Doing the Don`t: conversazioni su Elliott Sharp con Elliott Sharp, Bert Shapiro, Boris Savoldelli
24/03/2011 |
di Andrea Rossi
“You're going to hear something that you've never heard and
whether you like it or not, it's going to inspire you somehow." — Lawrence D. "Butch" Morris- Composer and conductor
Elliott Sharp, nato a Cleveland l’1 marzo 1951, è un maestro della musica sperimentale moderna, che ha saputo muoversi senza timori reverenziali tra categorie e stili differenti, cercando sempre la propria via tra jazz, rock, musica contemporanea, opera, improvvisazione, blues, elettronica, musica per il teatro e tanto altro.
Ha inciso oltre un centinaio di dischi, da solo, in duo e in gruppi diversi, suona chitarra e sax, progetta e costruisce nuovi strumenti musicali, è improvvisatore e compositore, ed ha suonato e guidato numerose bands, tra cui i Terraplane e l’Orchestra Carbon.
Da ragazzo ha vinto una borsa di studio della National Science Foundation per studiare alla Carnegie Mellon University, si è comprato una chitarra e si è costruito la sua fuzzbox dopo aver sentito Hendrix alla radio, ha suonato rock, ascoltato jazz e studiato antropologia alla Cornell University.
Ha poi studiato composizione con Roswell Rudd e Morton Feldman, ha fatto politica e si è spostato a New York nel 1979, diventando uno dei membri più rappresentativi della scena sperimentale degli ultimi trenta anni.
In quest’ambito ha collaborato con i nomi più importanti dell’avanguardia, tra cui John Zorn, Marc Ribot , Steve Piccolo e Zeena Perkins, del jazz, tra cui Jack De Johnette, Bobby Previte, Wayne Horvitz e Sonny Sharrock, del rock, tra cui Debbie Harry, Bill Laswell e Vernon Reid.
Sposato con l’artista multimediale Janene Higgins, e padre di due gemelle, Elliott Sharp è un musicista geniale, ed un persona educata e molto gentile.
Intervista ad Elliott Sharp
Nel corso degli anni sei riuscito ad attraversare progetti e generi molto lontani tra loro, sempre con la massima apertura mentale. Non sei il tipico musicista di stampo accademico, nel tuo caso mi sembra che il desiderio di ricerca prevalga su forma e stilemi. Che rapporto hai con il mondo accademico ?
Sono sempre stato così, fin dall’infanzia: sono molto felice se ho un gran numero di progetti su cui lavorare nello stesso tempo e senza troppe regole cui attenermi- in modo che ogni progetto alimenti gli altri.
Per quanto non ami particolarmente il formalismo del mondo accademico, di fatto lo apprezzo davvero quando è al suo meglio: se permette di realizzare un incontro di menti aperte, come un modello organizzativo a matrice permette di utilizzare le risorse al meglio. Non avrei problemi a insegnare in un ambiente costruttivo, credo di avere cose da condividere e mi piace lavorare con gli altri quando sanno pensare e anche fare concretamente le cose. Nel passato recente ho anche tenuto delle brevi sessioni di insegnamento che sono state una splendida esperienza, soprattutto una all’Atlantic Centre for the Arts nella Florida del Sud nel 2009.
E oggi, di cosa sei ancora curioso? Soprattutto, di che tipo di musica?
Continuo ad interessarmi più che posso di genetica, astronomia, di Wikileaks (è una cosa fantastica!) e di politica americana, sebbene spesso mi faccia venire il vomito.
Musicalmente, trovo assai stimolante in questo momento lavorare sull’incontro tra musica e teatro con i progetti che ho recentemente completato, “Binibon” e “About Us!”, un’opera di fantascienza recitata solo da ragazzi, che ho scritto, composto e diretto per la Bavarian State Opera di Monaco, la cui prima si è tenuta a Luglio 2010.
Ho poi iniziato a lavorare ad uno spettacolo su Spinoza, che davvero spero riesca a trovare i finanziamenti per essere realizzato.
Trovo inoltre eccitante continuare a lavorare con i “sistemi auto organizzanti”, come nel mio nuovo lavoro “Flexagons”, ed anche comporre per gli archi.
Sono poi sempre più focalizzato sui miei lavori grafici, e sto cercando di svilupparli sia come lavori visuali sia come “segni” che possono essere tradotti in sonorità.
Per quanto riguarda ciò che ascolto, mi stimola la musica che sa toccarmi sul piano emotivo: vecchie canzoni, country blues, Billie Holiday, Django Reinhardt, Bob Dylan, Thelonious Monk, Jimi Hendrix, John Coltrane, e molti altri. Ma questi sono i nomi sono che preferisco da sempre.
Ci sono anche alcuni giovani musicisti e compositori con cui sono in contatto e sono molto felice di ascoltare cosa stanno facendo: Paula Matthusen, Philip White, Dan Iglesias, Jacob Wick, Terru Hron e Guy Barash sono alcuni di questi.
Quindi è vero quello che si sente dire: che da ragazzo eri una specie di piccolo scienziato, un ”science geek” appassionato…
Forse lo sono ancora, in qualche modo, sebbene stia trovando forme diverse cui applicare la mia sindrome geek, il mio disadattamento !
Come musicista hai però utilizzato queste tue capacità e conoscenze, ad esempio hai usato matematica ed algoritmi nel processo compositivo: cosa significa di fatto, per noi profani ?
La matematica è un modo di guardare il mondo, in termini di semplici principi base di applicazione universale. Allo stesso modo, io cerco di trovare verità semplici anche sul piano acustico, nel modo in cui il suono si manifesta, nel modo in cui l’essere umano interagisce. Gli algoritmi sono essenzialmente dei set di istruzioni: puoi avere una composizione algoritmica molto basica come “Soffia una nota in uno strumento a fiato finchè non ti manca il respiro. Fallo tre volte ciascuna con una nota diversa”. E poi la cosa può farsi più complicata se lo vuoi. Ho sempre sperato di creare una composizione algoritmica con l’eleganza formale di una buona programmazione o di una evidenza matematica.
Ma che impatto ha questo tuo approccio sul modo in cui componi ?
Provo a pensare al mio approccio alla composizione formale come ad un altro modo per mappare forme e processi naturali per creare sonorità, così come la matematica è un modo di mappare forme e processi naturali per astrarne significati (ad esempio i numeri) che possono essere scritti o resi graficamente.
Entrambe sono astrazioni basate sulla realtà. La musica che compongo è “speculativa”, ed ha con la musica “reale” una relazione analoga a quella che la fantascienza ha con la scienza. I miei formalismi interiori mi liberano dal dover perseguire un qualsiasi tipo di forma e processo.
Sei un grande improvvisatore, ma scommetto che preferisci considerarti un compositore…
Te ne ringrazio ed è vero: la composizione è ciò a cui sento di essere più dedicato.
L’improvvisazione può essere assai divertente e stimolante, ma al massimo può essere una pratica che chiamerei “socio acustica”, ovvero la relazione tra i suoni e le persone che interagiscono. Improvvisare è come una bella conversazione tra amici, una discussione oppure una qualsiasi altra forma di intimità nella comunicazione. Non riguarda aspetti di ego e di atteggiamento. E come si modifica il tuo approccio alla composizione ed all’improvvisazione suonando in situazioni tanto diverse, per generi e bands coinvolte…
Per quanto io provi ad attenermi sempre al mio vocabolario ed alla mia sintassi personale, il suonare cambia sempre perché si adatta alla situazione specifica.
Ciò detto, quando suono blues o jazz o musica barocca voglio che il mio vocabolario rifletta la tradizione storica. Mi piace essere un artigiano che impara uno stile, mi piace incanalare le innovazioni dei maestri attraverso le mie dita… In qualità di produttore o di membro di una band voglio sempre realizzare il progetto al meglio, il che significa trovare suoni che si incastrino perfettamente nel quadro generale: una buona orchestrazione.
Che rapporto hai con le parole in musica: alcuni tuoi brani hanno titoli “scientifici”, a volte suoni con cantanti, ma non sembri molto interessato al lato narrativo della musica, per lo meno nelle modalità tradizionale e tipiche del sogwriting…
No, non è così . Negli anni ho scritto molte canzoni che hanno la funzione tipica di ogni canzone. Alcune possono essere più astratte o soniche, ma molte sono estremamente tradizionali.
Le ho composte per le mie diverse bands, per il teatro o per i films, per cantanti che stavo producendo.
Molte canzoni, ad esempio, si possono ascoltare nel progetto Terraplane in cui spesso scrivo sia musica sia testi. Scrivere una buona canzone richiede apertura verso il tuo orecchio interiore – le canzoni migliori vengono fuori già pronte e sembra si siano scritte da sole. Appaiono all’improvviso e uno deve catturarle, coglierle al volo prima che spariscano, prendendone nota, registrandole, cantandole in continuazione….
La tua musica ha comunque una prospettiva politica…
La politica appartiene alle nostre vite, piaccia o no (e in genere la cosa non piace !).
Si può scegliere di non renderla parte della propria arte ma io ho sempre pensato che un artista si debba prendere la responsabilità di intervenire e commentare “i fatti del giorno”, di istruire, di offrire dei riferimenti. A volte l’opinione di un artista può influenzare gli altri in modo positivo.
Non mi piace l’approccio didattico all’arte, quello retorico, che ha la mano pesante. Ma c’è spazio per una musica politica nell’ambito del mio lavoro, non è la componente principale della mia musica, ma è importante.
Riprendo il concetto che non sia possibile classificarti come parte di un genere preciso, di una scuola o di una scena, e questa è una delle tue caratteristiche più affascinanti. Guardando indietro al tuo viaggio musicale come lo descriveresti ?
Network o web, matrici, sistemi interconnessi o sovrapposti... sono tutti modi adeguati per descrivere il mio viaggio nella musica.
E come vorresti fosse il tuo viaggio futuro ?
Spero continui in questo modo, con nuove strade che si possano aprire.
Gli ambiti dell’opera e della musica per il teatro spero siano aree che visiterò più spesso.
E, dal tuo punto di vista, chi è o chi dovrebbe essere il tuo ascoltatore tipo, il tuo compagno di viaggio preferito ?
Chiunque sia aperto: molti miei ascoltatori provengono dalla musica, ma molti altri provengono dalle arti visive e concettuali, dall’intersezione con la scienza, dal teatro, dalla danza, dal cinema…
E’ un’idea che mi sembra molto newyorkese. Sai, per molti di noi europei, New York è la capitale della musica moderna, il centro di ogni tipo di musica, dal jazz al punk, dal rock alla musica sperimentale. Tu vivi lì dal 1979: cosa pensi di questa nostra visione, ha ancora senso oggi o è troppo romantica?
Credo che questa idea di New York sia stata valida probabilmente fino agli ultimi anni ’80 o a metà dei ’90.
Ma successivamente è prevalsa con forza una logica commerciale a cui la dimensione artistica si è asservita. Servi rispettati, glorificati, che però devono fedeltà ai loro signori feudali. NYC è oggi un gigantesco centro commerciale, non un posto in cui gli artisti arrivano per mettere a punto la loro visione, ma un luogo dove la impacchettano e la vendono.
Ma in generale che differenze vedi tra la situazione odierna e gli anni ’70 ed ’80 ?
NYC era squattrinata in quegli anni, potevi trovare un posto in cui vivere a Manhattan a poco prezzo e dedicare il tuo tempo a scoprire ed esplorare, per trovare modi per aprire la tua mente e poi quelle degli altri! Ora tutto è costosissimo, ogni piccola “incrinatura” che c’era in questa città è stata riempita, messa a posto. L’esplorazione è un lusso che pochi possono permettersi, il pubblico non è molto interessato, vuole musica e arte fighetta, sciocca e “kitsch”, roba semplice che lo faccia sentire brillante, compiaciuto e soddisfatto.
Cosa trovi interessante nella scena newyorkese attuale? Immagino che una scena Downtown vivace non ci sia più.…
Ci sono molti musicisti di talento ma non c’è più da anni una Downtown Scene vitale e imprevedibile sul piano creativo.
E’ molto difficile trovare posti per questa musica nella Manhattan di oggi, i posti migliori come l’Issue Project Room sono a Brooklyn, ed anche il Roulette sta per andare là! Oggi le cose interessanti accadono a Brooklyn e al Queens. Una scena ha bisogno di punti focali, luoghi in cui la gente si incontra, ascolta e guarda, beve, stringe relazioni, orienta se stessa e gli altri: niente di tutto questo sta accadendo oggi a Manhattan. Mi sembra che oggi che non ci si spinga a trovare nuovi modi per fare musica, non si tenti di aumentare ed arricchire il proprio vocabolario. La maggior parte della musica mi sembra vecchia, mi sembra ripercorra sentieri già ampiamente battuti. Direi che si “reinventa la ruota”….
Viaggi molto, e recentemente sei stato varie volte in Asia. Pensi che lì ci sia una maggiore attenzione alla tua musica? Che atteggiamento ha il pubblico?
Sono andato in Giappone per anni e più recentemente tre volte in Cina per suonare.
Il pubblico giapponese è molto serio ed attento ma non sono sicuro che stia crescendo l’attenzione per musica più estrema. E’ comunque un pubblico molto fedele e segue il tuo lavoro con grande attenzione.
In Cina c’è un senso di esplorazione diffuso, e alcuni eccellenti musicisti hanno un piede nella musica cinese tradizionale cinese, folk e classica, e un piede nell’avanguardia. E’ stato un piacere suonare là, da festivals e musei fino a gallerie e piccoli clubs.
Ci piacerebbe sapere qualcosa sulla performance al Festival Metamorphose in Giappone, ad inizio Settembre 2010, di “Inventions for electric guitar”, il progetto di Manuel Gottsching, chitarrista fondatore degli Ash Ra Temple, che hai eseguito con lui, Steve Hillage (Gong) e Zhang Shouwang, fondatore del movimento musicale “No Beijing”…
Conosco Manuel da anni e la sua musica da ancora più tempo. Siamo diventati amici e mi ha fatto piacere essere invitato a suonare nel suo progetto “Inventions” con Hillage e Shouwang, che ho presentato io stesso a Manuel.
La musica è molto divertente da suonare, e la sintonia tra noi era eccellente mentre suonavamo.
Il Festival ha sempre sostenuto il lavoro di Manuel, così è stato naturale per loro prenderci con sé.
Si parla di portare il progetto anche in Europa ma non c’è ancora niente di concreto,
Su cosa stai lavorando ora ?
Ho recentemente composto per un doppio quartetto d’archi, il lavoro si intitola ”Occam’s razor” ed è stato commissionato dall’Issue Project Room dove il 4 e il 5 marzo abbiamo festeggiato il mio 60esimo compleanno con molti amici: ma sono ancora un 17enne nella mia testa ! Il JACK Quartet e il Sirius Quartet sono stati gli esecutori, e mi sono emozionato ad ascoltarli, mentre Butch Morrs ha condotto anche l‘Orchestra Carbon in “Flexagons”.
L’opera “About Us!” è stata un lavoro assai impegnativo ma di grande soddisfazione. Mi ha gratificato l’essere stato capace di mostrare certe idee che avevo su come poter relazionare musica e teatro anche con cantanti ed attori amatoriali e con possibilità limitate, sebbene di ottimo livello. La Bayerische Rundfunk ha preparato un documentario in tre puntate sull’opera che sarà trasmesso nei prossimi mesi.
Spero che questo apra porte in Europa per poter presentare “Biribon” e realizzare “Substance”, l’opera su Spinoza..
I Terraplane hanno suonato l’estate scorsa in due Festival in Europa ma sono inattivi da allora. Sto iniziando a scrivere un nuovo set di brani per il gruppo che spero di registrare in estate per pubblicarli a gennaio 2012 su Yellowbird-Enja.
E poi c’è il tuo ultimo disco, appena uscito, “Abstraction Distraction”….
"Abstraction Distraction" continua il mio lavoro sull’incontro tra sonorità aperte e musica dance elettronica,
lavoro che ho iniziato con il progetto “Virtual stance” nel 1986 e che addirittura rimanda al 1978, a “Human Error”, il lavoro in duo con Jim Whittemore, al synth.
Il discorso sui grooves è iniziato con brevi samples di tracce di batteria prese da diverse mie produzioni: dai Terraplane, dai Carbon, da vari cantanti.
Le tracce di batteria sono state processate usando sia hardware sia software e quindi editate per creare una struttura coerente. Dopo avere dato alla traccia ritmica una forma di mio gusto, ho preparato il mio studio per registrare una session live, improvvisando al sax soprano ed al tenore come fosse stata una registrazione di jazz.
I fiati sono stati registrati con un microfono e con un microfono clip on, attraverso effetti a pedale che ho potuto manipolare in diretta suonando. Ho voluto la spontaneità dei fiati per bilanciare la costruzione formale e i rigidi ritmi elettronici delle tracce percussive.
Hai in programma di venire a suonare in Europa nei primi mesi del 2011 ?
Sono stato in Europa per un breve tour ad inizio febbraio con concerti a Londra, Zurigo, Biel, Colonia, Berlino, Rotterdam, Reutlingen e Stoccarda, ma sfortunatamente non in Italia. Ci sono piani per diversi concerti in Europa in primavera ed estate, ma niente di definitivo ancora. Ci sarà una rassegna sul mio lavoro a Vienna a Novembre con il Kohene Quartet, Studio Dan e altri musicisti.
Recentemente hai pubblicato un disco con Boris Savoldelli un cantante italiano: come è nato questo progetto? Pensi possa avere un seguito ?
Tutto è iniziato quando ho suonato a Milano e Boris mi ha fatto avere un suo Cd. Mi è piaciuto molto e glielo ho detto. Mi ha chiesto se potevamo fare qualcosa insieme e lo abbiamo fatto: un concerto con registrazione live più una registrazione nel mio studio.
Siamo stati entrambi soddisfatti del risultato, ed è possibile che si faccia altro insieme, è solo una questione di tempo e condizioni.
Un regista indipendente, Bert Shapiro, ha recentemente pubblicato “Doing the don’t”, un film a te dedicato..
Bert ha assistito a un mio concerto nel 1998 e da allora ha pensato a fare questo film. Lui è un documentarista e sceglie i suoi soggetti tra una gamma ampia di persone ed attività. Sono stato molto onorato che volesse fare questo progetto, ed abbiamo iniziato a parlarne nel 2005. Una volta stabilita la strategia, ha iniziato a filmarmi “in action”, e ad intervistarmi. Mi ha anche dato una cinepresa da portare in tour e io ho provato a filmare e registrare diversi momenti, per catturarli. Il feedback per il film è stato molto positivo, e mi fa davvero piacere che le persone sembrino apprezzare la scoperta che anche io sono un essere umano alla fin fine !
Beh, direi che oltre che un essere umano ormai sei un buon padre di famiglia…
La nascita delle nostre gemelle Kai e Lila nel 2005, non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, ha cambiato profondamente la mia vita. La paragonerei ad una finestra che si apre su un luogo che nemmeno immaginavi potesse esistere.
L’amore che ne deriva, infinito e indiscutibile, influenza la mia musica sebbene io non riesca a misurarlo.
Ma mi rendo conto che la loro nascita mi ha permesso di sentirmi come fossi all’inizio di un nuovo capitolo, una nuova fase, è come essere in uno stato di ispirazione continua… Questo, soprattutto perché io avevo 54 anni quando sono nate le gemelle, e a marzo 2011 ho compiuto 60 anni. Ma l’età anagrafica non è importante, ciò che conta è come ti senti dentro di te!
Bert Shapiro è un cineasta indipendente, nato a Londra negli anni ’20 e spostatosi in Usa negli anni ’60. Dopo 30 anni di esperienza in campo editoriale, ha fondato la sua casa di produzione cinematografica, Pheasants Eye (http://www.pheasantseye.com), per la quale ha recentemente girato la serie “Eye and Hand- short films about real people” e la serie “Contemporary Artists” . Nel 2008 ha girato “Doing the don’t”, un film dedicato ad Elliott Sharp, e ad Aprile 2011 presenterà al Lee Strasberg Theatre di NYC la prima di “Speaking for myself”, suo nuovo lavoro la cui colonna sonora è scritta da Sharp. Intervista a Bert Shapiro
Cosa ti piace della musica di Sharp ?
Sono attratto dalla musica di Elliott per via della sua imprevedibilità, dell’originalità e della sua forza provocatoria. E poi, ed è un’altra cosa molto importante, non assomiglia a niente altro.
E’ un artista unico, appartiene solo al suo mondo. E’ appassionato del suo lavoro, incredibilmente prolifico ed aperto ad influenze da altri artisti e dal mondo contemporaneo.
Cosa ti ha attratto al punto da decidere di girare un film su di lui ?
Conosco la musica di Elliott da molti anni e lo seguo in quanto uno dei pochi superstiti della “Downtown Music Scene”. Quando abbiamo iniziato a parlare sono rimasto intrigato dal suo background come attivista politico, dal suo grande interesse per la scienza e la matematica, e dal suo passaggio alla musica, che ha modificato la sua vita. Trovo che la tenacia, la determinazione che dimostra nel perseguire il suo proprio suono, nonostante la medicorità generalizzata del mercato musicale, sia davvero appassionata, coraggiosa, impraticabile e per certi versi anche irragionevole. La fiducia che ha nel suo talento è ammirevole, ma pensi che questo basti per convincere gli altri? Mi ha interessato anche restituire una dimensione più umana ad un musicista di avanguardia a volte discusso. So che Elliott una volta ha descritto un brano che stava componendo come qualcosa che fa scappare la gente, fa svuotare una stanza ! Mi sembrava il caso di raccontare questa storia.
Qualcosa di politico è comunque rimasto…
Si. Ad esempio “Em/Pyre”, il lavoro per la Biennale di Venezia, e l’opera per ragazzi “About Us!” sono lavori politici, come anche “Katrina Blues” cantata da Tracie Morris con i Terraplane.
Trovo strepitoso il titolo del tuo film ,“Doing the don’t”…
Il senso indica proprio l’andare in direzione contraria ad un avviso, un ordine che impone di non fare qualcosa…
In genere ami lavorare senza uno storyboard di riferimento, senza un piano di azione preciso, così da lasciare spazio all’improvvisazione. Come ti sei regolato in “Doing the Don’t” ?
Il primo passo è stato ascoltare la sua musica. Poi ancora più importante è stato intervistare sua moglie, altri musicisti, i suoi amici. Attraverso queste interviste mi è stato possibile raccogliere i tasselli del puzzle, ma la fotografia complessiva non è diventata chiara finchè non ho iniziato a filmare Elliott mentre suonava e dirigeva, ed osservando la sua interazione musicale dal vivo. Inoltre ho iniziato anche ad essere più consapevole della reputazione di cui gode a livello internazionale, che supera di gran lunga quanto gli viene riconosciuto in USA.
Raccontaci qualcosa su come è stato girato il film…
Ho potuto filmare Elliott solo di corsa ed all’ultimo minuto.
Il più delle volte venivo a conoscenza di un concerto uno o due giorni prima dell’evento, a volte senza molte informazioni su cosa avrebbe suonato, e sempre in luoghi in cui mai avevo filmato prima.
Poche volte ho avuto il tempo di portare una seconda telecamera o una persona per l’audio. Il più delle volte sono stati casuali anche i permessi per filmare nel locale e le liberatorie dagli altri musicisti. Seguendolo, mi sono reso conto del rapporto di fiducia che si instaura tra Elliott, i suoi musicisti e lo stesso management del locale, per cui non c’è mai stato un problema. Ma, sul piano tecnico, le condizioni di luce e di audio sono state spesso imperfette. La maggior parte dei filmati è stata girata nell’area di New York.
Nel film c’è un filmato storico del 1987 con l’Orchestra Carbon, lo hai poi filmato in un rock club di Pechino mentre improvvisa con musicisti classici cinesi. E le scene in Italia alla Biennale del 2007 ?
Nel periodo in cui stavo girando, ad Elliott è stata commissionato un lavoro per voce ed orchestra per la Biennale di Venezia, dal titolo “Em/Pyre”.
Avevo pianificato di filmarne le prove e l’evento stesso, ma all’ultimo momento non mi è stato possibile fare il viaggio. Così un cameraman a Venezia ha ripreso la rappresentazione con una sola telecamera. E’ stato poi difficile lavorarci sopra e c’è voluto un sacco di tempo per migliorare la qualità del risultato. Fortunatamente ho recuperato una registrazione audio.
Cosa hai raccolto dai suoi musicisti?
Parlando con chi era in tour con lui, spesso mi hanno raccontato di quanto si preoccupi per il loro benessere durante il periodo di viaggi. Ho anche imparato che i musicisti che lavorano con lui in uno specifico ambito o genere musicale spesso non sanno nulla del suo lavoro in altri contesti. Ad esempio, un batterista che suona nei jazz club con i Terraplane era meravigliato di sentire che Elliott lavora ad un’opera e scrive musica per piccoli ensemble di archi, e nemmeno aveva mai sentito nominare l’Orchestra Carbon.
Che relazione si è instaurata tra voi durante le riprese?
Dopo che ci siamo accordati sul fare il film non c’è più stata nessuna discussione su come girarlo o editarlo.
E’ una caratteristica di Elliott che, dopo aver deciso di lavorare con una persona, procede sulla base della fiducia reciproca.
Filmare sempre “on the run” comporta inevitabilmente molte sorprese. In quei momenti Elliott non si è mai distratto o sconcertato, ma semplicemente ha lasciato a me la gestione delle situazioni.
La collaborazione tra di voi sta continuando…
Si, sta andando avanti. Dopo “Doing the don’t” ho coinvolto Elliott anche in “Speaking for myself”, documentario sul cuore creativo di Manhattan, visto attraverso le storie di otto artisti. Uno di loro è Elliott Sharp, che cura anche la colonna sonora. Ho poi del nuovo materiale sull’opera commissionata in Germania, “About us!” e penso di includerla come bonus nel DVD di “Speaking for myself”.
Boris Savoldelli, classe 1970, è un performer vocale italiano meritevole di grande attenzione. Partito da studi classici, ha cantato musica rock e si è spostato verso il jazz, grazie all’amicizia con il cantante Mark Murphy. Dopo aver pubblicato il disco “Insanology” (2007), che vede ospite Marc Ribot ed ha ottenuto riconoscimenti importanti dalla critica jazz internazionale, nel 2009 ha pubblicato “Protoplasmic” in duo con Elliott Sharp per la label newyorkese Moonjune. A marzo 2011 è in uscita il suo ultimo lavoro, “Biocosmopolitan”, sempre per Moonjune.
Intervista a Boris Savoldelli
Cosa ti piace della musica di Sharp ?
Elliott è da anni uno dei miei musicisti preferiti. Sono entrato in contatto con la sua musica parecchi anni fa durante uno dei miei primi viaggi a NY. Lì, per la precisione allo storico negozio di dischi Downtown Music Gallery, parlando con uno dei due proprietari, Bruce Lee Gallanther, e chiedendogli un "consiglio" su nomi di spicco della scena underground newyorkese, mi sono trovato ad acquistare un pò di cd dei Terraplane e ne sono rimasto letteralmente folgorato.
Incredibile la capacità dell'ensemble di unire tradizione blues ed avanguardia, davvero un ascolto interessantissimo.
Col tempo, poi, sono entrato in contatto con Tectonics, un lavoro di Elliott che amo particolarmente.
Di Elliott apprezzo l'assoluta personalità, sia come chitarrista che come sassofonista che come compositore.
Adoro la sua capacità di unire tradizione ed avanguardia in modo totalmente originale, è un musicista che stimo ed apprezzo proprio perchè è un profondo conoscitore della tradizione musicale ma è in grado di porsi in un'ottica assolutamente avanguardista ed originale!
Cosa ti ha attratto fino al punto di fare un disco insieme?
Quando l'ho conosciuto di persona al termine di un suo concerto con i Terraplane a Milano gli ho dato una copia del mio disco “Insanology”, un lavoro di solo voce con Marc Ribot ospite. Lui mi ha ringraziato dicendomi che aveva sentito parlare bene di me da Marc, e di lì a qualche settimana mi ha scritto dicendomi di apprezzare veramente molto il mio modo di scrivere e cantare.
Siamo rimasti in contatto e, dopo che sono stato invitato da John Zorn ad esibirmi al The Stone di New York ho chiamato Elliott e gli ho proposto di fare il concerto insieme. Lui ha accettato di buon grado e, nel decidere le prove per il concerto abbiamo scelto di registrare l'intera session presso il suo studio a NY. Circa 6 ore di materiale sonoro da cui abbiamo tratto il cd “Protoplasmic” . Pensa che abbiamo anche la registrazione del concerto che è di grande qualità, prima o poi mi sa che la pubblicheremo..
Ribadisco che è stato un vero onore per me poter condividere un cd insieme ad uno dei musicisti che più stimo del panorama contemporaneo.
Ti capisco perfettamente! Parlaci di “Protoplasmic”, cosa pensi del risultato finale che avete ottenuto ?
Credo che sia, senza false modestie, veramente un bell'album. E’ sicuramente un prodotto molto difficile, in cui l'ascoltatore viene messo a dura prova, ma le soluzioni timbriche, armoniche e ritmiche che abbiamo ottenuto sono senz'altro molto stimolanti. Registrare con Elliott è stato davvero emozionante, così come suonarci live al The Stone. E' un musicista di grandissima qualità, in grado di riversare su chi suona con lui un gran numero di stimoli.
“Protoplasmic” mi pare sia un bell'esempio di questi stimoli, dato che ci sono momenti più onirici e psichedelici e momenti di vera furia sonora!! E considera che ciò che senti è la fotografia della registrazione senza alcun tipo di overdub!
Dal punto di vista del processo di lavoro, come hai affrontato questa esperienza e cosa pensi di avere imparato?
Vado con ordine: non mi sono preparato in alcun modo particolare, ho invece cercato, sin dai primi secondi della session di registrazione, di stare molto attento a ciò che stava accadendo, di sfruttare il più possibile l'interplay e la possibilità di confrontarmi direttamente con un mostro sacro dell'avanguardia contemporanea. Ho cercato di godermi il momento il più possibile! Ho trovato, sin da subito, una grande sintonia d'intenti tra di noi. Del resto “Protoplasmic” nasce dalla voglia di collaborazione tra noi due, non è certo una scelta commerciale o un obbligo di nessuno.
Non ho dovuto modificare nulla del mio solito approccio alla musica improvvisata, diciamo piuttosto che è stato molto emozionante potermi confrontare con un musicista di cui ho profonda stima e che ha fatto la storia della musica d'avanguardia. E' stato per me un grande onore!
Ho imparato davvero molto da quest'esperienza. Devo dire che prima di entrare in studio ero timoroso di non riuscire a sfruttare al massimo quest'opportunità , e invece, riascoltando il materiale (dal quale avremmo potuto trarre almeno 3 album), sono rimasto molto soddisfatto della performance: quando si ha la possibilità di collaborare con simili artisti se ne trae sempre grande ispirazione!
E in futuro, ci fosse ancora l’occasione, cosa ti piacerebbe fare con lui ?
Mi piacerebbe molto collaborare ancora con Elliott magari su un progetto meno free e più codificato, magari con l'aggiunta di altri musicisti nell'ensemble, tipo una batteria e un basso, o un fiato. Cose simili, ma sempre un progetto "spericolato".
Dal punto di vista relazionale, che rapporto si è instaurato tra voi durante il lavoro ?
Un rapporto ottimo direi. Sai, Elliott Sharp non è solo uno straordinario musicista, è anche una persona molto, molto gradevole! Io mi sono avvicinato a lui con il giusto "timor reverentialis". Si trattava pur sempre di un cantante giovane, in crescita ma certamente non famoso come lui.
Lui è stato di una squisitezza unica, facendomi capire che, in quel momento, non contava nulla chi dei due fosse più famoso e avesse più dischi all'attivo, la cosa importante era trovare la giusta sintonia, il giusto feeling per riuscire a dare il massimo e registrare qualcosa che valesse la pena di stampare. E direi proprio che ci siamo riusciti: dopo pochi minuti ho smesso ogni forma di timidezza e mi sono trovato a mio agio come se avessimo suonato insieme da anni, davvero un'esperienza arricchente!
Tu hai lavorato anche con Marc Ribot, per cui è inevitabile chiederti un confronto, non su persone o capacità tecniche, ma sui metodi di lavoro e gli approcci che hai riscontrato in questi due grandi musicisti...
Beh, senza ombra di dubbio anche Marc Ribot è un grandissimo, ma il lavoro con i due è però stato molto diverso. Ribot, infatti, ha lavorato sui due brani di “Insanology” in un secondo momento. Le canzoni erano state scritte totalmente da me ed arrangiate pensando anche a lui. Il grande lavoro di Marc è stato capire perfettamente qual'era la mia intenzione ed inserisi in modo esemplare. Mi ha lasciato totale libertà sia nel missaggio finale che nell'editing delle sue parti (io, ovviamente, ho voluto che lui mi dicesse il suo sincero parere alla fine del lavoro, e lui ha concordato su tutto). Anche lavorare con lui è stato un grandissimo onore. Il lavoro con Elliott, invece, lo potrei definire più intimo visto che abbiamo condiviso il medesimo palco del The Stone e abbiamo fatto nascere insieme il disco. Poter collaborare con questi due grandissimi è stato un vero e proprio onore.....a dream comes true!!