Ovunque proteggi<small></small>
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Vinicio Capossela

Ovunque proteggi

2006 - Warner
16/02/2006 - di
Il fervido e rinomato eclettismo di Capossela è con questo disco sempre più caratterizzato da un fertile nomadismo. Ancora in preda ad un ballo di San Vito musicale e culturale, davvero Vinicio può continuare a proclamare di non riuscire a stare fermo in nessun luogo. Le registrazioni di “Ovunque proteggi” sono state itineranti e il booklet ne documenta tutte le singolari tappe, da Treviso fino alla Grotta di Ispinigoli (NU) e alla Sicilia. Eppure i viaggi di Vinicio non sono mai solo geografici: sa penetrare nelle viscere dell’uomo, attraversare i generi musicali, la storia, la mitologia, la letteratura, il tempo e lo spazio e caricare così le sue canzoni di spessore drammatico, di profondità culturale ed emozionale, senza renderle cerebrali o pretenziose.
Per trasportarci nei luoghi visitati dalla sua immaginazione creativa Capossela non ci mostra però le riproduzioni kitsch, raffazzonate e incolte, di qualche reperto trafugato e polveroso, ma piuttosto un’ansiosa successione di vivide fotografie tridimensionali in musica. “Non trattare”, al suono cerimoniale dell’ebraico shofar, dei sonagli di Gak Sato e del banjo orientaleggiante di Marc Ribot (già collaboratore di Tom Waits, Elvis Costello e Lounge Lizards), teletrasporta con la lingua dei Salmi nel mondo dell’Antico Testamento, per cantare una fede intransigente che rischia di macchiarsi di sangue; un linguaggio da predicazione patristica viene manipolato, rovesciato e contaminato invece con divertita iconoclastia nella breve traccia nascosta “Il rosario de la carne”. Arcaiche si rivelano ancora le atmosfere del rock tribale di “Brucia Troia”, la cui intro ricorda la colonna sonora dell’ “Edipo Re” pasoliniano, che è tra gli spunti dichiarati del brano; per descrivere il tarlo della gelosia e un corrosivo sadomasochismo sentimentale (“Sono io il mio Minotauro / divoro chi arriva fino a me”), il pezzo ricorre a campanacci, alle voci antiche dei tenores sardi e a vertiginose accelerazioni ritmiche. Il techno-divertissement “Moskavalza” porta invece tra le vestigia mummificate degli antichi fasti e nell’attuale degradazione di Mosca, la terza Roma della citazione di un celebre film di Sergej Ejzenstejn che ricorre anche ne “Al Colosseo”; quest’ultima canzone è la terribile rievocazione, all’insegna di minacciosi timpani e solenni corni, della “legge della curva”, la quale, più barbara delle norme barbare, prescrive di sbranare o crocifiggere per divertire un pubblico annoiato o curare gli interessi dei potenti.
Cullati dal suono dolce, sottile e a tratti tremulo degli strumenti a fiato cinesi di “Lanterne rosse” ci si ritrova poi a guardare sospirando fuori dai vetri di una locanda orientale, mentre la malinconica “Pena del alma” fornisce un biglietto virtuale per il Messico.“Medusa cha cha cha”, sorniona parodia mitologica e ironico racconto in prima persona di una ragazza che contro ogni luogo comune si può toccare ma non guardare, proietta invece in una festosa aria anni ‘50, dal sapore sudamericano accentuato dal tipico suono del guiro, idrofono a raschiamento, delle percussioni e delle maracas. Con il grande valzer di “Nel blu” si viene sbalzati invece in una sontuosa sala da ballo o in un locale degli anni ’30-’40 immortalati da “Il paziente inglese” o da “La vita è bella”. I momenti bandistici del singolo “Dalla parte di Spessotto”, inno di una genia discendente dal prototipo ribelle e imperfetto degli “evasi dall’ordine” che sfoggia una sezione di fiati spettacolare, fanno respirare l’aria di Calitri (AV), città del padre di Vinicio, mentre il corpo bandistico “A. Busacca” di Scicli (Rg) e l’arrangiamento di Roy Paci in “L’uomo vivo” portano nel bel mezzo di una processione che celebra la Resurrezione, mescendo riti e idee terrene e celesti. “S.S. dei naufragati”, già apparsa nell’album “Matri mia” (2002) dell’ensemble siciliano Banda Ionica, diventa ora un capolavoro operistico di una bellezza lancinante e racconta invece il lento sopraggiungere della morte, in una drammatica e straziante litania che cita “The Rime of the Ancient Mariner”di Samuel Taylor Coleridge.
Il mirabolante viaggio di Capossela, le cui soste sono illustrate da una strumentazione sempre rigorosamente funzionale all’atmosfera del brano ed esente pertanto da qualunque superflua e superficiale coloritura folcloristica da cartolina, si tiene sempre alla larga dalle rotte del prevedibile: persino uno dei pezzi imperniati sul piano che più sembrano classicamente “caposseliani” (“Dove siamo rimasti a terra Nutless”) sorprende con l’irrompere di uno spaccato retrò di tip-tap oppure con un solo di violino cinese importato dal “Deborah’s Theme” di Morricone (“C’era una volta in America”) e persino con un finale “telefonico”.
Compiuto l’intero percorso di “Ovunque proteggi”, si resta in silenzio, a bocca aperta, con gli occhi lucidi e una folla rumoreggiante di pensieri nella testa. L’irrequieto girovagare da un luogo all’altro rischia di disorientare, ma, se si riesce a stare anche solo qualche passo indietro ai continui sbalzi di Capossela, ci si trova a girare senza sosta, morsi irrimediabilmente dalla sua frenetica energia.

Track List

  • NON TRATTARE|
  • BRUCIA TROIA|
  • DALLA PARTE DI SPESSOTTO|
  • MOSKAVALZA|
  • AL COLOSSEO /IL ROSARIO DE LA CARNE|
  • L’UOMO VIVO|
  • MEDUSA CHA CHA CHA|
  • NEL BLU|
  • DOVE SIAMO RIMASTI A TERRA NUTLESS|
  • PENA DEL ALMA|
  • LANTERNE ROSSE|
  • S.S. DEI NAUFRAGATI|
  • OVUNQUE PROTEGGI

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