Tori Amos - The beekeeper

Tori Amos

The beekeeper

2005 - Sony

11/10/2005  |  di Ambrosia J. S. Imbornone

Dopo il coeso concept album “Scarlet’s Walk”(2002), trascrizione di un ideale viaggio che attraversasse l’America nel tempo e nello spazio, la dea del rock è tornata quest’anno con un altro lungo disco, difficile da metabolizzare, che per le sue 19 tracce cerca la compattezza nella composizione di un multiforme giardino allegorico.
Esso è affollato di personificazioni e personaggi simbolici, immersi in un’atmosfera sospesa e leggera, quasi surreale; laddove la vena immaginifica di Tori si rivolga ad un repertorio più realistico, nei brani dell’album si respira comunque un’aria densa di fiori impuri, di un profumo più forte e penetrante quanto più esso preannunci la decomposizione dello sfiorire. Le canzoni si soffermano così sul tradimento e sulle delusioni, preconizzando o descrivendo l’abbandono, gli strappi e le lacerazioni imposte dalla storia e dalla sua violenza. La sezione dedicata ad un frutteto di biblica memoria non basta a ricreare nel disco un clima corroso dal fascino fragile e instabile del paradiso terrestre, che dischiude le tentazioni e le umane cadute. Solo “Original Sinsuality” in effetti ricollega direttamente il peccato alla conoscenza della colpa, all’immersione consapevole in una sensualità che ancora alla terra e recide le ali.
La Amos, che ormai ha fatto scuola, recita senza fatica la sua parte, quella dell’incantatrice in grado di tessere abilmente un sortilegio a metà tra stregoneria e magia, tra paradiso e inferno.
Tuttavia, gli ingredienti delle sue pozioni confermano la sua straordinaria bravura, eppure non sorprendono. L’Hammond B3, oscillante tra un gospel dal rigore vagamente misticheggiante e un soul suadente alla Motown, le lusinghe di una ritmica carezzevole e a tratti esotica o una spruzzata di funky non sono sufficienti a ravvivare il sapore della ricetta.
Anche i riferimenti letterari ed evangelici sono ormai una costante negli album di Tori, ma la cantautrice, creatrice di una formula inconfondibile ma anche immutabile, che miscela musica d’autore, linee di piano classiche e un pizzico di pop-rock/folk, non si erge qui a sacerdotessa eterodossa dei tormenti dell’anima, fronteggiati e dominati dalla sua personalità vulnerabile, eppure più forte dell’esistenza e dei suoi traumi. Il sentimento prevalente che si espande in tutto il disco è quello della delicata “Ribbons Undone”: la paura/fascinazione del male si stempera in un canto malinconico sull’inevitabilità della perdita dell’innocenza infantile, sul dolore che accompagna necessariamente l’ingresso e la permanenza nell’età adulta.
L’odore dei fiori intristisce insomma solo alla luce della coscienza che le stagioni della natura e della vita sono transitorie. Abbondano così le ballate dolceamare mid-tempo che cullano senza scosse; spiccano però sugli altri pezzi due brani del “Desert Garden”, la cupa ballata di morte “The Beekeeper”, in cui l’organo e gli Hammond bass pedals regalano al tessuto musicale una coloritura inquieta, e il crescendo finale di “Barons of Suburbia”, in cui Tori sfodera una volta in più le sue incrollabili doti di interprete. Inoltre emozionanti sono tutti i ritornelli anomali e i bridge che spezzano il ritmo con un punto di rallentamento, in cui le sensazioni, da essere vaporose nubi inafferrabili, si condensano in fiumi magmatici di brividi, affidati ad un più scarno sound piano-voce.
In un album lussureggiante di controcanti (di Tori, del London Community Gospel Choir, di Damien Rice, il quale tuttavia risulta poco più che decorativo), si avverte la nostalgia degli acuti vertiginosi e dei vuoti di “Under the Pink” (ricordate l’essenzialità della drammaticità scarnificata di “Pretty Good Year”?) ma anche, all’estremo opposto, delle sperimentazioni elettroniche ardite e non sempre felici di un album comunque capolavoro come “From the Choirgirl Hotel”.
Interessante è la tematica del duetto col cantante reso famoso dall’album “O”, “The Power of the Orange Knickers”; tuttavia l’incalzare del ritmo, scandito dalla batteria del fido Matt Chamberlain, diluisce il pathos del pezzo in un pop stilizzato, che non riesce a regalare profondità alle riflessioni sull’identità, sul concetto e sul potere inquietante del “terrorista”, pur ben descritte da Tori nelle interviste. Più riuscita invece “General Joy”, che amaramente ricorda i Falchi, che svuotano il cielo e lo riempiono di terrore, imponendo un’invisibile, quotidiana sofferenza come norma di vita. Il chiaro cenno polemico e pacifista è ammirevole, tuttavia in questo come in altri casi le allegorie rischiano di soffocare la poesia.
Nell’album forse meno intimistico di Tori non mancano insomma le buone intenzioni, ma scarseggiano le passioni epiche ed irruenti, che qui si cristallizzano in forme pacate e serene. L’album dell’apicoltore alla fin fine punge poco. Freddo e cerebrale? No, però, per parafrasare il titolo di un’accattivante canzone del disco, forse il pungiglione si rivela troppo dolce.


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Track List:

  • PARASOL|
  • SWEET THE STING|
  • THE POWER OF ORANGE KNICKERS (FEATURING DAMIEN RICE)|
  • JAMAICA INN|
  • BARONS OF SUBURBIA|
  • SLEEPS WITH BUTTERFLIES|
  • GENERAL JOY|
  • MOTHER REVOLUTION|
  • RIBBONS UNDONE|
  • CARS AND GUITARS|
  • WITNESS|
  • ORIGINAL SINSUALITY|
  • IRELAND|
  • THE BEEKEEPER|
  • MARTHA´S FOOLISH GINGER|
  • HOOCHIE WOMAN|
  • GOODBYE PISCES|
  • MARYS OF THE SEA|
  • TOAST

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