Dalle parti dell’Illinois devono tenerci alla loro storia o, forse al contrario, non ci tengono affatto e la memoria corta della gente continua a fornire spunti a più di un songwriter.
Stace England aveva già concepito il suo disco precedente su Cairo, cittadina dimenticata dell’Illinois appunto. Più o meno nello stesso periodo Sufjan Stevens aveva dedicato dedicato all’intero stato il suo ultimo album di inediti, “Come on feel the Illinoise” (2005).
Ora, a distanza di un paio d’anni, England continua su quella strada lavorando sul passato storico locale e nello specifico sui fatti della Old Slave House, una villa nota per i crimini efferati compiuti sugli schiavi da parte del cosiddetto “Salt king”, John Crenshaw, che sfruttava la popolazione di colore per la produzione del sale.
Rispetto a Stevens, che comunque è del Michigan, Stace England ha meno talento ma dispone di un approccio più mirato e misurato: non eccede in bizzarrie o lungaggini e opera in un campo più di ricerca, andando a recuperare fatti e personaggi reali.
I suoi dischi si sviluppano come dei piccoli viaggi nella storia della provincia americana: qua ci troviamo nel Sud dell’Illinois ai tempi in cui la schiavitù ancora era praticata da alcuni “signori” tanto crudeli quanto intoccabili.
England dà voce ai singoli schiavi, alla loro dignità e alla loro sofferenza, ma soprattutto denuncia una serie di ingiustizie perpetrate da un sistema da cui solo pochi si chiamavano fuori (come si canta in “Liberty and the Baptists”). Dall’insieme spicca l’assurdità di una società talmente brutale da non risparmiare i bambini e talmente ottusa da costruire la propria base operativa, la Old Slave House, nei pressi di una cittadina chiamata Equality (“Inequality In Equality”).
Il lavoro svolto è minuzioso tanto negli arrangiamenti quanto nei testi: la musica passa in rassegna vari stadi dell’american music con la stessa cura con cui la scrittura e il libretto ricostruiscono il periodo storico in questione. Tra canti recuperati da antologie di “abolitionist songs” e pezzi scritti di proprio pugno, spiccano “Freedom´s star”, con il fiddle di Mark Stoffel e la voce di Jason Ringenberg, e poi “Kidnapping Venus”, la traccia più delicata della scaletta con carezze di steel, vocals e vibrafono.
Ci sono poi una manciata di brani discreti tra ballate e slanci r&r a cui manca qualcosa in termini di interpretazione, ma a cui England sopperisce dimostrandosi più voce nei contenuti.
“Salt sex slaves” è un disco in cui si aggirano gli spiriti dimenticati dalla storia. Quelli che rischiano di passare per inesistenti o di essere tramandati alla stregua di leggende locali come i fantasmi che si dice ancora popolano la Old Slave House. |
| TRACK
LIST: |
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| > Salt sex slaves |
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| > Wabash saline |
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| > Inequality in equality |
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| > Liberty and the baptists |
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| > Freedom´s star |
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| > Kidnapping venus |
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| > Rationalize |
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| > Shawneetown |
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| > Ode to uncle bob |
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| > Muscle and bone |
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| > As real as real can be |
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| > Salt king |
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| > Do it right (and set yourself free) |
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