I Grey sono un quartetto rock formatosi a Mantova nel 2001 e arrivato a questo debutto discografico sulla lunga distanza attraverso i riconoscimenti di critica raccolti fra diverse manifestazioni canore e una febbrile attività live che ha contribuito a creare un seguito di sinceri appassionati. L’anno successivo ha poi visto la pubblicazione di un primo EP, l’autoprodotto “Elephants Fall”, che conteneva quattro brani ora riportati all’interno dell’album d’esordio, questo “Sulphur” che vanta la partecipazione di Giulio Casale degli Estra in cabina di regia, nonché la distribuzione della Mescal.
Poste queste premesse senz’altro positive, occorre dire che il cuore della musica del gruppo si è mantenuto coerente con le intuizioni già emerse dal primo dischetto. L’amore dichiarato dei quattro ragazzi per alcuni dei nomi che hanno letteralmente rivitalizzato e nobilitato il rock del decennio scorso – Radiohead e Jeff Buckley su tutti – traspare in modo evidente dai solchi di “Sulphur”. Tutto ciò non mina il risultato sotto il profilo dell’originalità della proposta musicale, soprattutto se un singolo dalle discrete potenzialità quali “My sweet hell” riesce nell’impresa di fondere senza forzature le alchimie sonore e le armonie vocali che hanno fatto brillare, in tempi diversi, “Pablo honey” prima e “The bends” a seguire. Il conto aperto con Buckley viene saldato altrove, fra passaggi vocali – la coda di “Drink caffeine still floating”, ad esempio – e crescendo che impreziosiscono diversi brani, e infine in alcuni dei momenti chitarristici topici (“Traffic Bulge” e “Mojo pin” sembrano a tratti figlie della stessa ispirazione).
Intanto, la voce di Luca Palleschi dribbla l’acidità interpretativa dell’ultimo Layne Staley e le impennate estreme di Chris Cornell, e così purificata si presta senza esitazioni a cavalcare il fluido incedere delle chitarre, suadente e ispirata allo stesso tempo. Le distorsioni e i fraseggi di chitarra, in parallelo con una ritmica spesso rallentata e meditativa, ricamano senza pausa la fitta trama di un tappeto di malinconia sul quale poggia i piedi la buona parte del lavoro. Così, mentre il cuore nero dell’album pare pulsare tra “Between Us” e “Head fit”, la già citata “My sweet hell” e “Kinda sick” aprono squarci di luce inaspettati e oltremodo necessari. La brillante apertura affidata alla liquida “Love, hours passing”, si stempera infine nel contraltare della sofferta “Johnny”, e nel lamento sussurrato che ne caratterizza i funerei attimi conclusivi.
Il bilanciamento fra l’anima più cupa e “sulfurea” del gruppo e le felici ed efficaci accelerazioni guidate dalle chitarre elettriche è stato ottenuto anche in virtù del lavoro minuzioso ma non invasivo compiuto in sede di produzione, decisamente diretto a valorizzare il respiro già profondo dei brani anziché stravolgerne le linee guida, già testate dai quattro ragazzi nel periodo precedente alla chiusura in studio degli stessi.
Il seme è stato gettato, la strada tracciata: la consapevolezza dei propri mezzi dimostrata già in questo primo album lascia intravedere scenari futuri ancor più promettenti. Da seguire con fiducia e attenzione. |
| TRACK
LIST: |
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| > Love, hours passing |
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| > Drink caffeine still floating |
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| > My sweet hell |
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| > Traffic bulge |
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| > Between us |
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| > Head fit |
| >
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| > Kinda sick |
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| > Inside your insides |
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| > Toilet smells & luxury |
| >
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| > Johnny |
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