Non deve essere stato facile per i Valentina Dorme arrivare a “Il coraggio dei piuma”.
Per loro non è mai stato facile nulla, basta andare a vedere la lunga gavetta che si sono fatti prima di quel “Capelli rame” che aveva sancito il loro esordio portandoli ad ottenere il riconoscimento della critica.
Proprio quel disco deve aver rappresentato uno scoglio non da poco per la band di Mario Pigozzo Favero o forse lo rappresenta più per coloro che in base a quell’album si sono creati un certo numero di attese.
Questa nuova raccolta sembra non mutare molto la cifra stilistica della band, ad un primo ascolto sembra non aggiungere nulla ad un suono spigoloso che rimane in bilico tra il cantautorato italiano ed un rock di matrice più sonica. Invece “Il coraggio dei piuma” è un disco che cova sotto la cenere, che si muove sornione aggirando qualunque paragone, anche quello col suo predecessore.
I testi sono meno cinematografici, anche meno crudi, ma si insinuano sotto pelle come fanno i suoni, più levigati, a tratti anche più sfumati in alcune code quasi post.
Non è un capolavoro, ma è un disco coraggioso, in lotta con sé stesso: combatte con intelligenza, sapendo di non avere colpi clamorosi a disposizione e lavorando al corpo in modo chirurgico.
C’è qualche attacco portato in modo più frontale, qualche canzone che esce allo scoperto, ma mai in modo clamoroso e questo rende ancora più apprezzabili pezzi come “L’amore a trent’anni”, con i suoi giri in precario equilibrio tra indie e grunge, o “Le tue vancaze in Malesia” che è una tagliente immagine di una fatale esterofilia quanto mai attuale. La stessa title-track rappresenta una metafora dell’approccio dei Valentina Dorme e anche della loro condizione di band indipendente, non ancora ammessa alle categorie superiori.
La forza del disco sta nella capacità dei Valentina di insinuare e trattenere, di costruirsi un’estetica tesa come quella degli ultimi Afterhours, se pur più sottile e meno morbosa: le canzoni e le interpretazioni di Mario Pigozzo Favero non feriscono ma suggeriscono l’idea della ferita, non si sfogano ma proiettano l’immagine di un imminente tracollo. Rassegnazione e speranza, immobilità e desiderio sono i punti su cui si muove il lavoro, perfettamente riassunto nella citazione di Carver inserita nel booklet: “Mi basta questa vita e non voglio altro. Immobile, spero che nessuno arrivi. Ma, se qualcuno arriva, spero sia lei.”
A tratti il disco rimane assopito, creando una suspence in lontananza: pezzi come “Un tuffatore” e “Una vita normale” risultano complementari, necessari all’identità del lavoro.
Anche una traccia più elettronica, in odore di La Crus, come “Il giorno n. 303” che potrebbe sembrare un azzardo finale, è introdotta da “Teatro leggero” e calata consapevolmente in un lavorio d’autore incessante, tanto implicito quanto inquieto, tanto soppesato quanto rock. |
| TRACK
LIST: |
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| > Dobermann |
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| > Canzone di lontananza |
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| > Il mare |
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| > Il coraggio dei piuma |
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| > Le tue vancaze in malesia |
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| > L´amore a trent´anni |
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| > Un tuffatore |
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| > In una tempesta |
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| > Una vita normale |
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| > Teatro leggero |
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| > Il giorno n. 303 |
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