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Jeff Jennings

Il 20 Gennaio 2017 Mr. Donald Trump, entra in White House, Mescalina ne parla con Jed Jennings.


18/01/2017 - di Mauro Musicco
Questa intervista è del 5 Dicembre 2016. Quattro settimane prima, l’8 di novembre, Jeff Jennings, americano a Milano, “Jed” per gli amici, si era svegliato, come molti nel mondo, con uno strano capogiro. L’esito dell’effetto Trump come titolò il giornale brasiliano O Globo, o se preferite, dello stupore secondo l’israeliano Haaretz. Tra tutti i titoli giornalistici tuttavia il più azzeccato fu quello di Liberation: American Psyco.

Insomma il democratico Jed Jennings, domiciliato dalle parti della circonvallazione interna milanese, il 9 novembre del 2016 si alza con un gran mal di testa da mazzata. Un incubo divenuto realtà. Ho conosciuto Jed in un locale dell’Isola qualche tempo fa e così gli chiesi, subito dopo l’elezione, se voleva dirci la sua per Mescalina. Ne fu entusiasta. Gli chiesi solo d’incontrarci sull’argomento quando il capogiro fosse passato e il livido rientrato. Quando ci siamo visti eravamo entrambi serenamente consci che non si erano avverate le sciagure propinate dai media in caso di vittoria per Trump. Come per la Brexit, dopo Trump, nessuna apocalisse. Almeno per ora. A onore del vero, così, per amor di patria, nessun cataclisma neanche dopo il referendum costituzionale voluto da Renzi. Almeno per ora. I timori di maledizioni bibliche per tutti sono al momento congelate, da sbrinare alla prossima occasione. Di sicuro in tutti questi appuntamenti qualcosa ha deviato dal verso più accreditato. A dispetto, del verso più accreditato. Questo il senso dell’intervista.

Già, ma intanto chi è Jeff Jennings?

Jeff è membro di quella composita comunità costituita dai circa ventimila americani presenti stabilmente in Italia e uno dei novecento extracomunitari star an’ stripes all’ombra del Duomo. Altamente scolarizzato, Jeff legge il mondo che lo circonda, fiuta il vento al contrario, non si atteggia da intellettuale, semplicemente abita consapevolmente il luogo che lo ospita, suona discretamente la chitarra, padroneggia un songbook invidiabile. Non credo abbia mai pubblicato un disco ma vi potrebbe capitare di ascoltare una delle sue apprezzabili performance acustiche in uno dei locali milanesi che ancora credono nella musica dal vivo. Jeff è curioso, semplice, affabile, non remissivo. Detto in altro modo, è un americano normale, per quanto si possa definire “normale” chi occupandosi d’arte ha lavorato stabilmente al Metropolitan Museum di New York.

Inizia in un tinello della Bovisa questa chiacchierata, un po’ di birra, due chitarre a portata di mano, eight thousand miles from home. Una riflessione post-Trump a quattordici ore di volo da casa. Due parole con l’americano della porta accanto, senza le vanità esperte di un talk show. Del resto non è necessario essere un prodigio di scienze politiche o di relazioni internazionali per capire che Donald Trump ha fatto filotto. Al suo ingresso nello studio ovale il sistema dello spoil system lascerà ben poca voce ai Democratici, sia alla Camera che al Senato, probabilmente, poco spazio anche alla Corte Suprema. Il Boss Trump, come l’ha definito The New Indian Express - piaccia o no - si è aggiudicato il Grande Slam del potere politico in America ed è un buon motivo per tornare su questa elezione nel momento del suo insediamento alla Casa Bianca.

Nel farlo ci si è tenuti lontano da una dotta analisi che facesse da premessa a questa conversazione. Una di quelle cose da esperti di politica internazionale che abbiamo preferito evitare per lasciare la parola al nostro interlocutore, trattenere il calore di una chiacchierata accanto a considerazioni di merito. Tuttavia si è ritenuto di inserire alcune note esplicative, quando utili nel circoscrivere alcune affermazioni. Si può aggiungere, come le parole di Jed appaiano, anche nell’era post fattuale di cui siamo vittime, come la capacità, il desiderio, la necessità delle persone normali, di occuparsi di cose complesse, anche quando le sovrastano ma allo stesso tempo le riguardano. Usando le parole utilizzate da Riccardo Mazzeo, il traduttore per l’Italia di Zygmunt Bauman, in un articolo a commento della recente scomparsa del grande sociologo, potremmo dire che: “la vita che abitiamo ci trascende (…) essa è più grande delle nostre piccole o grandi individualità” (1).

 

Mescalina: Per cominciare Jeff ci puoi dire qualcosa di Te?

Jeff Jennings: Ho 57 anni, sono nato nel ’59 a Providence, duecentocinquantamila anime ma anche la capitale del Rhode Island, uno piccolo stato grande quanto Los Angeles. Vengo da una famiglia nella quale mio padre, guadagnando 12.000 dollari l’anno, mille dollari al mese, è riuscito a comprare un pezzo di terra, costruire una casa, avere due macchine. Stavamo bene.

Un modo per dire che vengo da una famiglia semplice, molto normale. Dopo le scuole primarie ho studiato arte a Boston all’accademia di belle arti. Una città, che come si dice adesso, mi ha “radicalizzato” dal punto di vista sociale. Per dirne una non c’erano neri in quell’ambiente a parte una ragazza con la quale andai alla festa di laurea. Come studente fuori sede non andai nel dormitorio dell’accademia ma presi in affitto un appartamento che condividevo con afroamericani, avevo diciassette anni. Diciamo che ero un po’ controcorrente. Ho memoria dell’assassinio di John Kennedy, di Martin Luther King e di quel periodo.

La mia famiglia è divisa tra Repubblicani e Democratici. Mio padre è schierato con i primi, mia madre con i secondi. Credo che papà, avendo una piccola impresa, condivida solo la politica fiscale dei Repubblicani. Come tanti conservatori vuole poco stato e poche tasse. Per il resto ha idee liberal, non si sognerebbe di discriminare un vicino di casa in base alla sua provenienza o impedire a suo figlio di andare in giro con una ragazza di colore. Se posso aggiungere qualcosa di me è che quella radicalità si è poi concretizzata, dopo l’università, in tre-quattro anni passati in un furgone in giro per l’America dall’Alaska al Texas, facendo qualche lavoretto per mangiare.

 

M: E cosa ci fai in Italia?

JJ: Quando mi sono fermato, in questo girovagare per diventare “adulto”, ho conseguito prima un master in Storia dell’Arte presso l’Università del Massachusetts, poi sono andato a Berkley per fare un dottorato in Storia dell’Arte. Mentre ero in California si concretizzò anche l’opportunità di diventare ricercatore a tempo indefinito presso il Metropolitan Museum di New York. Un’occasione importante, legata a miei studi sulla pittura rinascimentale, il mio campo d’interessi. A New York conobbi una ragazza milanese, m’innamorai, diventò mia moglie. New York però non gli piaceva, voleva tornare in Italia. Tra lavoro e amore, prendere o lasciare, scelsi l’amore, così arrivai a Milano convinto di potercela fare anche se non parlavo bene italiano. Avevo solo una raccomandazione del Direttore del Metropolitan Museum indirizzata all’Università Cattolica di Milano che in quel periodo aveva una tecnologia a infrarossi per vedere i disegni preparatori sotto il dipinto, una macchina pagata tanti soldi ma che nessuno sapeva usare mentre io la utilizzavo già da tempo al Metropolitan. Sulla carta sembrava fatta ma la Cattolica aveva una strana idea del lavoro. Per loro avrei dovuto pagare io l’utilizzo dello strumento perché l’ente doveva recuperare i soldi di un investimento molto costoso. Al massimo avrei tenuto dei corsi sull’argomento. Mi sono reso conto subito che le cose in Italia si presentavano molto curiose. Abbandonai quest’attività per crearmi un lavoro autonomo di traduttore di libri d’arte, lavoro nel quale sono tuttora impegnato.

 

M: Il tuo rapporto con l’America è ancora forte mi pare?

JJ: Certo, sono padre di un ragazzo di vent’anni con il quale periodicamente torno in America. Ho un rapporto ancora costante con gli Stati Uniti.

 

M: Jeff tu sei uno dei novecento americani-milanesi. Hai per caso partecipato, alla vigilia delle lezioni del nuovo Presidente, al “warm-up” organizzato a Milano dalla comunità americana per celebrare l’evento? Nelle aspettative non si faceva mistero di confidare nell’elezione di Hillary Clinton?

JJ: No. Non sapevo.

 

M: Meglio così. Ora è trascorsa qualche settimana dal Donald Trump-shock. Tornando a quei giorni sapresti dirmi, dal tuo punto di vista, cos’è successo?

JJ: Guarda secondo me sono successe tante cose. C’è un po’ di quanto è accaduto in UK con Brexit. Come in quell’occasione c’è stata una valutazione errata (2), sull’orientamento e la partecipazione numerica, al voto. Fasce di elettorato che non avevano votato nelle precedenti elezioni ci sono andate. Hanno partecipato ceti sociali dormienti, indecisi, poco istruiti, difficilmente interpretabili (3). Soggetti che non hanno risposto o non sono stati raggiunti da nessun comizio o sondaggio prima delle elezioni e che invece covavano un’insoddisfazione profonda verso la gestione uscente (4). Poi ci sono coloro, che pur avendo votato Democratico nelle passate elezioni, hanno votato Trump. Gente arrabbiata, scontenta con Obama, sia a destra che a sinistra.

 

M: I giornali del mondo il giorno dopo l’elezione hanno usato parole forti. Qualcuno ha definito Trump “L’Eroe della America dimenticata” (5). Altri hanno titolato le loro prime pagine con aggettivi forti come “stupore”, “sconcerto”, “sconvolgimento”, “terrore”, “shock”, “inganno”, cosa ne pensi?

JJ: C’è del vero ma questi commenti fanno parte della truffa generale che si è realizzata con queste elezioni. Per spiegare la vittoria di Trump dobbiamo fare un passo indietro. Nel farlo userò una metafora. Devi immaginare Trump come un ultras allo stadio. Uno che legge poco o niente (6) non va oltre la Gazzetta dello Sport e tuttavia non vuole essere un ultras qualsiasi. Un “super-ultras” insomma che vuole farsi notare. Ha i mezzi per farlo e la sua voce cercherà di sperimentare qualcosa di diverso che lo faccia riconoscere nel marasma dello stadio. Urlerà frasi particolari, le canterà, ci prenderà gusto, crederà anche di avere un talento perché vede che altri lo seguono e lo imitano. Questo è Trump, un buffone, con una cultura sotto la media, un megalomane, che ha cominciato a sperimentare una voce nuova, ricevendone approvazione.

Le sue frasi ossessive, ripetute, pregiudizievoli, come quelle riprese da Fox News fin dal 2008 del tipo: “Guardate che c’è un nero alla Casa Bianca! Capite americani, un nero alla Casa Bianca! Ma vi pare possibile?” (7). In molti hanno ritenuto che avesse ragione. Il punto di svolta simbolico e reale si materializza nel 2011 al White House Corrisponder Association Dinner, una sorta di Carnevale del giornalismo, dove tutto è permesso, dove la regola è quella di eliminare distanze e gerarchie tra i giornalisti, il presidente di turno e gli invitati. Free speech, free question an’ answer! In quell’occasione il Presidente Obama ebbe modo di ridicolizzare il l’attore-palazzinaro Trump in modo severo. Trump da uomo piccolo qual è, ferito, umiliato, cominciò a sua volta a suonare la campana di un Obama-non-americano. Enfatizzò la presenza alla Casa Bianca di un presidente nero ma aggiunse anche il tema delle incerte origini keniote. Quindi, non solo nero ma anche non-americano. Una doppia bestemmia per il comune sentire. Una rivalsa, una incredibile panzana, diventata credibile (8). Questa impostazione preliminare del messaggio di Trump coincide con la sua decisione di scendere in campo per la presidenza.

L’ultras-Trump, insomma, da tempo si era posizionato sulla curva infiammando altri ultras con affermazioni apparentemente inattaccabili, lineari, di facile presa. Platee elettorali tacitate fino a quel momento dai successi economici raggiunti nel primo mandato di Obama, impauriti dai pronostici di un Obama lanciato verso la rielezione a un secondo mandato, l’hanno accolto. In seguito si sono galvanizzate anche per il mancato raggiungimento di molte promesse di Obama e dall’incerta candidatura di Hillary Clinton.

M: L’interpretazione prevalente circa il successo di Trump è l’adesione, alla sua candidatura, di strati sociali emarginati, dimenticati, in gran parte privi di titolo di studio ?

JJ: Certo qui Trump ha stravinto, ha catturato settori operai che tradizionalmente votavano per i Democratici ed è riuscito anche perché ha pagato di tasca sua la campagna elettorale mentre la Clinton ha goduto di consistenti finanziamenti delle lobbies padronali (9). Trump ha potuto così dimostrare che era il prototipo del self-made man, un non-politico, un non-comprato e non-comprabile, che impersonava il più autentico spirito americano. Questo ha riesumato i tratti della grande tradizione popolare roosveltiana ma anche una grande diversità agli occhi di tanti elettori frustrati e colpiti da una crisi persistente. Quest’uomo ha dato l’impressione di parlare la loro lingua, senza condizionamenti. Uno che vuole riabilitare il carbone, riaprire le acciaierie, costruire un muro con il Messico, impedire l’entrata di lavoro illegale in barba a ogni precauzione ambientale, fregandosene di ogni mediazione internazionale.

 

M: E’ questo il senso del suo slogan “Make America Great Again” ?

JJ: Certo, anche perché quei settori, grandemente bianchi che l’hanno votato hanno compreso in quello slogan la necessità di cambiar verso. Strati sociali bianchi hanno ritenuto di essere la più grande minoranza minacciata in paese guidato da un Presidente nero. Questa convinzione, creata ad arte, è riuscita a far percepire, a dispetto dei suoi scivoloni sessisti, xenofobi e razzisti, un Presidente nero e il Partito Democratico come i difensori di minoranze non-bianche e quindi non autenticamente americane (10). Persone che nella quotidianità, avvertono questa minaccia. Quando a scuola subiscono la composizione multietnica delle classi, quando l’insegnante è un ispanico, quando vanno in ospedale e trovano un chirurgo indiano, il radiologo cinese, l’infermiere messicano. Quando vedono che questi soggetti sono stabilizzati in un lavoro statale mentre gli “americani veri” sono fuori dal mercato del lavoro, precarizzati dalla delocalizzazione, dalla perdita della casa.

In una situazione di questo tipo manipolare, provocare la rabbia di questi ceti è diventato programma politico. Qualcosa che ha toccato corde profonde saltando strategie parlamentari, politiche, alchimie congressuali mettendo in ombra anche obiettivi miglioramenti ottenuti dalla presidenza Obama (11).

Trump secondo me non voleva vincere. Quale reale interesse sociale o politico poteva avere Donald Trump nell’andare a cacciarsi in situazioni più grandi di lui? Il primo a pensare che la sua candidatura fosse assurda era proprio Donald Trump! La sua vita era, ed è, molto comoda, straricca. Ha attraversato momenti difficili ma è sempre riuscito venirne fuori. E’ diventato un personaggio televisivo di grande richiamo. Era diventato un “brand”, una marca che si vende molto bene. Ha visto come la sua merce fosse apprezzata, deve anche avere realizzato che il marchio-Trump, di comizio in comizio, tirava. Migliaia di persone adoranti che l’hanno portato al centro dell’arena malgrado le sue idiozie. Alla fine credo si sia convinto, e questa forse è la motivazione ultima del suo successo: fare il Presidente degli Stati Uniti sarà solo un buon modo per aumentare un marchio di successo, il suo. A questo, malgrado diffidenza e scetticismo iniziale, hanno creduto anche i Repubblicani che lo hanno contrastato.

 

M: Continuo a non capire. Come ha fatto un personaggio così controverso, ricco, politicamente scorretto nell’America del “policitally corret” ad aver interpretato così bene i bisogni degli ultimi?

JJ: Trump non si è mai indirizzato ai bisogni degli ultimi lui ha solo capito le loro paure. E’ un venditore di macchine usate. Sapeva benissimo a chi rifilare un bidone.

 

M: Pensi che l’America sta cercando un diverso modo di raccontarsi? Talmente diverso da rappresentarsi anche in una discontinuità aberrante come può essere Trump? Un racconto che ha mancato di far confluire la critica di Occupy Wall Street o di Sanders?

JJ: Quelli di Occupy Wall Street non hanno votato Trump e neanche quelli che hanno votato Sanders. No, non si sono rivolti a Trump. Ma quei racconti, non sono riusciti a diventare espressione politica. Sono invece l’espressione del fallimento di Hillary Clinton, il declino di un’impresa dinastica, l’ennesima. Loro non fanno parte del successo di Trump. Questo fallimento ha esibito anche, per chi non ancora non lo sapesse, che l’americano è meno colto, preparato, informato di quanto si possa credere. L’incremento industriale di menzogne veicolate da un sistema mediatico invasivo, corrotto, ha facilitato la favola trumpiana a dispetto di una critica basata su fatti e analisi.

 

M: In Cosa crede l’America oggi?

JJ: Metà degli americani oggi crede che starebbe meglio senza tutti gli stranieri, le persone che non parlano inglese. L’altra metà la pensa in modo diverso ma non ha soluzioni chiare da proporre a un problema complesso. Il tema della diversità è uno dei temi centrali su cui si costruisce il racconto politico oggi. In America e nel mondo. Da noi, malgrado si sia riusciti ad esprimere un Presidente nero, che per l’America è stato il punto più alto d’integrazione, allo stesso tempo è cambiata numericamente la composizione sociale in ragione di forti flussi migratori. Diventa difficile spiegare agli americani bianchi che sono, o stanno diventando, minoranza senza l’ausilio di robuste politiche d’integrazione. In Italia più del novanta percento sono ancora abitanti nati in Italia, in America questa proporzione è mutata da tempo. Le conseguenze sono facilmente immaginabili sul piano sociale. C’è una percezione significativamente diversa da quanto era accaduto al tempo delle grandi migrazioni d’inizio ‘900 ma giunte in America sull’onda di un’economia in pieno sviluppo.

 

M: W.E.B. Du Bois, il grande intellettuale africano americano del ‘900, affermò che “la linea del colore” era il problema del XX secolo in riferimento al problema afroamericano. Il problema del XXI secolo sarà “la linea del diverso”, per colore, provenienza, lingua ?

JJ: Non lo so. Voglio rimanere al tema di queste elezioni. In America siamo più di trecento milioni di abitanti e Trump è stato votato da sessanta milioni di persone, un venti per cento dunque. In quella porzione di votanti ci sono strati sociali dimenticati ma anche elites ricche del paese, quelle che hanno soldi e potere. Penso che le esigenze dei primi spariranno presto nelle sue politiche a favore delle seconde. Di sicuro le immagini di Obama accanto a BB King, Steve Wonder, Aretha Franklin e che gli americani nei quali mi riconosco hanno commentato con gioia, spariranno, sono troppo devastanti per il pensiero dell’americano medio.

 

M: Soffermiamoci su queste immagini. Pensi che Obama le abbia ostentate?

JJ: Beh, Obama nello studio ovale ha sostituito il busto di Wiston Churcill con quello di Martin Luther King, puoi immaginare quanto si siano incazzati i razzisti e xenofobi del mio paese. Otto anni di Obama per tanta gente deve essere stato veramente troppo e quando i democratici hanno proposto una donna hanno detto: “Eh No, così non va! Abbiamo subito otto anni di un curioso personaggio nero, ma una donna, una donna proprio No!”. Anche questo ha avuto il suo peso.

 

M: Jeff tu sei anche un musicista e la musica in America ha avuto tanto ruolo politico da Walter Hill a Woody Guthrie. Personaggi che oltre a produrre canzoni hanno cercato di dare sostanza alla mancanza di una voce dichiaratamente alternativa al potere in un’arena bipartitica. Questa forma di supplenza assunta dalla musica non ha mancato di dare il proprio sostegno a Obama. Pensi che da questo ambito potrà venire un possibile riscatto. La musica sarà uno spazio per elaborare un’alternativa a Trump?

JJ: Sì c’è questa speranza. Se mi guardo indietro, non è un caso che quando nel 1964 ci siamo impegnati definitivamente in Vietnam Bob Dylan abbia prodotto il suo primo disco. Il segno, di una narrazione alternativa che ha smosso molte coscienze. Però non dimenticare che c’è anche tanta retorica. Dal mondo della musica sono venute speranze ma anche tante delusioni. Al tempo della prima guerra nel Golfo, ad esempio, questo luogo è stato silente. La musica popolare, come sai, ha molte sfaccettature.

 

Tuttavia nel caso di Trump sono ottimista, sono certo che ci saranno molte voci che daranno una lettura delle ingiustizie, la diseguaglianza, le discriminazioni, le falsità cui andiamo incontro. Trump credo abbia raccolto e fatto riemergere sentimenti arretrati dell’America ma allo stesso tempo ha anche urtato valori altrettanto profondamente americani di tolleranza e convivenza. Questo avrà le sue conseguenze sul piano musicale e culturale.

 

M: Tuo figlio è nato in Italia. Cosa ne pensa di Donald Trump?

JJ: Lui vive una strana linea. Per lui l’America è un paese oggettivamente distante, essere di discendenza americana per lui è solo un fatto. Del resto io con l’America sono sempre un po’ incazzato. Da Bush padre a Bush Jr. mio figlio ha sempre visto suo padre che diceva: “ma cosa stanno facendo al mio paese?”. Mi ha visto entusiasta per Obama e poi progressivamente deludermi in politica estera. Insomma vive il suo rapporto con l’America in maniera riflessa.

 

M: Il tuo personale contributo a una contro-narrazione a quella di Trump, “thousand miles from home”, come si realizzerà?

JJ: Nei locali quando ho occasione di suonare, ma anche attraverso i social. Del resto l’ho sempre fatto. Al tempo dell’elezione di Obama, telefonavo dall’Italia – e sono stati soldi – per convincere gli indecisi ad andare al voto. L’ho fatto con le ultime elezioni, continuerò il mio impegno nell’era Trump, con la musica, i post, le chat. Sarà il mio modo di picchiare i pugni sul tavolo.

Il 20 gennaio dunque, inizia l’era Donald Trump, in agenda da subito c’è l’abolizione della riforma sanitaria avviata da Obama, così per gradire. A seguire il 21 dello stesso mese, il giorno dopo una imponente manifestazione di donne, il bersaglio privilegiato del suo illuminato pensiero. Saranno loro a dargli il benvenuto. A better world are un-coming?



mauro.musicco@libero.it

 

(1) Il Manifesto,10 Gennaio 2017.

(2) Jerome Karabel, professore di sociologia all’Università di Berkley, sull’edizione italiana di Le Monde Diplomatique di dicembre, rileva come Hillary Clinton a differenza di Trump e Sanders ha avuto difficoltà anche sul solo slogan dell’intera campagna elettorale. Karabel afferma che Clinton ne ha provati almeno 85 prima di arrivare ad un poco accattivante Strongher Toghether, (“l’Unione fa la forza” n.d.r). Uno slogan mediocre a tal punto che Joel Benenson, consigliere per i sondaggi, arrivò a fare questa domanda a John Podesta, direttore della campagna elettorale: “Almeno c’è una minima idea di quello che si vuole far passare come messaggio principale?” (New York Times, 12 Novembre 2016).

(3) Si stima che hanno votato per Trump il 71% dei bianchi privi di laurea in Pennsylvania, il 70% nell’Ohio, il 69% nel Wisconsin e il 68% nel Michigan (General election exit polls, Cnn.com, 9 Novembre 2016).

(4) Sempre su segnalazione di Jerome Karabel, Trump ha vinto nei 4 stati della Rust Bell (la cintura della ruggine, n.d.r.) Pennsylvania, Ohio, Wisconsin, Michigan che erano stati fondamentali per l’affermazione di Obama. “Hillary Clinton non ha messo piede una sola volta in Wisconsin in tutta la campagna elettorale” (J. Karabel, Le Monde Diplomatique, Dic. 2016).

(5) Dalla prima pagina del giornale olandese Het Patrol.

(6) Trump legge preferibilmente tabliod. Il giornalista investigativo, nonché biografo di Donald trump, David Cay Johnston autore del libro The Making of Donald Trump (Melville House, NY, 2016) scrive che Trump ha sempre letto: “religiosamente questo tipo di stampa, della quale conosce tutte le sottigliezze”.

(7) Ibrahim Warde, Professore associato alla Tufts University, Massachusetts : “Stagnazione del potere di acquisto, precarietà del lavoro, immigrazione e multiculturalismo, impunità dei responsabili della crisi finanziaria (…) hanno diffuso un sentimento di inquietudine (…) da questo le espressioni magniloquenti e apocalittiche, e l’ossessione per il complotto. E’ su quest’onda mal compresa dalle elites che Trump ha scelto di veleggiare (…) La creazione nel 1996 di Fox News è il punto di svolta” (I. Warde, Le Monde Diplomatique, Dicembre 2016, Ed.It).

(8) Tony Swartz autore della “autobiografia” dello stesso Trump (The Art of the Deal, Random House, New York, 1987) usa il termine “iperbole veritiera”. Manipolazioni della realtà che diventano una “innocente forma di esgerazione”. Sempre Ibrahim Warde nel riprendere alcune affermazioni di Trump dalla stessa autobiografia aggiunge che per Trump: “occorre saper provocare controversie perché queste producono vendite”.

(9) Gli affari dei Clinton hanno prosperato con il denaro delle multinazionali. Si calcola che tra Febbraio 2013 e Gennaio 2015 Hillary Clinton abbia guadagnato 21,7 milioni di dollari per 92 conferenze destinate in gran parte a quadri dirigenti di grandi imprese (Le Monde Diplomatique, Dicembre 2016. Ed.It.).

(10) In effetti il Partito Democratico e gli spin doctor clintoniani hanno spinto per una strategia elettorale identitaria cercando di ricostruire la coalizione multirazziale che era stata alla base del successo di Obama nelle passate elezioni sapendo della debolezza di Hillary Clinton nei confronti dei perdenti della globalizzazione e della deindustrializzazione. Sempre secondo Jerome Karabel i democratici si sono focalizzati su: “cinque gruppi bersaglio: gli afroamericani, i latinos, gli asiatici, la fascia fra i 25 e i 35 anni e le donne bianche” (J.Karabel, Le Monde Diplomatique, Dicembre, 2016. Ed.It.). I flussi di voto hanno dimostrato che pur ottenendo discreti risultati su questi gruppi (in particolare le donne) Hillary Clinton ha raccolto meno di quanto fece Obama nelle precedenti elezioni.

(11) Federico Rampini, sicuramente tra i più attenti osservatori della realtà americana, fa notare in un articolo come Obama sia riuscito, partendo dalla più grave crisi economica dopo quella della Grande Depressione, a mutarne il verso: “Settantacinque mesi di crescita consecutiva dell’occupazione, sedici milioni di nuovi posti di lavoro, disoccupazione scesa a livelli vicini al pieno impiego, 4,7% della forza lavoro, metà della media europea” (F. Rampini, Repubblica, 11 Gennaio 2017).