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THE BLACK CROWES Warpaint

THE BLACK CROWES

Warpaint

Silver Arrow Records/ Sony BMG 2008



Articolo di: Massimo Sannella  Del 05/03/2008
Piedi nudi, piume, simbologie Shivaistiche e quel salmastro languore frammisto di Baton-rouge e calumet prodigo di grandi visioni: sono loro, sono proprio loro, sono tornati per fare la guerra alla guerra a suon di Freak’n’Roll.

Affezionati al loro look in cross tra il mormone gipsy e il fricchettone old style, buttati alle spalle ben sette anni di litigi e silenzi discografici rotti solo dalla forzata reunion del “Live At Greek” con Jimmy Page e un Ep malriuscito, i The Black Crowes si ricompattano, sempre capitanati dal molleggiato frontman Chris Robinson, e danno alle stampe un nuovo bellissimo e inatteso album, il settimo per l’esattezza e il primo in studio dopo “Lions” del 2001: “Warpaint”, undici tracce di una come sempre magica e ferrigna rapsodia di alto Southern Rock Soul.

Con una lineup leggermente ritoccata che vede il cambio e l’inserimento di due nuovi elementi (il chitarrista Luther Dickinson dai North Mississippi Allstars e il tastierista Adam MacDougal), i The Black Crowes tornano sulla scena mondiale in forma smagliante, per nulla intaccati nello spirito sciamanico che contraddistingue la loro “missione sudista” sin dagli esordi. A nulla sono valse le strapazzanti vicissitudini private, discografiche e di gruppo intercorse in questi anni; loro sono ancora più in carne & soul con un album che parla e suona di “libertà quale rivoluzione da supportare per fare in modo che duri nel tempo”, con quella passionalità nuda e cruda, selvaggia e mistica, che bagna le proprie note brustolite nel rock ’70, nei mulinelli blues del Delta e nel soul Dixieland di quella Georgia che fece dono di penne remiganti a questi funambolici Corvi Neri.

“Warpaint”, dieci tracce interamente scritte da Chris e Rich Robinson, tranne la toccante cover di un brano (“God’s Got It”) scritto da un vecchio predicatore chitarrista della Louisiana, il reverendo Charlie Jackson; il resto sono ondate di purissimo sangue caldo incoagulabile, slide e anima, cuore e polvere, country e psichedelìa tenute assieme da collane hippyes e incensi al vetiver.

Inciso in sole tre settimane, il disco interamente registrato dal vivo in studio tra Woodstock (NY) e Los Angeles, è un profondo consolidamento del “marchio di fabbrica”, del suono south-root al quale la band di Atlanta lega la sua temperanza “secessionista”, la sua vitalità dirty, la madida preghiera gospel, senza scadere d’una tacca, sempre sulla main-line indistruttibile di un vecchio “fragore” sempre nuovo, avulso dal “riscoperto” adulato per l’ “oggi che nasce domani”.

È un ritorno di grande energia: il tribalismo di “Evergreen”, sfarzo di chitarre sliddate in “Goodbye Daughters Of The Revolution”, l’hard blues di scuola Stones in “Walk Believer Walk”, il rec openair di “Whoa Mule” dove si odono cinguettii di uccelli , il country frizzante di “O, Josephine” fino al sincopato drumming di “We Who See The Deep”. Poi si arriva a confondersi per tanta altra amplificata “grazia ricevuta”.

Quando si richiude la copertina senape di questo superlativo lavoro, si è come scapigliati da uno sbuffo di polvere e di cantilene tinte di ragamuffin: è “Whoa Mule” che non se ne vuole andare, come in un sacro voodoo. Provi a chiuderla quella copertina ma avverti tutta la forza avversa della libertà contenuta che si oppone facendo rivoluzione contro gravità.

Sono le forti radici di una musica che non ha pace e che i The Black Crowes agitano ”disegnandosi la faccia” come odierni guerrieri Navajos non per dire che sono redivivi, quanto per dimostrare al mondo il punto esatto da dove rinascono.
TRACK LIST:
> Goodbye daughters of the revolution
>
> Walk believer walk
>
> O, josephine
>
> Evergreen
>
> We who see the deep
>
> Locus street
>
> Movin’ on down the line
>
> Wounded bird
>
> God’s got it
>
> There’s gold in them hills
>
> Whoa mule
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