Francesco De Gregori

Francesco De Gregori

Potenza della parola in FDG


29/04/2013 - di Roberto Curatolo
Lo scrittore Roberto Curatolo "spacchetta" il nuovo album "Sulla strada" e va alla ricerca della potenza della parola nella poetica di De Gregori

La potenza della parola in FDG


Stasera sono un libro aperto/ mi puoi leggere fino a tardi.

Questi sono i due formidabili versi che chiudono l’ultimo poeticissimo brano (“Falso movimento”) del nuovo cd di Francesco De Gregori, “Sulla strada”.

Nove pezzi di straordinaria intensità letteraria oltre che, ovviamente, musicale. Non voglio cimentarmi in un territorio, quello della critica musicale, che non mi appartiene. Intendo invece soffermarmi su alcuni aspetti dei testi che confermano – se mai ce ne fosse bisogno – la prodigiosa capacità scrittoriale di De Gregori.

Scrivere testi per canzoni è un esercizio particolare, decisamente diverso dal comporre una poesia e ancor più dallo scrivere in prosa. E’ necessario che testo e musica trovino il giusto equilibrio, che l’uno si adatti all’altra e viceversa, che si crei un’auspicata concordia.

La capacità di De Gregori è di confezionare un prodotto musicale riuscendo, nello stesso tempo, a produrre poesia e a realizzare un racconto. Sa dunque fondere, nello stesso prodotto, testo per canzone, poesia e prosa.

Il risultato viene ottenuto con un’eccezionale capacità di gestione della parola, attraverso la ricerca della massima efficacia all’interno della necessaria sintesi.

Non so dire se questo avvenga a seguito di un’estenuante investigazione o piuttosto sgorghi spontaneo dalla penna di Francesco, sta di fatto che il risultato è eccellente.

Sappiamo che la parola, se utilizzata correttamente ha un potere formidabile e  affascina. Diceva Jules Renard, scrittore e aforista francese di fine Ottocento, che “c’è una ed una sola parola, e lo scrittore la usa”. I sinonimi restano sinonimi, la parola efficace è una ed una sola. Ecco, mi sembra che De Gregori sappia quasi sempre trovare la parola giusta ed efficace.

E’ opportuno, a questo punto, scovare alcuni esempi nella miniera del suo ultimo cd, premettendo che Francesco, con pochi altri eletti autori, tratta, nelle sue canzoni, temi assolutamente particolari, spesso inediti nella storia della musica cosiddetta leggera.

Si comincia con l’evangelico “pianto e stridor di denti” nel primo brano, quello che dà il titolo alla raccolta, “Sulla strada”. A chi verrebbe in mente di ricorrere alla parabola del banchetto di nozze del figlio del re in una canzone con moltissimi richiami letterari, l’On the road di Kerouac in primis? Ma con De Gregori non si deve mai dare nulla per improbabile nell’utilizzo delle infinite risorse della nostra lingua.

Nel secondo brano del cd, “Passo d’uomo”, Francesco ha il coraggio di inserire la parola “massicciata” all’interno di una sequenza di grande poesia realista (Sono solo un operaio/ lungo la massicciata/ il mio pane sa di polvere/ la mia acqua è salata/ e lavoro per la ruggine/ e respiro il carbone).

Guccini, molti anni fa, si era spinto, in “Autogrill”, a parlare di “scarpata ferroviaria”; De Gregori va oltre e inserisce un sostantivo che presumo mai utilizzato prima in una canzone italiana e che consente un’immagine potente e visiva dell’operaio in questione.

Un’altra parola, presumibilmente mai usata prima da alcun autore, Idromele, si trova nella terza traccia del cd, “Belle époque”.

Il brano è ambientato nella notte di Capodanno che segna il passaggio tra l’Ottocento e il Novecento e descrive la vicenda di un giovane sergente in cerca di amore, anche a pagamento.

Il sergente innamorato/ già si sente un generale/ già si affaccia la sorella/ sulla cima delle scale/ la sua bocca butta latte, idromele e cioccolato,/ linfa, lacrime e saliva/ il sergente è stramazzato,/ ma la bestia è ancora viva.

L’idromele è un’antichissima bevanda alcoolica derivata dalla fermentazione del miele, in voga alla fine dell’Ottocento, e che in passato, in molte parti d’Europa, era tradizione venisse fornito in quantità sufficiente per un mese alle coppie appena sposate così da assicurare loro felicità e fertilità.

Ce lo immaginiamo efficacemente il nostro sergente e la descrizione di ciò che “butta la sua bocca” ci rende la sua condizione di giovinezza e di desiderio di felicità.

Il quinto brano, “Showtime”, ci riserva un De Gregori sorprendentemente romantico. Ma – lo si poteva dubitare? – anche in questo caso è in grado di sorvolare le banalità offrendoci alcuni scampoli di genialità scrittoriale.

Che posso farci se mi fai sognare?/ Dove devo mettermi per non precipitare? ci raccontano i primi due versi del brano. Ma è il secondo e, in particolare, la parola precipitare che ci scuote e ci indica brillantemente il rischio dell’abisso amoroso.

E, più avanti, Che posso farci se mi fai sognare?/ Devi proprio andartene, davvero vuoi scappare?/ Fermati ancora in questo pezzo di tempo/ Dentro questa musica, in questo ballo lento.

In questo caso è la parola pezzo a fare la differenza: inusuale per indicare un tratto, un periodo di tempo, ma efficace per farci calare nel “qui ed ora” della fuggevole passione amorosa.

Nel successivo “La guerra”, un intenso apologo contro ogni conflitto, De Gregori ci presenta due quadri distinti: quello del giovane soldato al fronte, in una situazione che lo vede allo scoperto e col concreto rischio di essere a tiro dei nemici, e quello della sua giovane sposa che a casa non si dà pace per la partenza del suo amore che l’ha lasciata “sola sola nel suo letto abbandonato”.

Nel primo quadro l’autore ci trasferisce un’immagine filmica della scena: Attenzione soldatino/ c'è il tramonto alle tue spalle,/ sei una sagoma nel sole/
un bersaglio in mezzo al fuoco/ e per prendere la mira/ basta niente, serve poco.
Il giovane è veramente esposto, l’utilizzo della parola sagoma (anche questa del tutto inusuale nei testi di musica leggera) ci consente di vedere con chiarezza la sua immagine ritagliata nel disco solare all’orizzonte.

Il soldatino, forse incurante o inconsapevole del pericolo e della probabile vicina morte, ripensa invece ai rischi corsi recentemente:

E ripensa il soldatino/ al suo rancio disgraziato/ all'odore della notte/ e del sangue che ha versato/ quella volta che la morte/ gli è passata proprio accanto/ lo ha guardato di traverso/ e se n’è andata zoppicando.

Gli ultimi due versi citati sono memorabili. L’immagine della morte che lo sfiora, che lo guarda di traverso e che lo grazia, allontanandosi in qualche modo ferita anch’essa. E’ solo un rinvio di ciò che avverrà a breve, ma questa idea di una sorta di primo tentativo respinto con qualche perdita anche per la morte, ci trova convintamente entusiasti.

La sposa, nella sua casa lontana, canta forte e ride piano/  mentre stende il suo bucato. Un’altra immagine potente e visiva: la ragazza, forse per non pensare costantemente al suo amore al fronte, porta avanti con impegno le incombenze quotidiane e cerca di autoinfondersi coraggio, proprio con quel canto ad alta voce e con un sommesso sorriso. Canzone, racconto o quadro?

In “Guarda che non sono io” l’autore, colto nella sua quotidianità (Sono qui con le mie buste della spesa), viene assediato da un fan, forse un po’ troppo insistente. E, di fronte all’ammiratore che gli presenta una cartolina o un santino con la sua immagine, si difende verbalmente con geniali escamotages linguistici (Guarda che non sono io quello che mi somiglia e, più avanti, Guarda che non sono io la mia fotografia).

Osserviamo infine l’eccezionale efficacia con cui De Gregori, nel già citato “Falso movimento” ci rende l’immagine dell’amore e della sua imprevedibilità.

In una prima parte del testo ci dice che “l’amore é mascalzone/ viaggia contro mano/ parcheggia sempre dove vuole/ fa vedere la lingua,/ parla con la bocca piena/..si presenta cosí, senza un invito/ proprio in mezzo alla cena”

E, più avanti: “l’amore non si spiega../ muove le mani in fretta/ rovescia il sale e non fa una piega”

Non si può non ammirare una modalità così anticonvenzionale di definire l’amore, la sua imponderabilità, la sua capacità di sorprenderci e di coglierci impreparati. E in un panorama musicale dove spesso il tema è banalizzato e appiattito su frusti stereotipi, non ci si può esimere dall’entusiasmarsi.

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