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WE INSIST! The Babel Inside Was Terrible

WE INSIST!

The Babel Inside Was Terrible

Exile On Mainstream 2009




Articolo di: Vittorio Formenti  Del 30/08/2009
La band in questione non è proprio di primo pelo. 14 anni è il periodo che l’ensemble guidato da Etienne Gaillochet (voce e batteria) ha trascorso nel magmatico mondo del rock indipendente di matrice francese.
Già il setup del gruppo fa presupporre qualcosa di atipico; batteria e voce solista (non certo usuale), basso e chitarra, sintetizzatore e chitarra, chitarra e sassofono. È del tutto evidente che non si tratta di un gruppo ´standard´ e fin dal primo brano se ne ha l’immediata conferma.
In via del tutto superficiale si potrebbe parlare di stoner, data l’ossessività percussiva espressa, ma la definizione risulta certamente parziale e fuorviante.
La caratteristica principale è quella di una metrica ossessiva ma studiata, prevalente ma anche variata. Il drumming traccia le battute con rullate continue ma talmente precise che non arrivano ad essere ´selvagge´; la memoria va al math rock più classico, nel quale i brani si articolavano su frasi sostenute dai tamburi e dalle chitarre all’unisono, con stop aperti ad interventi della voce e riprese poi del rullare hardcore.
I brani quindi hanno una struttura piuttosto delineata, aliena dalla forma canzone (tema + ritornello) o da sequenze tipo AABA; qui predomina la sequenza di frasi simili ma differenti, ciascuna sviluppata su di un certo numero di battute, normalmente caratterizzate da serie di note veloci tracciate dalla batteria e dalla chitarra in sincronia.
A tratti intervengono le tastiere (´Ancient Follies´ per esempio) ma sono solo ingredienti complementari ad una macchina che è principalmente ritmica errante per sentieri tra math, stoner, punk e avant; vengono in mente i Primus e gli At The Drive In con sfumature europee e psichedeliche evidenti, soprattutto nelle parti vocali delle ultime tracks (´Our Countries´, ´Cogent Stories´).
Si ha la netta impressione di una lavoro studiato, provato e riprovato, in cui le varie entrate non sono lasciate al caso e al caos, ed un ascolto attento ricava un indubbio piacere nel notare la logica dell’insieme, complessa ma evidente.
Certamente non un disco per orecchie da MTV o da puristi di genere specifico; appagherà molto di più chi è alla ricerca del particolare, disposto a metterci un po’ di fatica per trovare qualcosa. Molto moderno e lodevolmente professionale, certamente figlio del nuovo millennio.

Vittorio Formenti
TRACK LIST:
> Déjà vu
> Oakleaves
> Efficiency and bad habits
> In a maze
> Custom device
> Thoughtful anatomy
> Dead dog
> Ancient follies
> Our countries
> Cogent stories
> Biting tongues
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  Articolo del: 30/08/2009



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