Già avevamo avuto modo di conoscerlo con il precedente “We built a fire” che era stato l’occasione per avvicinare un cantautore promettente, alla ricerca di una visione sua di quel grande panorama che è l’american music.
Grazie a quel disco, che era stato anche nominato come miglior album di Americana nel 2003, Donal si era fatto notare dagli amanti del roots e del rock d’autore.
“Giants” prosegue sulla stessa strada puntando ancora sulle chitarre di Will Kimbrough e sulla produzione di David Henry, che fornisce un notevole apporto anche come arrangiatore e come polistrumentista.
Guardando al titolo, verrebbe da pensare che questo disco sia stato pensato e realizzato alla grande, come un’occasione di lancio, invece “Giants” è un lavoro condotto ancora una volta con umiltà e discrezione: non a caso l’immagine di copertina vede l’autore affiancato ad uno di quei piccoli nani da giardino. L’approccio di Hinely è infatti minuzioso, fedele ad una filosofia delle piccole cose da buon artigiano, da craftman, come direbbero gli americani.
La stessa collaborazione con nomi del calibro di Will Kimbrough, uno dei chitarristi più richiesti nel campo del country-rock, e di David Henry, violoncellista e produttore stimato a Nashville, si sviluppa come un rapporto di amicizia in cui ognuna delle parti continua a mettere del proprio per rendere sempre più proficua la relazione.
Per sommi capi l’album si divide tra pezzi (roots) rock, marcati dalle chitarre di Kimbrough, e ballate in cui sono l’interpretazione di Hinely e la mano di David Henry a condurre una lieve ricerca. Tra i primi vi sono episodi convincenti, ma è quando Hinely si fa accompagnare da Henry che asseconda la sua indole più profonda: un country-folk ben curato, tenuto come sfondo, è il terreno su cui coltiva una voce e una scrittura cariche di un soul sottile.
A stupire sono pezzi come “The shakes” in cui wurlitzer, violoncello e soprattutto il suono dei bicchieri suonati dallo stesso Hinely creano un soffio personale. A sentire pezzi come questo, oppure come “Louisville” sfiorato da un tromba e da un euphonium, si vorrebbe che venisse ulteriormente sviluppata questa ricerca strumentale.
Le canzoni sono poi dotate di uno sguardo che non manca di accennare critiche al mondo della musica (“Before music was a product”) e ad un’attualità sempre più confusa dalla guerra e dall’odio (la title-track, “Road to ruin” e “Shock and awe”).
Hinely canta con una voce che conferma la sua personalità sensibile, ricordando i migliori cantautori texani ma anche Van Morrison: grazie a questa cosparge l’album di camei d’eccezione come “Bubble”, “Blue ink” e “The one” in cui sono gli archi a variare il country e a renderlo fresco come fosse un nuovo classico.
“Giants” è il disco di una piccola grande anima. |
| TRACK
LIST: |
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| > Giants |
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| > Before music was a product |
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| > Road to ruin |
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| > Shock and awe |
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| > The shakes |
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| > You and me |
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| > Bubble |
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| > Louisville |
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| > Talkin’ cheap trick blues |
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| > Adelaide |
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| > Blue ink |
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| > The one |
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