Nel 2002 Scotland Yard fece irruzione in un buco del West End londinese dove si praticava smercio illegale di bevande alcoliche: quel buco adibito a club era gestito proprio dai Monkey Island, la band che mi appresto a recensire. Il risultato dell’irruzione da parte delle forze dell’ordine fu quello di accrescere l’attenzione attorno al terzo album della band, quello che la Foreign Affairs ha portato anche nella nostra penisola: Victoria Segal del “New Musical Express” l’ha definito “sofisticata narrativa urbana per il nuovo millennio”; il loro singolo antifascista “Mussolini’s Teaspoon” è stato eletto da “The Guardian”, a suo tempo, singolo della settimana.
L’Italia, come sempre, arriva tardi, ma l’importante è arrivare: l’esperienza dei Monkey Island è molto lontana dalle solite garage band che invadono i mercati mondiali e la nostra penisola sembra essersene resa conto durante le incendiarie esibizioni live sui palchi nostrani.
I Monkey Island sono in quattro: chitarra, batteria, basso e armonica. La loro musica è una miscela esplosiva di punk (quello dei concittadini Clash e quello dei Ramones), garage, blues e, non sto sognando, una lontana attitudine jazz in alcuni pezzi. Una simile commistione non può che portare ad un album particolarissimo: questo “Some of what you need and don’t need to know”, infatti, è tutto fuorché un disco conformista.
L’inizio è all’insegna del punk: raccomando il volume alto per godere appieno di “Do the Lipsync” e della seguente “Soulfastfood”, altra faccia di una stessa medaglia fatta della libertà e della furia che contraddistingueva Clash e Ramones. Punk sono, poi, “Urbanal” e “Brand Ex”, entrambe valide: con i suoni duri, diciamolo subito ci sanno fare.
Per farci sorprendere dobbiamo però aspettare la terza traccia del disco: “This Is Not” sembra venire dal passato, ricorda un’improvvisazione degli Yardbirds ed è venata di tinte blues contaminato con il rock’n’roll. Stesso effetto creano altri pezzi, tra cui spicca il singolo che li ha resi famosi: l’inno antifascista “Mussolini’s Teaspoons” è una satira che si sofferma sulla passione del dittatore per la collezione di posate.
Tendenzialmente parlata su una linea melodica vincente e sicura, è un territorio da esplorare più volte per cogliere sempre delle nuove sfumature.
Terzo ed ultimo aspetto del disco sono gli intermezzi musicali: la batteria di Jan Noble in “Bedlam Shake” sembra un esercito in marcia mentre “Part of my job is to forget things” è un jazz che ha fatto l’amore con il rock.
Un disco complesso, dalle molte facce, da godere lentamente e con pazienza per poter apprezzare tutta la ricchezza che riempie ogni singolo minuto dei ventotto che formano l’opera: dopo tanto semplice garage rock, qualcosa di nuovo sul fronte occidentale. Forse andavano scoperti prima … |
| TRACK
LIST: |
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| > Do the lipsync |
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| > Soulfastfood |
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| > This is not |
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| > Part of my job is to forget things |
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| > Bedlam shake |
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| > 14:25 |
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| > Urbanal |
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| > Brand ex |
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| > Mussolini’s teaspoons |
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| > The temperance march |
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| > Galileo |
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