08/08/2011 | di Francesco Bove
Basta il primo giro iniziale per capire la forza del disco che si sta ascoltando. Il secondo album dei Waines, provenienti da quella Sicilia che ha già lanciato numerosi artisti di spessore nel panorama indie italiano, è una botta di blues, due chitarre e una batteria che sembrano un'orchestra intera.
Forti di una densa esperienza artistica che li ha visti sui palchi dei maggiori festival ad aprire artisti come Gogol Bordello o Joe Louis Walker, i Waines propongono un blues inteso come stato mentale, icona da commemorare.
Il disco s'avventura impavido verso territori fin troppo conosciuti come il lo-fi e il garage ma lo fa con un'attitudine diversa e la consapevolezza di oltrepassare i confini prestabiliti.
Sto è un disco blues nell'animo, libero, con un meccanismo di pulsione irregolare e dal glossario ampio. E se Turn it on è la giusta partenza, Inner view e Round Glasses sono psichedelia pura, lo smarrimento.
Il lavoro dei Waines è giocato tutto così, a mò di contrasti, con alcune atmosfere danzerecce e momenti violenti ed esasperanti. Un suono pieno e di sostanza, trascinante, talvolta grezzo ma personale. Un muro di chitarre difficilmente sormontabile, che live potrebbe rendere il doppio, una mistura lancinante e letale che devasta a più riprese.
I Waines hanno appreso da primi della classe la lezione dei Rolling Stones e dei Motorpsycho per ribaltarla, destrutturarla, frammentarla e rimescolarla in un sound acido e convulso, rovente come la terra da cui provengono.
Quando si arriva alla fine dell'album, la prima cosa che rimane in mente è la percezione di disorientamento che hanno lasciato. Non si ricordano melodie né riff, solo quell'impressione malvagia di essersi smarriti in mezzo ad un deserto torrido. È consigliabile, quindi, una bussola per orientarsi al meglio perché i Waines non forniscono indicazioni.
Track List: