che tutti noi abbiamo incontrato e costantemente incontriamo (quei famosi rapporti sociali che citavo all’inizio e che tutti amiamo). La levità e la leggerezza della composizione non devono trarre in inganno ed indurci, erroneamente - dico io - a pensare che sia sinonimo di facile scrittura e, di conseguenza, lettura. Anzi tutt’altro, come diceva Calvino di se stesso “la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio” e così mi pare l’intento del nostro Vitali.



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