23/03/2004 | di Luca Meneghel
“No freeway, no plan, no trees, no ghost” è il secondo album degli Ultra Violet Makes Me Sick, trio principalmente strumentale di Pavia, dopo la precedente esperienza di “Sound Proof”, distribuito anche in Australia e negli USA.
Musica ambientale, post-rock, colonna sonora o semplice viaggio musicale: comunque vogliate definirlo, questo album è un mosaico di dieci canzoni che hanno come denominatore comune una grande rilassatezza di fondo, tanto nei pezzi strumentali quanto in quelli cantati.
Accendete una candela, spegnete la luce e mettetevi a letto: gli Ultra Violet saranno un buon sottofondo dei vostri pensieri o una buona spinta verso le braccia di Morfeo, per poi trasferire tutta la delicatezza dei suoni nei vostri sogni. All’infuori di questa dimensione onirica l’album è però molto limitativo: l’intuizione di fondo è buona, le sonorità create dai tre sono davvero piacevoli, ma quello che non convince è la riproposizione estenuante degli stessi ritmi e degli stessi suoni per ben dieci canzoni, l’una uguale all’altra, tanto che ascoltare il cd per intero è come percorrere una strada di noia e sbadigli.
Considerando le canzoni nella loro singolarità è invece possibile individuare gli aspetti di maggior qualità del gruppo: il tappeto musicale, sembre ben equilibrato tra intensità e dolcezza (difficile individuare un pezzo migliore degli altri vista l’affinità che lega i tasselli dell’album, ma tra i migliori pezzi strumentali citerei sicuramente “A two headed coin”) e l’aspetto vocale, presente solo in alcune canzoni (buone “Counter Clockwise” e “Intimacy is jazz, Disturbed is art”), una voce quasi sussurrata per paura di rovinare l’atmosfera.
Detto questo voglio precisare che per scrivere un buon album è necessaria una solida base di qualità ed inventiva: nel caso degli Ultra Violet Makes Me Sick è sicuramente presente la prima, ma è deficitaria la seconda.
“No freway, No plan, No trees, No ghost“ è un disco che aderisce in maniera troppo pedissequa al post-rock d’oltreoceano, finendo per ristagnare in un genere già di per sé ripetitivo. Quando le atmosfere sognanti e ripetitive occuperanno solo tre-quattro canzoni su dieci, allora forse i tre di Pavia daranno vita ad un album davvero degno di nota.
Track List: