Attraverso Il Nero

Attraverso Il Nero

Salone degli Affreschi, Bari; inaugurazione, mostra e concerto di Claudio Simonetti

05/07/2012  |  di Ambrosia J. S. Imbornone



Il nero del lutto, della devozione, della seduzione, della donna più sobria ed elegante, ma anche della dominatrice dell’iconografia fetish, il nero delle tenebre più enigmatiche, angoscianti o conturbanti dell’horror: questi e molti altri i connotati del nero esplorati dalla mostra Attraverso il nero, organizzato da Vito Antonio Lerario e Luciano Lapadula, fondatori del Museo della Moda – Atelier 1900 di Bari e dalla event manager Raquel Agholor, nonché durante l’evento culturale accuratamente studiato per l’inaugurazione.

La molteplicità di forme, significati e stili incarnati dal colore nero negli abiti e negli accessori femminili ricercati con cura per l’allestimento non ha solo assunto un alone glamour, inevitabile grazie al gusto per la raffinatezza tipico dell’Atelier e alla visibile passione che ispira le loro performance, ma ha potuto avvalersi del doveroso, ma talora trascurato o sottovalutato spessore storico e culturale e risplendere così in un’affascinante testimonianza della sua evoluzione nei costumi, nell’iconografia artistica e musicale, nonché del suo ampio spettro di valenze simboliche ed interiori.

Nella conferenza d’apertura della mostra sono intervenuti infatti, oltre ai fondatori del Museo Atelier e alla curatrice dell’evento, anche Tony Di Corcia, direttore di Viveur.it, autore del libro Gianni/Versace: lo stilista dal cuore elegante, in procinto di pubblicare un secondo volume sullo stilista, e Claudia Attimonelli, docente di Art & Fashion e di Fashion & Communication al Polimoda fashion design marketing di Firenze e di Cinema, fotografia e televisione presso l’Università degli Studi di Bari, studiosa di sociosemiotica della musica, visual culture e fashion theories. Acme emozionale della serata è stato l’incantesimo cinematico della musica del maestro Claudio Simonetti, accompagnata da video-proiezioni di momenti live della sua lunga carriera e dalle immagini sinistre e torbide dei capolavori cinematografici di Dario Argento.

La mostra, ospitata dal lussuoso e storico Salone degli Affreschi del Palazzo dell’Ateneo di Bari ed aperta fino al 13 luglio dalle ore 10 alle ore 12:30 e dalle 15:30 alle 18:30, prende le mosse da velluti e sete dell’età vittoriana, restaurati da Monica Cannillo, per poi inoltrarsi nelle leggende gotiche sviluppatesi attorno all’abito della piccola Mary, ritratta dalla Cabinet Card del celebre fotografo C. Norris e morta per cause violente nel 1897, o nella finezza di dettagli di tulle, corallo, pizzi e fantasie damascate di vestiti da sera a cavallo tra fin de siècle e Belle Époque.

Prosegue con lo stile liberty che caratterizza anche una curiosa mantella indossata dalle prime emancipate donne al volante, e la “cascata di cristalli” di un ricercato abito che faceva parte del corredo di una ricca passeggera della prima classe del Titanic; Attraverso il Nero conduce ancora nel fascino senza tempo del teatro con i ricami in oro o in pizzo dei sontuosi abiti di scena o privati del soprano Mina Botrugno (1905-2004), per poi guidarci nella seduzione delle trasparenze in pizzo chantilly o trapunte di paillettes e perline di abiti in stile déco tipici delle prime vamp degli anni ’20.

Dopo il pizzo valencienne di un prezioso abito di Jean Patou, stilista anche della diva del cinema muto Louise Brooks, ecco altri dei mille volti del nero, quello austero e castigato di un vestito anni ’30 della comunità degli Amish, o quello ruvido delle divise ginniche degli anni ’40; poi è tempo di smarrirsi nell’incanto romantico di pizzo macramè e tulle di seta di un lungo, vaporoso, spettacolare abito da sera dell’epoca, in stile New Look, o negli ammalianti drappeggi di un abito più attillato da femme fatale. Ancora ci si perde nelle atmosfere cinematografiche evocate da un little black dress firmato dall’attrice Gloria Swanson o nella classe e nell’avvolgente sensualità dei capi minimali dello storico atelier delle Sorelle Fontana disegnati tra anni ’50 e ’60. I tubini traghettano verso lo stile aggressive & chic di uno scollato abito Yves Saint Laurent degli anni ’70, con seducenti ruches nere, ma ben presto si torna a un disegno geometrico, a metà strada tra geisha e indipendente dark lady, con un sofisticato vestito firmato Mila Schön del ’77 e tra i contrasti di colore con il tipico rosso Valentino. Infine, ecco la donna padrona del suo corpo e di quello maschile, stretta in guaine di pvc, tra lacci e stecche in un raffinatissimo, aderentissimo, provocante abito di Jean Paul Gaultier del 1995.

La mostra comprende anche scarpe ed accessori neri della collezione dell’Atelier 1900, dallo stivaletto vittoriano con stringhe (1895) a tacchi a spillo e décolleté in seta, passando attraverso velluti e cinturini dorati, da corsetti e guepiére da pin-up in pizzo e satin a quelli in pelle da punk-lady del 1977, dal body fetish con scollo a cuore e maliziosa zip dal punto vita in giù (1982) alla ricercata e seducente trama di pizzo macramè di un bustier di Yves Saint Laurent (1991), dai guanti lunghi da vamp a cuffie, cloche e cappelli da sera.

L’intervento ricco di stimoli e spunti interessanti di Claudia Attimonelli, autrice tra l’altro di pubblicazioni come Underground Zone, Dandy, punk & beautiful people (con Antonella Giannone, 2011), Les couleurs du noir. Du dueil au fetish orgiastique, du blackness à l'uniforme (2011), Sigla Bondage, come ti lego e ti sospendo al video (2010) o Techno: ritmi afrofuturisti (2008), ha illustrato questi e altri slittamenti di significato e metamorfosi di forme attraversate dal nero, esaminando l’immagine maschile e femminile nel tempo, nella moda, nel cinema e nelle copertine dei dischi: il mourning dress, il classico abito del lutto, è diventato emblema di charme ed erotismo attraverso l’estetizzazione della morte nel decadentismo e il relativo topico fondersi e mescolarsi di eros e thanatos.

Ancora prima, durante l’Ottocento, d’altronde la letteratura gotica e del terrore, da Mary Shelley a Bram Stoker, aveva nutrito un immaginario collettivo che ha poi diffuso un’estetica noir anche nella pop culture. Profondi e diffusi lasciti si possono così riscontrare nell’immagine di molti musicisti: dopo l’apparizione dei primi teschi, ecco nei ‘70s il trucco mortuario e i netti e lugubri contrasti della copertina di Transformer di Lou Reed (1972), che in quella cover si definì come un Frankenstein del rock; la Attimonelli ha confrontato l’immagine con un advert vintage di Christian Dior.

Inevitabilmente vampiresca è la figura nera che campeggia sulla copertina di Bela Lugosi’s dead dei Bauhaus nel 1979 e raffigura proprio l’attore Bela Lugosi, il Dracula della pellicola di Tod Browning del 1931. Se il look di Siouxsie Sioux è stato paragonato dalla Attimonelli allo stile di alcuni modelli della Birds Collection di Alexander McQueen (1969-2010), un raffronto con il Nosferatu di Murnau (1922) ispira il look di Billy Corgan nel video di Ava Adore degli Smashing Pumpkins.

Nel frattempo negli anni ’70 moda e musica si erano congiunte in un connubio osmotico con la nascita del punk, il cui stile provocatorio fu dettato soprattutto dai Sex Pistols e dalle creazioni di Vivienne Westwood per loro. Se nel film The Stepford Wives (Una donna perfetta) di Frank Oz (2004), remake della pellicola del 1975 tratta dal romanzo di Ira Levin il nero era il colore della donna in carriera nevrotica e determinata, la musica ha sdoganato il nero del fetish negli anni ’80 con la giocosa Guesch Patti e il linguaggio audace della sua Étienne (1987) e l’ha consacrato tra i gemiti e il kamasutra provocatoriamente bisex di Madonna, icona BDSM soprattutto ai tempi di Erotica (1992). Erano lontani i tempi in cui il sadomasochismo si era caricato di valenze complesse e aveva scandalizzato i benpensanti nella rappresentazione simbolica, eppure violentemente concreta delle manipolazioni dei corpi di un potere pronto a farsi bio-potere nel controverso Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini (1975).

Il nero d’altronde è anche il colore del sacro, che la Attimonelli ha illustrato nell’opera Die Eremiten di Egon Schiele (1912), o di alcune divise, quale quella da autista presente nel video di The Chauffeur dei Duran Duran, omaggio all’estetica feticistica di Helmut Newton, ma soprattutto, nel ballo dell’autista donna, alla “danza dei sette veli” di Charlotte Rampling nel film Il portiere di notte di Liliana Cavani (1974), che in topless proponeva una versione sessualmente ambigua, trasgressiva e irridente delle uniformi delle SS.

Nero è anche il sailor fuku delle studentesse giapponesi, che è entrato nell’immaginario dell’hentai e ha ispirato tra fine anni Novanta e anni Zero le gothic lolite, oppure il look da motociclista con giubbotto (il chiodo) e pantaloni in pelle, che Freddie Mercury ha traslato in ambiente gay ai tempi dell’album The Game e del video di Crazy Little Thing Called Love (1980). Nero è anche il colore della formalità e dell’anonimato, che si indossa sul lavoro o quando si vuole diventare indistinguibili dalla folla.

Nel 2007 Amy Winehouse celebrava il funerale del suo cuore nel video in bianco e nero di Back To Black; nella musica, ad ogni modo, – ha sottolineato ancora la Attimonelli – una delle poche recenti tendenze in grado di compenetrare ascolti, stile e moda è stata quella emo, considerata da alcuni una sorta di subcultura.

L’eleganza, il fascino e altri valori estetici associati al colore nero indossato sulla pelle bianca sono passati nel tempo a connotare anche la pelle nera in sé: la Attimonelli ha ricordato la seduzione ironica di una Josephine Baker in gonnellino con banane, la figura di Michael Jackson e soprattutto le metamorfosi sensuali di Grace Jones, confrontate con varie immagini della moda, ad esempio con lo spot del profumo Coco l’esprit de Chanel con testimonial Vanessa Paradis.

Poi l’evento è diventato una pioggia di brividi tra i suoni lividi e travolgenti delle tastiere, dei sintetizzatori e del vocoder di Claudio Simonetti: si è partiti con il ritmo vivace e teso di Demon, dalla colonna sonora del film Dèmoni diretto da Lamberto Bava e prodotto da Dario Argento (1985), per poi immergersi nelle atmosfere delicate ed eteree del tema della colonna sonora di Opera (Dario Argento, 1987), che poi si gonfia sulle ali di un pathos magniloquente, poetico ed insieme drammatico, in uno dei vertici emozionali dell’esibizione e della stessa produzione di Simonetti e in un mirabile esempio di rock sinfonico che così ampie influenze ha avuto fino ad esempio ai Muse e alle loro suite.

Subito dopo tocca allo spettrale tema dei Goblin per il film Tenebre (Dario Argento, 1982), arricchito dal vocoder e oscillante tra progressive e space rock; ancora una volta, in una raffinata alternanza di mood differenti, calibrata grazie all’indiscutibile maestria di Simonetti, il ritmo rallenta con un brano che affonda nella storia famigliare del musicista e a cui pertanto è molto legato, lo struggente, raffinato ed emozionante tema dello sceneggiato fantascientifico Gamma (1975), composto dal padre Enrico Simonetti. Questa colonna sonora scalzò tra l’altro Profondo rosso dei Goblin dalla prima posizione delle classifiche italiane, mantenuta per il numero record di ben 15 settimane (complessivamente le settimane di permanenza nelle classifiche furono 52).

Poi è la volta della colonna sonora di Phenomena (Dario Argento, 1985), dapprima evanescente e poi vorticosa, nel risuonare frenetico del ritmo e delle note dell’organo; di lì ci si addentra sempre più nella storia della musica cinematica: ecco infatti il diafano ed inquietante riff di celesta nella sinistra Suspiria, dal film omonimo del 1977 (forse il più violento ed agghiacciante di Dario Argento, che trae ispirazione dal romanzo Suspiria De Profundis di Thomas de Quincey, 1845), e dall’omonimo terzo album dei Goblin. Dulcis in fundo, non poteva mancare proprio il tema principale di Profondo rosso (Dario Argento, 1975), dal primo disco del gruppo, con la celeberrima, tetra e impalpabile linea di minimoog e il suo magistrale, lugubre controcanto di organo e bassi, traduzione musicale immediata di una sensazione ineluttabile di terrore e paura.

Sulle note del maestro Simonetti, che di recente ha composto la colonna sonora del film Dracula 3D di Dario Argento, presentato all’ultimo Festival di Cannes, sono state presentate le prime esclusive creazioni sartoriali di haute couture della collezione di Vito Antonio Lerario, due abiti da sera lunghi in grado di coniugare raffinatezza, sobrietà e seduzione, grazie a tessuti morbidi, ma dal taglio aderente, a sottolineare ed esaltare giro seno e punto vita. Uno dei due capi presenta d’altronde un profondo, sensuale scollo posteriore e una coda che riporta ad atmosfere retrò e cinematografiche, perfettamente in linea ovviamente con il fascino notturno e vintage della mostra e le emozioni dell’evento.

Ci auguriamo tanti altri eventi targati Atelier 1900 e vi consigliamo di visitare la mostra!



Info e contatti:

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Attraverso Il Nero



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