Le classifiche 2011 di Mescalina.it

Le classifiche 2011 di Mescalina.it

Editoriale 2011

06/02/2012  |  di Gianni Zuretti e Ambrosia J. S. Imbornone Share on Facebook



Editoriale  2011

di Gianni Zuretti

Come ogni anno ci si interroga sul senso delle classifiche e come sempre si cercano risposte che riescano a coniugare il nostro desiderio di astenerci dal farle, magari per sostituire una fredda e discutibile graduatoria con una più semplice e diretta segnalazione delle cose dell’anno che sarebbe opportuno non perdere o comunque ascoltare, dicevamo della necessità di coniugare questa posizione, sempre più incombente, con il piacere da parte degli artisti di vedersi citati (salvo arrabbiarsi per non esserlo stati) ma anche con la curiosità del pubblico nel verificare se la top list personale è stata in larga parte condivisa con la critica oppure se presenta discordanze o evidenzia carenze da colmare. Non avendo risposta al quesito eccoci a presentare questi risultati globali con un ordine che rispecchia rigorosamente il voto della redazione e dei collaboratori e comunque limitato a cinque preferenze nell’ambito di ogni sezione.
Dalla classifica emergono da un lato affermazioni abbastanza scontate come The Decemberists, che hanno sbaragliato il campo nella sezione Americana e così pure Wilco che sono secondi per una corta incollatura, ma anche citazioni forse inaspettate come la netta affermazione di P.J. Harvey nel rock Internazionale e di Giorgio Canali & Rossofuoco tra gli Italiani. Sorprendente il secondo posto degli splendidi A Toys Orchestra, una band italianissima che potrebbe tranquillamente ben figurare nell’internazionale. Da segnalare in ambito World Folk il consenso ottenuto dalle donne, analizzato da Ambrosia nel suo “editoriale rosa”, ma anche il sorprendente africano Tuareg Bombino, e gli eleganti e colti Rapsodija Trio  di Maurizio Dehò. Nella sezione Jazz Blues Black era difficile non ipotizzare il successo del duo delle meraviglie Clapton-Marsalis, con un patinato ma efficace live blues molto mainstream, doveroso anche segnalare anche Matt Schofield, che è avviato ad avere un ruolo tra i giovani chitarristi bianchi e l’inossidabile Fabrizio Poggi con il suo splendido film live in Texas. Tra gli Emergenti i collaboratori hanno premiato il muro del suono, la rabbia e l’impegno dei Ultimo Attuale Corpo Sonoro, ma anche le donne Carlot-ta e Iotatola (leggete Ambrosia) e Mojo Filter, per il loro apprezzabile mood, incrocio tra Rolling Stones, Creedence e la musica dei ’70. Due parole infine per la nuova sezione Derive, è stata la scommessa vinta da Mescalina, ha ottenuto un alto gradimento tra i lettori per un genere (avanguardia, elettronica, che ci conforta e invita il nostro trio d’attacco (Rossi, Ronchetti, Galasi) ad insistere per crescere ulteriormente. Le loro scelte hanno sentenziato che il meglio è stato espresso dai dischi di: Islak Kopek & Alban Lotz, Colin Stetson e Wilhelm Mathhies. Al prossimo anno, probabilmente con gli stessi dubbi, magari anche no...

2011 al femminile: prendila te quella col cervello…

di Ambrosia J. S. Imbornone

Proprio nell’anno del Se non ora quando?, monito della società civile contro la promozione beffarda e squallida di un modello maschilista di donna, degradato e degradante per tutti, casualmente (al di là di qualunque classifica rosa che poco senso avrebbe se si crede nella parità dei sessi) sono state molte le donne che hanno portato alta la bandiera della musica. Dimostrando una volta in più di non essere “sedute sulla loro fortuna”, ma di avere un mondo di cristallo, velluto e ferro da mostrare e rivendicare. Si tratta di “donne con le gonne”, come cantava il Professore, ma grazie a Dio, anche con talento e cervello. Ad inaugurare l’anno due rivelazioni, da un lato il fenomeno più mainstream del suadente soul pop di Adele e della sua bellezza fuori dalle misure da Mtv, dall’altro la passionalità densa, elegante e notturna di Anna Calvi. A scolpirlo l’ennesima prova eccelsa di P. J. Harvey e del suo fascino altro, delicato, lirico e nervoso, in canzoni eteree e intime, ed insieme decadenti e scure.  Ad arricchire il 2011 di colori carezzevoli la disarmante, disadorna bellezza del folk minimale di Gillian Welch e della sua voce avvolgente in un disco notevole che ci riporta alle radici più profonde della musica americana, la grazia lieve, morbida e crepuscolare del quintetto delle sorelle Unthank (The Unthanks) e ancora la classe decisa e seducente di Annie Erin Clark, alias St. Vincent, e del suo baroque pop. Anche l’Italia in rosa che ha provato a scacciare il paternalismo da maschio protettivo/protettore si è più che ben difesa in musica con l’incanto sinuoso della voce maliosa di Patrizia Laquidara, ricca di saudade anche in versione altovicentina in un progetto di grande pregio, con il nuovo capitolo sperimentale, tagliente e scabro dell’antidiva Nada e l’ultimo lavoro, intenso, indignato e rigoroso della pasionaria Teresa De Sio. Tra le nuove leve largo all’estro già maturo e raffinato della giovanissima Carlot-ta e ai brividi del suo piano, all’ironia di un duo con gli “attributi”, le Iotatola, tra echi pop vintage e chitarre rock, e alla poesia diafana e silvana che disegna a tinte pastello il piccolo mondo acustico di Lucia Manca. Sensibilità preziosa e volontà d’acciaio, queste donne, con un’urgenza troppo ricca e tesa di raccontare l’universo interiore ed esteriore per poter posare a mute bambole, sanno farsi ascoltare. E hanno dimostrato che aveva ragione il Mogol più kitsch della storia: anche nel 2011 “essere una donna / non vuol dire riempire solo una minigonna”. Checché ne pensi qualcuno.

 

Le classifiche 2011 di Mescalina.it per sezione



Americana

The Decemberists – The King Is Dead
Wilco – The Whole Love
Amos Lee – Mission Bell
Israel Nash Gripka – Barn Doors and Concrete Floors
Gillian Welch – The Harrow & The Harvest
The Black Keys – El Camino




Internazionale

P.J. Harvey – Let England Shake
Bon Iver – Bon Iver
Buffalo Tom – Skins
Foo Fighters – Wasting Light
The Walkabouts – Travel In Ten Dustland




Italiana

Giorgio Canali & Rossofuoco - Rojo
A Toys Orchestra – Midnight REvolution
Verdena – Wow
Vinicio Capossela – Marinai, profeti e balene
Dente – Io tra di noi




Jazz Blues Black

Eric Clapton /Wynton Marsalis – Play The blues Live
Matt Schofield – Anything But Time
Black Joe Lewis – Scandalous
Fabrizio Poggi & Chicken Mambo – Live in Texas
John Surman - Flashpoint: NDR Jazz Workshop – April 1969




Derive

Mark Lotz & Islak Kopek – Istanbul Inprov Sessions May 4th
Colin Stetson – New History Warfare Vol. 2: Judges
Wilhelm Matthias - River Foot Reality Rubs
Casasses & Comelade – N’ix
Orchestra Instabile Disaccordo – Live at Mikalsa vol. 1




World Folk

The Unthanks – Last
Patrizia Laquidara – Il canto dell’Anguana
Bombino – Agadez
Rapsodija Trio – Chant de Joie et de Regret
Teresa De Sio – Tutto cambia


Emergenti

Ultimo Attuale Corpo Sonoro – Io ricordo con rabbia
Carlot-ta – Make Me a Picture of The Sun
Iotatola – Divento viola
Mojo Filter – Mrs. Love Revolution
Lucia Manca – Lucia Manca


Note e pensieri di alcuni collaboratori sul 2011 in musica…

 

Pietro Cozzi:

Il re del 2011 sullo scaffale Americana è per me (ma sono in affollata compagnia) Israel Nash Gripka, dopo un avvincente testa con i Decemberists. E se suonasse in studio come dal vivo, sarebbe l'Imperatore. Gli Wilco sono ormai una sicurezza: non toccano il loro apice ma ci arrivano vicino. Con la loro malinconica e vagabonda One Sunday Morning riescono a farti innamorare di un brano da dodici minuti e nove secondi... Poi tanto godimento blues con il solido Gregg Allman, il furbissimo Clapton, impacchettato in confezione deluxe insieme alla band diWynton Marsalis, e il virgulto Damon Fowler, che ha un futuro davanti. Sul versante mainstream, rock quasi in purezza quello dei Foo Fighters, a un passo dalla categoria “grandi classici”: basterebbe solo un filo meno di rumore. Ma forse è soprattutto l'anno dell'addio ai Rem, che escono di scena senza troppo clamore, da popstar controvoglia come sono sempre stati. GoodbyeShiny Happy People

Enza Ferrara:

Fare una classifica dei migliori album del 2011 è alquanto complicato. Bisognerebbe valutare e valutare duemila cose. Io sarò meno tecnica e più diretta e mi limiterò a descrivere ciò che è stato per me il 2011 discografico. E’ certo che è stato un anno discografico intenso, tra album emergenti, italiani ed internazionali. Tante uscite interessanti, come Black rainbow degli Aucan e tanti, ma tanti sul serio, nuovi nomi che stanno entrando nella scena con grande carattere: gli Ofeliadorme sono un esempio in questo senso, ma anche gli Jules Not Jude. Io tra di noiha confermato Dente come l’artista che incarna, più di tutti, il nuovo cantautorato: è sicuramente un ottimo disco ed è, soprattutto, orecchiabile, anche se devo dire che Dente ne ha fatti di dischi migliori! Una conferma sono stati, con ogni certezza, i BSBE e infine, per chiudere il “trattato” e le riflessioni di “fine anno”, segnalo per la sezione Rock internazionale due album, Call It Blazing degli A Classic Educatione l’album omonimo di Bon Iver. In realtà ci sarebbero altri nomi ed altri album da aggiungere, ma questa è semplicemente una classifica di fine anno...


Gian Paolo Galasi:

Scrivere di linee di tendenza nel mercato discografico del 2011 è sconsolante e impossibile ormai. Il mercato discografico è scoppiato da anni, e le autoproduzioni, i cdr, le cassette, dischi che finiscono solo in rete e non avranno mai un supporto fisico, o rigorosamente in tiratura limitata (ma come lo sono tutte) sono quanto ci spetta. E se in materia di soundart, elettronica di confine e avanguardie quello che impera è il design nella confezione, con un gioco spaesante al massacro (stando alla superficie) tra feticismo e sua negazione per via della sobrietà, ciò che può dare certezze, ancora una volta, è solo lo scavo e l’accumulo di esperienza.

Quel che è certo, oltre all’evergreen mercato delle ristampe costantemente in espansione (e c’era chi lo preconizzava già dieci anni fa), è che ora non può più esistere una mappatura lineare, una storia ‘maggiore’ neanche nel mondo ‘alternativo’ – ma quale poi, ora che non c’è più un mainstream? Per l’appassionato di musica questo significa una grandissima libertà di scelta, e per chi scrive di musica un bisogno di rigore e di costruirsi linee direttive nel giudizio che mai come ora sono fondamentali. Se regno del soggettivo deve ormai essere insomma, che si sia soggetti sul serio. Onore e gloria allo scoppio della bolla, quindi. E a mai più rivederci.


Claudio Giuliani:

Redigere un commento su quello che l’anno trascorso ha rappresentato, o quel che se ne è cavato fuori, per tutto quello che concerne la cultura musicale può essere un’avventura o il sermone alla funzione dei convertiti; è evidente che la spinta energetica che un certo modo di intendere il coltivare musica non ha in sé, oggi, il fervore che ha caratterizzato la controcultura di massa degli anni sessanta/settanta. La nostra società edonistica ha trangugiato e digerito quelle energie e quei bisogni per protendere poi i suoi tentacoli ed indirizzarci verso urgenze inutili: la conseguenza di ciò è che l’arte dei suoni e ciò che essa rappresenta è stata sbrindellata come una qualsiasi merce di consumo.
Qualcuno recita che il rock sia morto, tuttavia una minoranza con propri modelli culturali di riferimento non cede il passo (quasi fosse mandataria di una missione di evangelizzazione biblica) al marketing e al pressing della scuderia dei ronzini dell’industria commerciale e al suo cuore mercantile e continua a comprare/ascoltare dischi, ad andare ai concerti, a leggere ed informarsi. Opponendosi alla superficialità patinata e al consumismo marcio. Con una coscienza viva e critica che tiene duro prendendo posizione nei confronti dell’ideologia dell’affarismo e del trituramento sociale perpetrato dalla finanza corporativa.
Si può dire che quello che io e una comunità minoritaria di “resistenti” cerchiamo in una canzone è l’esperienza e l’emozione della vita reale, l’onestà come base comune, una forma di autenticità, non una simulazione.
Qualcosa che non dia la sensazione di artificiale, ma l’espressione di una identità.
Musica & canzoni che di solito non compaiono in televisione e non godono del supporto dei media, sappiamo che sono generate per essere forse un prodotto artistico di nicchia, ma con un cuore pulsante e una luminosità viva e questo non è poco. Allora cerchiamo di goderceli e fanculo tutto il resto!
La scelta di indicare un disco è come sempre soggettiva, incasellarli in una cornice è ancora più arduo: molti dei dischi che vorrei indicare sono per così dire “borderline”, i Wilco di The Whole Love dove li metto? nell’Americana? un pizzico sì, ma sono anche da posizionare nel cartellino Rock; il disco gronda poi di calde ventate pop, e allora? Discorso simile anche per il Ryan Adams di Ashes & Fire. Il Chris Isaak di Beyond the Sun dove lo sistemiamo? È revival? Americana o Rock’n’Roll?
I cd blues sono tanti: la mia scelta và alle contaminazioni raffinate di Marsalis-Clapton, gli altri sono tutti di un buon omogeneo livello, ci sono anche le ristampe: valgono come dischi blues dell’anno? non credo, perciò Marsalis-Clapton può bastare.
Mariachi El Bronx: il disco omonimo è il piacere assoluto, brutta copertina fuorviante (sembra quella di un rap), disco bellissimo.
Beh, l’Americana che naviga tra radici&folk&bluegrass&rock ecc. ci regala sempre tante belle cose e il rock? Il rock’n’roll non muore mai!!!!

Arianna Marsico:

Annus horribilis per tanti versi, il 2011 appena terminato si rivela meno avaro di buone notizie per il panorama musicale italiano. Dal fronte emergente arrivano voci in grado di affermarsi con un proprio stile, al di là del proprio background. Questa fame di personalità accomuna la new wave filosofica dei Redelnoir, il rock spumeggiante dei Damash, il calore dei Foja, il cantautorato angelico di Guido Maria Grillo, il lirismo dei Raffiora. Ma è anche bello vedere che chi è già affermato non si siede sugli allori. Dall’arca melvilliana di Vinicio Capossela, al power-reading di Enrico Brizzi&Yuguerra, alla poesia sbilenca di Dente fino al cinismo degli Zen Circus ce ne è a sufficienza per scrollarsi di dosso le nenie sanremesi. Il colpo di grazia alle facili rime melense arriva però da Re Giorgio (Canali) con una Carmagnola esplosiva e fantastica, la migliore risoluzione strategica possibile per il 2012.

Annalisa Pruiti Ciarello:

Un nuovo anno ci siamo lasciati alle spalle e con un briciolo di ritardo e di malinconia, Mescalina fa un resoconto dell'annata musicale appena trascorsa.
Archiviato il capitolo Sanremo, i nomi che riescono a guadagnarsi un posto più che dignitoso tra le uscite del 2011, sono quello di Mauro Ermanno Giovanardi e di Cesare Malfatti, che dopo il divorzio musicale hanno intrapreso carriere soliste, e riscosso buoni risultati.
C'è stato invece chi in questo 2011 non è riuscito a far parlare positivamente di sé, tradendo le aspettative del pubblico e dei fans (Marlene Kuntz).
Il 2011 è stato poi l’anno del ritorno dei Radiohead, ed anche in questo caso non si parla di larghi consensi: il pubblico spesso non vede di buon occhio le virate musicale verso nuove isole. Ma di certo i fedelissimi italiani non si perderanno i live che la band di Oxford ha riservato per loro la prossima estate, in più città dello stivale.

Il 2011 vede le uscite dei soliti nomi, che stento a ricordare, ma tra quelli cui vale la pena annoverare abbiamo: il ritorno di Dente e del suo cinico amore; Giorgio Canali e il suo passionale “rosso”; le delusione e il realismo di Dario Brunori... e poi c'è la Sicilia che canta e che conta (Cesare Basile, Marlowe, Iotatola, ecc.) e la nascita dell'Arsenale.
Molti gli esordienti talentuosi, nomi che il fedele pubblico imparerà ed altri che dovranno aspettare i primi mesi del 2012 per raccogliere i propri frutti.

L'Italia ha sempre molto da dire e da dare: c'è chi lo fa in maniera originale e chi ruba ai grandi padri della tradizione nostrana  per cantare il disagio e il precario. Tutto fa brodo nel calderone della buona musica.
Di certo il 2011 è stato un anno di svolta per molti, la crisi c'è e si “sente” ma se ci armiamo della giusta musica e di un paio di cuffie, passerà presto. C'è tanta carne al fuoco, affrettatevi!

Paolo Ronchetti:

Poco più di 300 i cd acquistati quest’anno, di cui 261 usciti in questo 2011.

Da notare: la doppia presenza delle Unthanks; l’assenza di Zorn in Derive (Interzone era del 2010); le due grandi produzioni di Beck per Stephen Malkmus e Thurston Moore; l’incredibile capacità di gestire il vuoto di James Blake; la maturità assoluta di Pj Harvey e l’esclusione a sorpresa di Anna Calvi.
Migliori brani dell’anno? Andrew Bird, Ohnono/Kiwembo da Tradi-Mods. Dondestand e You Are My Sister Now nella versione live delle Unthanks.
Da ricordare ancora: la voce unica di John Grant dal vivo.
I racconti della esibizione di St Vincent nelle parole degli amici (avevo venduto il biglietto perché a Londra).
La magnetica follia di Josh T. Pearson dal vivo: la sua voce e la sua chitarra acustica che risuonano bronzee e stordenti come le campane del giudizio universale
Ma nulla di tutto questo si avvicina al miracolo di New History Warfare Vol. 2: Judges di Colin Stetson, disco che ridisegna l’idea del Sax come strumento con un suono che scuote il corpo e l’anima dalle fondamenta.

Le classifiche 2011 di Mescalina.it



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