04/11/2010 | di Andrea Rossi
Il mio mitra è un contrabbasso,
che ti spara sulla faccia
che ti spara sulla faccia
ciò che penso della vita
con il suono delle dita si combatte una battaglia
che ci porta sulle strade
della gente che sa amare
(Area, ´Gioia e Rivoluzione´, dall’album Crac, 1974)
IERI
Correva l’anno 1978, e ancora si pensava che il rock potesse cambiare il mondo, o forse solo qualcuno si ostinava a pensarlo, perché il grande sogno era già imploso.
Tra i più cocciuti, gli Henry Cow, straordinario gruppo avant prog che nel corso della sua esistenza (1968 -1978) avrebbe annoverato tra i propri membri, oltre agli storici Fred Frith, Tim Hodgkinson, Chris Cutler e Lindsay Cooper, numerosi nomi leggendari del ´rock sperimentale´ quali Dagmar Krause, Peter Blegvad, John Greaves ed altri.
In rotta con la Virgin e con le logiche profit oriented delle grandi etichette discografiche anglo americane,
a marzo ’78 i Cow organizzarono un concerto a Londra invitando alcune band europee di area ´progressive´ accomunate dalla voglia di sperimentare oltre i confini di genere e dal poco riscontro commerciale.
Al grido di "Five rock groups the record companies don’t want you to hear", di fronte ad un pubblico di 450 persone, furono parte dell’evento i nostri Stormy Six, gli svedesi Samla Mammas Manna, i belgi Univers Zero ed i francesi Etron Fou Leloublan, oltre agli stessi organizzatori.
Il Festival generò un certo scalpore ed attenzione, e le band decisero di continuare la loro lotta per una musica indipendente dando vita ad un collettivo (Rock in Opposition) che avrebbe dovuto sostenere il loro progetto.
L’attività di RIO continuò con un secondo festival al Teatro dell’Elfo a Milano nel 1979, e con altri due eventi in Belgio e Spagna, per poi chiudersi causa disaccordi interni.
Una storia breve, ma seminale perché definì un punto di riferimento relativo ad un approccio altro, di tipo cooperativo, nel produrre, distribuire e sostenere musiche marginali e ´uncompromised´, che poi sarebbe stato ripreso dalla logica punk del Do It Yourself.
Inoltre RIO disegnò i contorni, se non di un nuovo genere musicale, per lo meno di uno stile, di un’attitudine, che include cose assai diverse, difficili da inquadrare, ma genericamente allocabili nell’area art rock, avant prog, musiche sperimentali.
Un rock solidamente europeo come matrice di base, ostile a ogni compromesso commerciale, non timoroso di cimentarsi con brani strumentali, orientato più alle forme strutturate che non alla totale improvvisazione, ma aperto a flirtare con elementi di altri generi, dal free jazz alle musiche etniche, dall’elettronica alla musica contemporanea.
OGGI
Da allora sono passati tanti anni, le musiche oblique e non consolatrici continuano fortunatamente ad esistere, e la leggenda del RIO non muore, tanto che, a sorpresa, nel 2007 viene organizzato a Carmaux, in Francia, un Festival che si collega esplicitamente a ´quel´ progetto, senza però rifugiarsi nella celebrazione e nell’omaggio al passato.
L’idea viene a Michel Besset e Roger Trigaux, chitarrista belga leader di Present e Univers Zero, che rilanciano a livello mondiale la sfida del RIO chiamando a raccolta nomi di quegli anni (Magma, Faust, Peter Blegvad) ed epigoni più recenti (Guapo, Mats/Morgan).
Una seconda edizione nel 2009, con Charles Hayward (This Heat), The Muffins, Univers Zero e Kōenji Hyakkei , per arrivare alla terza edizione, tenutasi a Settembre 2010, sempre a Carmaux.
Il programma di quest’anno non ha del tutto convinto parte del pubblico accorso (circa 600 persone da tutta Europa), soprattutto a causa dei set di Gong, oramai un lontano ricordo del bel tempo che fu, e del Caspar Brötzmann Massaker, un power trio il cui sound selvaggio è basato su un rock’n’roll reinterpretato in chiave fortemente metal, loud & heavy, e su un uso massiccio del feedback.
Non sono piaciuti del tutto Genevieve Foccroulle, pianista classica che si è cimentata con un lungo brano di Anthony Braxton, gli Aquaserge, giovane band francese con l’ambizione di proporre un art rock psichedelico, condito da fiati, ispirazione Can e jazz ma dai risultati retrò , e l’Infernal Machina di Jannick Top, debole sul piano esecutivo e indebitamente supportata da voci e piano registrati.
Più interessanti i set di Thierry Zaboitzeff, one man band alle prese con alcuni brani dei suoi Art Zoyd, ed i Full Blast di Peter Brötzmann, sassofonista storico del free jazz europeo e padre di Caspar.
I momenti migliori li hanno regalati gli americani Sleepytime Gorilla Museum, che, dotati di grande presenza scenica e potenti nei suoni, hanno proposto la loro musica a cavallo tra prog, industrial, avant garde metal e melodramma rock.
Impeccabili anche i Miriodor, una vera macchina da guerra on stage, musicisti eccellenti, il cui unico limite sta proprio nell’essere totalmente concentrati sull’aspetto esecutivo senza concedere nulla alla relazione col pubblico ed alla presenza sul palco.
Buono lo show dei bielorussi Rational Diet, settetto elettro acustico di modern chamber music, capace di muoversi senza timori di sorta tra Bartòk, Stravinsky, Henry Cow e Zorn, tra divagazioni free e composizione strutturata.
L’evento dell’edizione era costituito però dal ritorno degli Art Bears, la band che raccolse l’eredità degli Henry Cow al loro scioglimento e che, in tre dischi pubblicati tra 1978 e 1980, esplorò la forma canzone e l’essenza della pop music da una prospettiva dark, colta e priva di velleità commerciali.
Il progetto presentato a RIO 2010, originariamente proposto al Festival International de Musique Actuelle de Victoriaville in Canada nel 2008, prevedeva una lettura contemporanea e per ensemble allargato del loro ´Songbook´ a 30 anni di distanza.
La line up schierava Fred Frith a basso, chitarre, piano e violino, Cutler al drumming e Dagmar Krause alla voce, coadiuvati da Zeena Parkins (piano), Carla Kihlstetd (violino), Kristin Slipp (voce) e The Norman Conquest (sound mixing e manipulation).
Gli Art Bears non sono stati perfetti, sono scivolati su un paio di false partenze, come inevitabile per una band che si riforma a tanti anni di distanza, e la stessa Dagmar Krause è apparsa in difficoltà sul palco, nervosa, disabituata al live, anche perché chiamata in corsa a sostituire Jewlia Eisenberg gravemente malata.
Hanno comunque lasciato il segno nel cuore dei presenti con un concerto indimenticabile, presentando due lunghi medleys, il primo con brani da ´Winter Songs´ e da ´Hopes And Fears´ ed il secondo con canzoni da ´The World As It Is Today´.
Salutati da una standing ovation, il loro ritorno è stato un grande evento, che da solo avrebbe giustificato il viaggio fino a Carmaux.
E questo è uno dei problemi: il Festival si tiene in un bel luogo, che offre una location, La Maison de la Musique, atta a contenere un migliaio di spettatori, ed è pure supportato (tanto di cappello!) da un Comune e da Sponsor locali coraggiosi, che investono in una musica di questo genere.
Però Carmaux è una cittadina sperduta nei Mid Pirenei, nel sud della Francia, 80 km da Tolosa, 700 km da Parigi, oltre 9 ore di auto da Milano…
Riuscire a far arrivare lì centinaia di appassionati da diverse nazioni è davvero un’impresa encomiabile, ma rende l’iniziativa ancora più selettiva: le difficoltà logistiche sono un indubbio elemento di freno, e già l’edizione 2010 contava un afflusso inferiore alle precedenti.
Non di questo un progetto importante come Rock In Opposition avrebbe bisogno.
Articolo di Andrea Rossi con il contributo di Marcello Marinone