Gli Yo Yo Mundi non hanno bisogno di troppe presentazioni; gruppo piemontese attivo dal 1988 sulla scena del folk, del rock indipendente, della canzone d’autore e della fusione con altre espressioni artistiche quali teatro e film segnano una delle più interessanti e stabili realtà della musica italiana di qualità. Arrivati al vertice con un lavoro di pregio come Sciopero (2001) gli Yo Yo Mundi realizzano con questo Munfrà la loro decima fatica sviluppata durante quattro anni di studi e di ricerche sulla cultura del loro Monferrato. Non ci si trova però davanti ad un’antologia di brani tradizionali bensì ad una serie di composizioni originali di Paolo Archetti che si conferma freschissimo autore sia quando propone passaggi in dialetto che in italiano; c’è il gusto delle luci e delle ombre tipico della cultura popolare densa di languori, tristezze, allegrie e colori, che richiama l’alternanza delle stagioni ed il sereno scorrere delle vicende umane nelle contrade contadine. A questo però si uniscono tematiche ambientali e di integrazione culturale che ricordano il periodo in cui viviamo.
Se la dimensione di folk d’autore è la prima caratteristica di questo disco non bisogna trascurarne la seconda cifra: gli arrangiamenti. La semplicità ritmica dell’un-due o dei tre-quarti sostiene un gusto per l’armonia triste ma decisa, con brani ciascuno caratterizzato da colori espressi tramite la scelta di strumenti etnici mirati, che conferiscono a ciascun pezzo un umore narrativo del tutto particolare, talvolta anche onomatopeico. L’ampio parterre degli ospiti aiuta molto il gruppo a sostenere questa varietà; Zitello all’arpa, Wickham e Leonte al violino, Hevia alle pipes, Berardo alle ghironde, Finardi alla voce sono solo alcuni dei 39 ospiti che hanno contribuito alla girandola timbrica del lavoro; un perfetto equilibrio tra richiamo delle basi tradizionali e sensibilità dei giorni nostri.
Anche i testi meritano una menzione; le composizioni non appartengono a quella categoria cantautorale che ha un senso solo se proposta dall’ideatore. Qui le canzoni prendono subito un corpo autonomo, si liberano dall’autore per diventare realtà autonome grazie ad un carattere narrativo che esprime lo stesso affetto di un genitore verso un figlio che è cresciuto. Sia nelle figure tipicamente popolari, come i gli spasimanti che si rincorrono o la sfilata di carnevale o ancora i musicanti di piazza, sia nei simboli quasi favolistici, come il pipistrello o il rabdomante, e infine nei temi di portata sociale, come quello dell’acqua pubblica e i cenni di protesta alla latino-americana, i pezzi brillano di luce propria, come frecce che hanno armai abbandonato l’arco che le ha scagliate.
Intendiamo volutamente evitare la solita pedissequa analisi dei brani e citiamo solo quello che, a nostro modesto avviso, è il simbolo del cd, Léngua ed Ssu; valzerino in ¾ con timbri bandistici, cantato in dialetto, con riferimenti all’uva e alla campagna, richiami al senso della danza ma anche della vita quotidiana, ricco di ottoni, più un cammeo poetico che una ballata popolare.
Opera di raro equilibrio e raffinatezza, tra il meglio delle proposte pervenuteci dal cosiddetto new folk, un mix felice tra radici e tempi di globalizzazione.
Track List: