Esordio su album per i Ciccone, trio british voce-chitarra-batteria dalle buone speranze, passate finora per due EP e un video. Quattordici pezzi veloci e brevi, tutti ampiamente sotto i quattro minuti, per un album dall’alto potenziale radiofonico e dai ritmi serrati.
Nella “Eversholt Street” richiamata nel titolo si trova la stanza nella quale il materiale è stato “arrangiato, suonato, registrato e prodotto” – come tengono a precisare i tre ragazzi –, stanza che tutto sommato deve aver avuto dei poster di personaggi a noi cari. Proviamo ad indovinare, premesso che il gioco non è poi così difficile in questo caso. A nord, sulla parete più umida, un poster raffigura Black Francis e Kim Deal sorridenti ma rivolti altrove: la presenza dei Pixies aleggia ovunque in questo lavoro, dalle chitarre ritmiche impegnate al massimo alle pulsanti linee di basso (“Flagellate”, “Look at you know”). Niente male come inizio, soprattutto se volgendo lo sguardo poco più in là si intravede Joe Strummer, in un intenso primo piano, coi tre compari un passo indietro, in bianco e nero: sì, l’era è quella di “London Calling”, album capitale che festeggia di questi tempi qualcosa come venticinque anni. Pare che anche i Ciccone festeggino a loro modo, recuperando da un simile capolavoro proprio l’ispirazione che sta dietro ai brani più agili e scanzonati nell’andamento – allora “Jimmy Jazz”, “Wrong ‘em Boyo”, “Brand New Cadillac”, oggi invece “If I could prove you wrong” e “If Friday falls through”.
È forte la sensazione di essere di fronte ad un bigino dei classici, ma la stanza – dicevo – non ha certo due sole pareti: ne rimangono ancora altre due e sulla prima di queste fanno mostra una dozzina di piccole foto scolorite dal tempo. A guardarle da vicino si intuisce qualche volto, lineamenti belli e dolci, gente seduta su sedie e sgabelli, immancabili chitarre. Neri e bianchi, assieme, che fanno della musica: dovessi dire un’epoca mi spingerei a dire che gli anni Sessanta dovevano ancora arrivare. Rock U.S.A. anni Cinquanta, ecco: la stessa “Oh Eversholt” non può che provenire da laggiù e ci arriva oggi a più di cinque decenni di distanza. Potenza della tecnica di registrazione, ad occhi chiusi non direste che un brano simile possa stare nel bel mezzo di un album d’esordio uscito nel 2004: sembra infatti uno di quei lentacci che Richie, Poetsie e Ralph aspettavano in “Happy Days” per poter abbracciare le ragazze, e si sente quasi la puntina grattare sul disco.
Forse per questo il repentino passaggio ad una “F.U.U.K.” che rimanda ai Sonic Youth di Kim Gordon quanto una “My Summer never comes” puzza di british way to pop-rock, non stride più di tanto. Ecco, l’ultima parete della stanza mostra proprio loro, questi tre ragazzi che forse non inventeranno né ora né mai qualcosa di innovativo, pur suonando diretti e rispettosi degli originali.
Insomma, la freschezza tipica dei debutti c’è tutta, le giuste influenze pure e le voci di Rebekah Delgado e Micky Strinson – che si spartiscono i brani in modo paritario – suonano familiari e accattivanti. In neanche quaranta minuti un ottimo condensato di punk’n’roll da pub inglese e due-tre ballatone old style – le conclusive “Last Breath” e “There is a light” – che potrebbero riportarvi da queste parti alla prossima puntata. |
| TRACK
LIST: |
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| > Flagellate (cuido lo que dices) |
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| > Look at you now |
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| > You’re beautiful, you’ll get by |
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| > Just got laid |
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| > If friday falls through |
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| > Boy oh boy (por favor mi amor) |
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| > Give me one good reason to carry on |
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| > Oh eversholt |
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| > F.u.u.k. |
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| > My summer never comes |
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| > Put me to bed |
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| > If i could prove you wrong |
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| > Last breath |
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| > There is a light |
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