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Damiano Damiani

GIROLIMONI, IL MOSTRO DI ROMA

Damiano Damiani


1972 » RECENSIONE | drammatico
Con Nino Manfredi, Orso Maria Guerrini, Guido Leontini, Anna Maria Pescatori, Mario Carotenuto

di Salvatore Molignano
Ci piace pensare che nell’ambito dell’inchiesta socio-storica di cui era maestro Damiano Damiani, questo “Girolimoni” rientri come un severo monito contro i luoghi comuni e la giustizia “fai da te” cui molte mentalità sono ancora legate ancor oggi. Narrare la triste vicenda del povero fotografo romano, accusato negli anni ’20 di essere il misterioso serial-killer che da mesi faceva strage di bambine nella capitale, è un atto di onestà e di giustizia nei confronti di uno sciagurato di cui la cronaca s’è dimenticato troppo in fretta. La vera storia di Gino Girolimoni, fotografo romano scapolo e donnaiolo, un tipo molto “alternativo” in un’Italia cha andava fascistizzandosi sempre più, è raccontata col tipico taglio da cronista dal regista. Dopo molti sanguinosissimi delitti, il regime fascista era stanco di non poter dare un nome al mostro che terrorizzava Roma (che nel film capiamo essere un giovane psicopatico coperto dalla sua famiglia nei suoi orrendi crimini): era giunto il momento di dare un nome all’assassino. Ciò avrebbe dato prestigio al regime in un momento di grande tensione, rendendo altresì la sensazione che la polizia fascista protegge i cittadini e stana i criminali, il che non fa mai male. Anche a costo di incriminare un innocente senza prove. Quel che accade è proprio questo. Girolimoni viene visto casualmente parlare con una ragazzina per la strada. Si tratta della servetta della donna di cui egli è amante, una giovane donna sposata con un vecchio esponente della borghesia romana. L’uomo, geloso e deciso di sbarazzarsi dell’amante di lei, userà il mezzo più ignobile, denunciando il fatto alla polizia. Girolimoni viene avvicinato per prendere un caffè da un suo ex commilitone, un arrivista che ha fatto carriera nella polizia grazie al Duce, diventando commissario ma di cui intuiamo subito la mediocrità. In breve, Girolimoni si ritrova negli uffici della polizia sotto torchio, malmenato e offeso. E’l’inizio del calvario. Lo sfortunato viene processato di lì a poco, le prove a suo carico sono ridicole. L’unica persona che lo può scagionare, la sua amante, decide di tacere per salvare l’onore. Girolimoni viene infangato dalla finta testimonianza di un oste trasteverino, che sostiene di averlo visto la notte di un omicidio con una bambina. C’è per lui una ricompensa dalla polizia. Ma quando al commissariato si presenta un padre con la sua bambina (i veri presenti all’osteria la sera del delitto), non gli viene consentito di testimoniare a favore dello sventurato e lo si mette subito a tacere. La vita di Girolimoni è distrutta per sempre. Mussolini viene acclamato dal popolo per aver reso giustizia alla città e al Paese. Egli è informato che Girolimoni quasi sicuramente non è il vero killer, ma per il regime fa comodo avere un capro espiatorio. Da adesso tuttavia, la stampa può, anzi deve tacere sulla questione. Mesi dopo Girolimoni viene scarcerato per mancanza di prove. La libertà riacquistata si trasforma presto in un incubo. Nessun giornale si occupa di lui, del fatto che è riconosciuto innocente. Per la strada si sente gridare “Girolimoni” per inveire contro un presunto pederasta. Il suo nome si usa adesso come oggi si potrebbe usare quello di Pacciani (pace all’anima sua). Nella pensione dove abitava non c’è più posto per lui, così come il suo vecchio lavoro è perso per sempre. Non esiste risarcimento né morale né materiale. Il regista pare accanirsi (come lo stesso Manfredi) sul personaggio, che viene anche ridicolizzato in pieno giorno nella pubblica piazza da vecchi suoi amici colà presenti. La disperazione arriva al suo culmine, ma non prima che il protagonista si rechi come si dice, a “fare i conti con l’oste”. E’ proprio così: Girolimoni va all’osteria di colui che l’aveva infangato, e senza torcergli un capello, lo fa vergognare verso sè stesso per avergli rovinato la vita. Infine pretende di mangiare tutti i giorni gratis nel suo locale e clamorosamente, l’oste gli riconosce il diritto, seppur a malincuore. Ma non è finita, in quanto ritrova il suo vecchio amico giornalista che aveva cercato ai tempi di provare la sua innocenza. Girolimoni lo esorta a scrivere sul giornale del suo rilascio, ma questi purtroppo risponde picche: il regime ha ordinato di tenere il massimo del silenzio sulla vicenda. Ritroviamo Girolimoni vecchio barbone nella Roma degli anni sessanta. Nessuno ovviamente lo riconosce ne si può ricordare del suo caso. Egli tenta invano di raccontare la sua storia a dei giornalisti che passano per caso, senza trovare in essi alcun interesse di cronaca. Il difetto di questo film, è forse quello di mettere troppa carne al fuoco: partendo dalla fedele ricostruzione cronistica dei fatti in una Roma anni venti ben ridisegnata, si toccano molti, troppi temi per un film di due ore, della stampa di regime, al potere di Mussolini, dai rapporti tra potere e magistratura, all’ignoranza popolare. Alla dolorosa vicenda umana narrata, fa da sfondo un’autentica isteria collettiva di massa. Damiani pare tuttavia eccessivo nell’inserire la fucilazione di un anarchico del tempo per farci capire la durezza di un regime (sono chiari i riferimenti all’attualità: la fine del povero Valpreda nel 1969 che aprì la strada alla strategia della tensione). Nonostante tutto è un film parzialmente riuscito nella regia,che vuol essere tipicamente naturalistica nella ricostruzione dei fatti (caratteristica di Damiani), ma che nell’interpretazione degli attori essi offrono un risultato troppo macchiettistico e didascalici, a cominciare da un Duce che ricorda troppo i suoi busti, e un giornalista altrettanto farsesco. Mario Carotenuto convince malgrado ciò nel ruolo del primo indiziato, martire ingiustamente accusato dal popolo di essere il mostro all’inizio del film, costretto a scappare inseguito da una folla inferocita e infine suicida per disperazione. Nino Manfredi merita una citazione a parte. Nel 1972 l’attore attraversa forse il suo periodo migliore, quella maturità i cui veri frutti si notarono dalla fine degli anni ’60 con prove da grand’attore drammatico, non solo comico. La sua è un’interpretazione di grandissimo spessore se pensiamo al ruolo non facile per la sua tragicità, nonchè per il fatto di inscenare una vicenda realmente accaduta. Una tragicità che nonostante tutto l’attore riesce a mitigare rendendo un personaggio ironico, amante della vita (e del bel vivere, che male c’è?), sempre pronto alla battuta fulminea e al riferimento ironico (e sarcastico) anche quando si trova malmenato in una cella. Molto più da tragedia si fa la sua interpretazione quando esce dal carcere. L’ironia della prima parte, lascia il posto alla disperazione e allo sconforto che coinvolge anche lo spettatore. E’quello che si chiama “processo di commiserazione” di quest’ultimo verso il protagonista scornato. (scritto nel novembre 2005)