Dopo una sfliza di demo autoprodotti e di apparizioni su varie compilations, i Valentina Dorme arrivano all’esordio per la Fosbury Records e, cosa a cui tenevamo non poco, arrivano anche sul lettore Mescalina.
Sin dal primo ascolto, “Capelli rame” conferma subito quella che è la dote migliore del gruppo, ovvero riuscire a creare un profondo senso d’attesa con le proprie canzoni, impressione che già ci era rimasta dopo lo showcase del M.E.I., che era valso alla band anche il premio Fuori dal Mucchio.
Sia nei suoni che nei testi di Mario Pigozzo Favero, queste dodici canzoni si reggono su un non dire che è dote rara per il rock in italiano: brevi bozzetti in bianco e nero, appena accennati, niente assoli e pochi ritornelli, tutto molto minimale. E infatti il riferimento primo di questo esordio è, non a caso, Raymond Carver, le cui short stories devono aver ispirato non poco la scrittura di Pigozzo Favero.
Musicalmente i Valentina Dorme si muovono con apparente semplicità e con grande senso del limite, creando un suono scarno, che non arriva mai a conclusione: anche quando le chitarre marcano i toni, non vengono mai innalzate mura o posizioni ferme. Questo offre alle canzoni un ambiente assai poco prevedibile, su cui sviluppare un’interiorità combattiva che, con qualche eco freudiano, accosta amore e morte, sesso e sopravvivenza.
Un’estetica e un’essenzialità molto più dark di tanti che si fregiano di questa condizione: “la nostra eclissi / tra le eclissi / è la migliore / perché non è affatto parziale”.
Se proprio avete bisogno di qualche punto di riferimento, direi il De Andrè più oscuro, i Diaframma, il Tenco più ostinato, certi sprazzi di post-rock e di Sonic Youth. Insomma, il cantautorato italiano più denso e il rock americano più spigoloso.
Ma questo serva solo da orientamento, perché i Valentina Dorme sono un gruppo a sé stante, non solo nel panorama italiano. Soluzioni ardite, strutture elettriche che si aprono piano, piccole crepe, che sembrano placarsi con un violino, ma che possono arrivare agli sfoghi distruttivi di una “Apocalypse now” quotidiana o rimanere in bilico sulla tensione di un’arma impugnata.
Lo stesso movimento inquietante è adottato nei testi, impavidi nell’entrare nell’inconscio e nel lasciare libera la possibilità della perdita, della morte e, soprattutto, della violenza. Un’imminenza che arriva al punto di non ritorno (“ho le stesse chanse di un astronauta / di tornare per cena / mentre gravito impaurito / attorno alla luna”) e che ha oltrepassato la soglia di qualunque pudore (“io che ti amo / più del mio cazzo rigido / sul punto di esplodere”).
“Capelli rame” è un disco spesso come pochi, vera canzone d’autore, anche se godrà della stessa visibilità di certe pellicole di Fuori Orario. Un rock corrucciato, che dà peso tanto all’arrangiamento quanto alla parola, e che non vi permette di schiacciare STOP con tanta tranquillità.
Track List: